Francia, Petrarca alla tappa del Mont Ventoux

Fausto Coppi, maglia gialla, in testa, sul Mont Ventoux nel 1952
 

 
di Pietro Crivellaro

 

 

Il Ventoux è una montagna speciale e sorprendente, da un lato per la sua natura fisica, geografica e paesaggistica, dall'altro per la sua carica storica, culturale e simbolica, diciamo pure per la sua anima metafisica. Non arriva ai duemila metri di quota, eppure dalla base alla cima fa un salto di 1600 metri, un dislivello raggiunto da poche grandi pareti delle Alpi come la Est del Monte Rosa, l'Eiger nell'Oberland Bernese, l'Agnèr nelle Dolomiti. Ma quelle sono muraglie vertiginose, ossi duri per gli alpinisti, a cui il Ventoux non somiglia minimamente perché non ha neppure l'aspetto di ogni montagna, non è fatto a piramide. Per gli alpinisti è una «montagne à vaches», come oltralpe chiamano le cime senza difficoltà, alla portata di tutti.

 

 

Veduta aerea del Mont Ventoux

 

 

L'intero massiccio sembra una duna gigantesca, una smisurata ondulazione lunga 25 km e larga 15, ammantata di boschi fino a 1500 metri di quota. Qui cessa bruscamente la vegetazione e si svela la vera struttura della montagna di bianco calcare sgretolato. La sommità pelata che biancheggia da lontano lascia il dubbio che si tratti della prima neve. Lassù in luogo della punta svetta una torre osservatorio imponente, ben visibile a decine di chilometri all'intorno, come un faro che domina le alture provenzali, la rampa fi un missile smisurato in cima a una duna del deserto.

Il Mont Ventoux mi mancava da tanto tempo, non per queste attrattive paesaggistiche che prima di andarci conoscevo vagamente. Anni fa ho arrampicato nelle mezze stagioni sulle lisce pareti della Sainte Victoire, la montagna di Cézanne presso Aix-en-Provence, sule altissime e bianche Calanques sul mare di Marsiglia, al Baou di Saint Jeannet sopra Nizza, nel Verdon e su altre falesie calcaree di cui è ricco il sud della Francia. Ma il Ventoux privo di attrattive per l'arrampicata mi mancava per la sua fama simbolica.

 

 

La prima neve sul Mont Ventoux

 

 

Ogni appassionato di montagna conosce il Ventoux pr l'ascensione di Francesco Petrarca, primo capitolo in testa a ogni storia dell'alpinismo. Un episodio fondamentale narrato dal poeta, in latino, nella più famosa delle lettere famigliari che un tempo si leggeva sule antologie del liceo. La lettera del Ventoso è la prima del libro IV, indirizzata a fra' Dionigi di Borgo Sansepolcro, insigne teologo, padre spirituale dello scrittore. Il racconto scritto a caldo, al ritorno dall'emblematica gita nella locanda di Malaucène, ai piedi del monte, da cui era partito in compagnia del fratello Gherardo e di due servitori, è datato 26 aprile.

L'anno deducibile da riferimenti interni è il 1336, quando Petrarca viveva il suo 33° anno. Dati troppo precisi e intrecciati con le date della vicenda mitica di Laura per non essere sospetti e, ahimè, altrettanto mitici. Laura ahinoi! non è mai esistita e la lettera del ventoso è stata scritta molti anni dopo, quando fra' Dionigi era già morto. Me lo rammenta un vecchio ritaglio della Domenica del Sole 24 Ore datato 4 maggio 1997 a firma di Giuseppe Billanovich, filologo padovano emerito.

 

 

La strada che fende la pietraia calcarea del Mont Ventoux

 

 

Del resto à molto difficile andare in cima al Ventoso nella data indicata dal poeta senza trovar resti di neve, secondo lo scritto del Petrarca alpinista. Così lo definì Giosuè Carducci, fidandosi ancora ciecamente della lettera, in un elzeviro del 1882. Quell'anno la sommità veniva raggiunta dalla prima carrozzabile, tracciata da Bédoin sul versante sud. La strada che diverrà classica come tappa del Tour de France. Oggi le strade sono tre, perché una seconda parte da Malaucène e scala il versante nord poco soleggiato, e una terza da Sault, all'estremità opposta del massiccio, e si innesta sulla strada di Bédoin allo Chalet Reynard, piccola stazione di sci a sei km dalla vetta, dove cessa il bosco e cominciano le pietraie.

 

 

La cima del Mont Ventoux sotto la neve
 

 

Per rendermi pienamente conto, le ho percorse tutte e tre, comodamente in auto, col favore di un fine settimana di cielo terso e il sole autunnale che colorava di ocra i vigneti tra Carpentras e Bédoin e lungo la salita dipingeva il vario fogliame dei boschi come quadri impressionisti. Sulla cima ho indossato la giacca a vento perché il Ventoso non si smentisce e ho potuto godere di un panorama estesissimo, più nitido dal lato delle Alpi. Le stesse che da lassù contemplò il giovane Petrarca, sognando la patria Italia e meditando sulle vanità mondane. Penso infatti che, se la data e lo stile della lettera sono artefatti, il racconto dell'ascensione è frutto di esperienza vissuta, indimenticabile. (Il Sole 24 Ore-Domenica, 13 dicembre 2015)

 

 

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