La chiesetta delle isole Orcadi

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di David Randall

Dato che in questo periodo di notti lunghe e giorni freddi abbiamo bisogno di qualcosa che ci riscaldi il cuore, vorrei raccontarvi quel che fecero alcuni italiani nel Regno Unito durante la seconda guerra mondiale. Come tutte le più belle storie a lieto fine, anche questa comincia piuttosto male: nel 1942, in Libia, dopo che l'esercito canadese aveva catturato migliaia di italiani. Li mandarono in un campo di prigionia nel nord dell'Inghilterra, e probabilmente sarebbero rimasti lì, lontanissimi dalle loro famiglie di cui non avevano notizie, se non fosse stato per un progetto speciale avviato qualche mese dopo.

Il governo britannico aveva deciso di costruire delle strade sulle isole Orcadi, un piccolo arcipelago al largo della costa nordorientale della Scozia, e aveva pensato di far partecipare ai lavori alcuni dei prigionieri italiani più qualificati. Così, all'inizio del 1943, qualche centinaio di loro arrivò sulla minuscola isola disabitata di Lambholm e si sistemò nella baracche di lamiera che avrebbero preso il nome di Campo 60.

Gli italiani lavoravano e nel tempo libero cercavano di rendere quel posto un po' più accogliente. Ben presto cominciarono a raccogliere il materiale necessario per costruire un rudimentale teatro e una sala comune, e disegnarono alcune aiuole per tentare di far crescere qualche piantina nell'ingrato clima di Lambholm. Questo fu solo l'inizio. Il coordinatore dei lavori, Domenico Ciocchetti, un pittore di Moena, vicino a Bolzano, costruì una statua di san Giorgio usando filo spinato e cemento. Poi lanciò un'idea apparentemente assurda: perché non costruire una chiesetta italiana su quella desolata isola britannica?

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Il cappellano, padre Giacobazzi, appoggiò il progetto, le autorità diedero il permesso, ma misero a disposizione solo due grandi baracche di lamiera ondulata unite tra loro a formare una sorta di mezza botte. I prigionieri rivestirono l'interno di intonaco, ricoprirono l'esterno di cemento e usarono tutto quello che riuscivano a trovare per trasformare quel guscio di metallo in una cappella simile a quelle che si vedono nei paesini italiani. Costruirono l'altare con il legno recuperato da un naufragio, ricavarono l'acquasantiera da un vecchio tubo di scappamento, e i candelabri da qualche scatoletta di carne. Giuseppe Palumbi usò dei rottami per creare l'inferriata che avrebbe diviso la navata dall'abside. Gli ci vollero quattro mesi.

Domenico Buttapasta decorò la facciata costruendo un architrave sostenuto da pilastri di cemento e un campanile ornato di pinnacoli. Giovanni Pennisi modellò una testa di Cristo in argilla rossa. I prigionieri usarono i pochi soldi della loro paga per comprare delle tendine di stoffa dorata per il tabernacolo. Intanto Domenico continuava a dipingere. Il suo capolavoro fu un incredibile quadro della Madonna con il bambino da collocare sull'altare, ispirato a un santino che aveva portato con sé quando era partito per la guerra. Dopo che furono liberati, i prigionieri rimasero sull'isola ancora diverse settimane per completare l'acquasantiera.

Alla fine, Domenico tornò a Moena, conobbe e sposò Maria Felicetti, ebbe una figlia e riprese a restaurare e dipingere chiese. La piccola cappella italiana di Lambholm, che nessuno si aspettava sopravvivesse alla guerra, cominciò a essere apprezzata e usata dagli abitanti dell'isola. Fecero tutto quello che potevano per tenerla in piedi, ma con gli anni alcune parti cominciarono a cedere.

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Nel 1958 nacque un comitato per la sua conservazione, e nel 1960 Domenico tornò sull'isola a spese della Bbc per restaurare la cappella e i suoi dipinti. Arrivò con la moglie, che aveva portato con sé le tovaglie da altare da lei ricamate. Quando se ne andò, Domenico lasciò questo messaggio agli abitanti delle Orcadi: «La cappella è vostra, amatela e conservatela. Porto con me il ricordo della vostra gentilezza e della vostra meravigliosa ospitalità. Ringrazio tutti quelli che hanno collaborato direttamente o indirettamente al successo di quest'opera e mi hanno dato la gioia di rivedere la cappella di Lambholm, dove lascio un po' del mio cuore». Tornò di nuovo nel 1964, portando una Via Crucis, un crocifisso e delle ampolle di vetro di Murano, tutti doni dei cittadini di Moena. Quella fu la sua ultima visita. Nel 1992 altri otto ex prigionieri andarono a Lambholm con le loro famiglie, ma Domenico era ormai troppo malato per viaggiare. Morì sette anni dopo, all'età di 89 anni.

Oggi a Lambholm non c'è più nessuna delle caserme della seconda guerra mondiale. Ogni traccia della presenza degli eserciti alleati è scomparsa. Ma la cappella costruita dai prigionieri italiani è ancora lì. Nei mesi estivi vi si celebra una messa una volta al mese e molte coppie decidono di sposarsi tra quelle mura, che ogni anno raccolgono più di centomila visitatori. Vicino alla cappella sventola una bandiera italiana: questa piccola isola non fu conquistata da un esercito, ma dalla devozione di un gruppo di prigionieri che trovò la liberazione nella fede e nell'arte.

Ciocchetti_PalumbiDomenico Ciocchetti (a sinistra) e Giuseppe Palumbi.

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