Abbey Road, la zebra è rock

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John Lennon in completo bianco gelataio bianco ha i capelli di un castano troppo rosso. Dietro di lui, Ringo Star ha lenti rosa sul nasone rosso pomodoro. Paul McCartney ha ecceduto con la taglia del doppiopetto, ma i piedi sono irreprensibilmente nudi. Neppure per quei pochi secondi che servono a traversare la strada, George Harrison si è sforzato di tirare dentro la pancia che rischia di fargli saltare le clip della camicia di jeans.

La celebrazione del quarantennale messa in scena scivola nella farsa. Tutt’attorno, ex girl, ex boy e persino una Rolls Royce flower power. Un caos difficilmente governabile dai bobbies che hanno sottovalutato la ricorrenza e l’afflusso dei pellegrini. È l’8 agosto 2009 e nulla è paragonabile alla stessa data di quarant’anni addietro, quando i quattro di Liverpool resero immortale l’attraversamento pedonale di Abbey road che sarebbe comparso sulla copertina dell’undicesimo album dei Beatles, attualmente il più venduto su iTunes. A regolare lo scarso traffico era bastato allora un bobby. La seduta era durata una decina di minuti.

Abbey3Una sigaretta e quattro chiacchiere dopo la camminata. 

Quel giorno, il fotografo scozzese Iain McMillan salì su una scala da imbianchino, ordinò ai Fab’ Four di fare un po’ di avanti indietro e al sesto clic scattò la foto immortale, quella con i quattro che camminano con passo elastico e aria disinvolta mentre le gambe formano quattro «V» rovesciate, perfettamente sincronizzate. Non sarebbero mai più andati così d’accordo. Pochi mesi dopo, la rottura. Paul era scalzo perché secondo una leggenda degli ambienti rock era morto qualche anno prima. Ma il vero morituro era John, che guidava la fila indiana come un Cristo avviato al suo destino. Nessuno immaginava che lo avrebbe intercettato solo undici anni dopo.

Abbey_oggiAbbey Road oggi. 

Ora i turisti arrivano da tutte le parti del mondo e, con lo stesso spirito di quei buontemponi che fingono di sorreggere la torre di Pisa con un dito, si mettono in fila per calpestare le orme più stinte del più celebre passaggio pedonale del mondo, infilandosi tra una macchina e l’altra, tra bus doubledecker e taxi stile carro da morto sempre più rari. I londinesi lo sanno e se appena possono evitano l’incrocio a due passi dagli ex studios Emi, ovviamente ribattezzati Abbey Road, nel signorile quartiere di St John's Wood, nel nord-ovest di Londra. Non ne possono più di ragazzi e arzilli sessanta-settantenni che, foto alla mano, si mettono in posa, scattano e puntano le webcam. Per non parlare degli esagerati che si chinano o si inginocchiano per incollare sull’asfalto nomi, dediche e messaggi: pennarelli neri per le strisce bianche, che non bastano e allora graffiano il bitume nero. Non dureranno a lungo, i graffiti. I pneumatici dei londinesi sono formidabili gomme da cancellare.

Abbey1Abbey Road nel 1969. 

Nell’eterna lotta tra lo spirito del rock e l’aplomb britannico, i primi hanno messo a segno un punto nel dicembre del 2010. Riconoscente al gruppo che ha trasformato il british pop in un fiume di denaro, il governo ha dichiarato l’attraversamento zebrato di Abbey Road patrimonio nazionale. Dopo la telecamera installata nove anni fa, sarà affissa anche una targa? Si spera di no. Al rock non si addicono né il marmo né il bronzo. Solo graffiti, qualche lacrima, un refrain e questo teatro di strada. Come together. (is)

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