India, in rovina l’ashram dei Beatles

La hall fatiscente dell'ashram dove Maharishi Mahesh Yogi introdusse i Beatles alla meditazione trascendentale

 

 
di Orazio Folonari

 

 

Non so se nell’ashram di Rishikesh sia nato il White Album, come sostengono i costruttori di leggende. In compenso, è certo che all’ombra dei banyan è sepolto il sogno della fuga ristoratrice in Oriente. Della rinascita, per risvegliarsi in India freschi come Siddhartha, ripuliti dalle scorie belliciste e consumistiche dell’Occidente. Con l’assunzione di tanta meditazione trascendentale e una punta di Lsd. L’acronimo di Lucy in the sky with diamonds, sempre come dicono i narratori delle fiabe rock? Vallo a sapere.

I Beatles, intercettati a Londra nel 1967 dal guru indiano Maharishi Mahesh Yogi e dai lui iniziati alla meditazione spinta a Bangor, nel Galles, raggiunsero l’India l’anno successivo per specializzarsi con stage di approfondimento. Destinazione Rishikesh, ai piedi dell’Himalaya. Qui il santone in odore di furbacchione, aveva già avuto ospiti di riguardo baciati in fronte dal successo, un tipo di effusione che dall’osso frontale può diffondersi ai contenuti più molli e labili della scatola cranica.

Una delle celebrities in trasferta era Maria de Lourdes Villiers-Farrow, più nota come Mia Farrow, reduce da due esperienze indelebili: nel 1966, a 21 anni, aveva sposato il cinquantunenne Frank Sinatra e due anni dopo aveva partorito il figlio di Satana nel cult movie Rosemary’s baby. Bisognosi di spiritualità. Misfits, pesci fuor d’acqua, disadattati, spostati li avrebbe definiti John Huston qualche anno prima. Artisti.

A distanza di quasi mezzo secolo, l’ashram dove i Quattro di Liverpool composero brani memorabili come Obladì obladà e Back in Ussr versa in uno stato di pietoso abbandono. Tetti crollati, vetri infranti, muri imbrattati da scritte e graffiti in omaggio ai quattro idoli che si stavano trasferendo dal parco della vittoria al viale del tramonto credendo di ripassare per il via. Ma allora nessuno lo avrebbe immaginato.

 

 

I Beatles con Maharishi Mahesh Yogi a Rishikesh (India), nel febbraio 1968.

 

 

Antony Meadley, il fotografo inglese dilettante cui si devono queste immagini, che ha visitato il luogo durante un tour insieme ad altri pellegrini, è rimasto colpito dalle condizioni fatiscenti degli edifici. Però si è ugualmente commosso. «Lo eravamo tutti. Sono cresciuto ascoltando i Beatles e per me questa visita è stata più importante che andare a vedere il Cavern Club a Liverpool».

Del Maharishi, morto nel 2008, si è persa memoria. Eppure negli anni Sessanta era una celebrità negli ambienti della controcultura europea e americana. Nel suo ashram ospitava popstar di tutto il mondo, la sua Rolls Royce e la sua predilezione per il lusso non passavano inosservate e le sue avance verso le discepole più carine erano rubricate alla voce «carisma» anziché «molestie sessuali». I movimenti nati con la sua benedizioni si rivelarono capaci di lucrosi investimenti nel ramo immobiliare, sia nel Regno Unito come negli Stati Uniti. Peccato non abbiano ritenuto fruttuoso investire nella conservazione di una delle culle del loro padre spirituale. E così la natura, da queste parti particolarmente tosta, si riprende quel che era suo con la complicità dell’incuria umana.

Non gliene può fregare di meno al fan che su una parete ha vergato con una bomboletta spray: «Sto benissimo with a little help from my friends». O all’altro che ha scritto: «Fate l'amore non la guerra». Parole sante, ma un po’ impopolari di questi tempi. Su un muro, il Dalai Lama. L’ultimo timoniere spirituale per gli inesausti e inquieti occidentali impegnati nella perenne ricerca del passaggio a sud-est verso la salvezza dell’anima. Che il vento vi sia propizio. Alzate le vele e non lasciatevi alle spalle macerie come queste.

 

 

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