Greenwich, le voci del Villaggio

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Ieri geni che stringevano la cinghia, oggi turisti e borsaioli. È la parabola e la favola del Greenwich Village, già villaggio agricolo e quartiere residenziale restio a farsi fagocitare da New York. Difficile da incorporare per le sue strade storte, irriducibili alla griglia degli assi ortogonali progettata dai commissari allo sviluppo urbano al principio dell’Ottocento. L’anarchia urbanistica diventerà secessione intellettuale.

Per tutto il Novecento, il Village rappresenterà l’opposizione permanente alla censura, al puritanesimo, al perbenismo e al provincialismo della cultura americana. Agli inizi del secolo, le scuderie e le officine per la riparazione di carri e carrozze, svuotate dalla rivoluzione di automobili e metropolitana, sono trasformate in loft da artisti, scrittori e agitatori sociali squattrinati. Boheme e ribellione, una miscela esplosiva, sgradita ai residenti storici. E così negli anni Venti del secolo scorso, la gioventù fertile che scrive, sogna, pratica amori irregolari e si ubriaca facile emigra a Parigi. Tornerà al Village tra la fine dei Quaranta e i Cinquanta con la Beat Generation. È qui che vivranno William Burroughs, Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Gregory Corso prima di trasferirsi on the road a San Francisco. Giovani cantanti folk, emuli di Woody Guthrie e Pete Seeger, fanno di Washington Square, ombelico del Village, la ribalta di spettacoli improvvisati. Si radunano nel parco con ogni genere di strumenti a corda. La stampa li denigra, la polizia li malmena. Li redimerà l’avvento di un messia.

DylanRotolo

Nevica a New York, nel gennaio 1961, quando da Duluth. Minnesota, arriva un ventenne infreddolito con indosso un giubbotto inadeguato, un paio di stivali da motociclista e un viso pallido e affilato sotto un cespuglio di capelli. Una foto lo ritrae mentre cammina in un gelido canyon urbano con una ragazza aggrappata al braccio. Sarà merito anche di questa diciassettenne, Suzanne Rotolo, nipote di immigrati italiani, che lo svezzerà parlandogli di Brecht e Rimbaud, che lo introdurrà ai circoli della controcultura, se quel provinciale diventerà Bob Dylan. Nel 1963 la foto dei due infreddoliti sarà la copertina dell’album Freewheelin’, icona universale dell’innocenza perduta e di una creatività senza fondo. Il 1963 è anche l’anno in cui Andy Warhol apre i battenti della sua Factory al numero 231 East della 47th Street dove resterà fino al 1968, quando si trasferirà al 33 di Union Square West.

Stonewell

Nel giugno 1969, l’anarchia latente si tramuta in rivolta. La polizia fa irruzione nello Stonewell (qui sopra), bar per omosessuali vicino a Sheridan Square. «Era una serata caldissima, era appena morta Judy Garland, e tutti erano in fermento», sintetizza Edmund White nella sua autobiografia. Per la prima volta i clienti, stufi di essere vessati dalla polizia, resistono all’arresto. Seguiranno cinque giorni di tumulti. Nasce lì e allora l’idea dei gay pride.

Per i pellegrini di oggi in visita al Greenwich poco è rimasto. Dei tre ritrovi dei beatniks, il San Remo Bar, la Cedar Street Tavern e la White Horse Tavern, in Hudson Street (qui sotto) solo quest’ultima è sopravvissuta. E proprio in questo locale è accaduto qualcosa che ha cambiato forse per sempre la nomea del quartiere ribelle. All’indomani dell’attentato alle Twin Towers, entrano nel bar quattro pompieri in uniforme, ricoperti di cenere e polvere. I clienti abituali, intellettuali barbuti e broker, ammutoliscono. Gelo e imbarazzo. Poi scoppia l’applauso e le cameriere si mettono a ballare con gli eroi dell’11 settembre. Trasgressivi e benpensanti si riconciliano. È di nuovo peace and love. Ma di un genere diverso.

White_Horse

A più di mezzo secolo di distanza dagli anni epici, molti idoli del Village hanno abbandonato la scena. Jules Feiffer, il disegnatore satirico che tenne sotto battuta Johnson, Nixon e Reagan, ha deposto la matita nel 2000, dopo quarantaquattro anni di collaborazione al Village Voice. Jean-Michel Basquiat, l’artista che cominciò la sua carriera graffitando i muri del Village, se ne è andato nel 1988 a soli 27 anni. E nel gennaio del 2011 abbiamo perso Suzanne. Aveva 67 anni, la prima morosina di Dylan, l’attivista troppo indipendente e troppo testarda per diventare la sua musa. In attesa che nuovi fiori sboccino, il Greenwich Village ha fatto da sfondo alla sit-com televisiva Friends. Per quanto amati da milioni di loro coetanei, si dubita che i sei ragazzi protagonisti possano entrare nella leggenda. (is)

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