Route 66, il tramonto della leggenda

La ruggine del sogno

Reportage di LANFRANCO VACCARI

Barton (Nuovo Messico). Dopo essersi autoproclamato «guardiano della strada», Bob Audette ha tirato fuori un vecchio cinturone da cowboy, con una regolamentare pistola a tamburo infilata nella fondina, e lo ha appeso a un chiodo accanto alla porta d'ingresso di casa sua. Un modo per far sapere a tutti che faceva sul serio. È successo una quindicina d'anni fa. «Anzi, siccome ci sono date che passano alla storia, è il caso di essere più precisi. Era il 13 ottobre 1984», dice lui. Quel giorno a Williams, Arizona, venne inaugurato l' ultimo tratto della I - 40. Lungo una decina di chilometri, era una sorta di tangenziale che evitava il centro - città e sfiorava la periferia settentrionale. Con un paio di decenni di ritardo sul programma lanciato a metà anni Cinquanta dal presidente Dwight Eisenhower, la vecchia Route 66 era così definitivamente bypassata.

 

Bob Audette

 

Ormai si poteva andare da Chicago a Los Angeles senza mai uscire dall'autostrada (se non per fare benzina). Ci fu una parata, con la banda, le majorette, i discorsi e tutto il resto. Venne anche sepolto un semaforo, simbolo di un'epoca che tramontava. Le cerimonie ebbero molto spazio sui giornali e nei notiziari televisivi. Qualche giorno dopo, a Washington, si riunì la commissione federale Strade e Trasporti. All'unanimità , i suoi membri votarono per derubricare la Sixtysix dall'elenco ufficiale. Forti delle loro burocratiche certezze, erano onestamente convinti che un atto notarile, nella sua banale solennità , sarebbe bastato a far sparire per sempre quella che John Steinbeck aveva definito «la madre di tutte le strade». Si sbagliavano. Non si cancella così una strada di 3.666 chilometri lungo la quale, per più di mezzo secolo, l'America ha srotolato la sua anima, si è cercata ed è fuggita da sé , in qualche modo continuando a inseguire quella felicità cui la Dichiarazione d'Indipendenza le dà diritto. Non si può cancellare una strada che, dice Audette, «è come Elvis Presley: non morirà mai».

 

Chicago, km 0 della Route 66

 

La Route 66 cominciava a Chicago, all'incrocio fra Jackson Boulevard e Michigan Avenue, proprio davanti al Museo d'arte moderna. Attraversava tre fusi orari e otto Stati: Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona, California. Finiva a Los Angeles, sul Pacifico, dove Santa Monica Boulevard si consegna a Ocean Avenue. L'avevano costruita sovrapponendola in parte ad antichi sentieri indiani, in parte a vecchie piste di pionieri e in parte facendola correre parallela a una delle ferrovie che avevano conquistato il West, la Santa Fe. Era stata inaugurata nel 1926.

Calvin Coolidge era presidente. La metà femminile del Paese era in lutto per la morte, a 31 anni, di Rodolfo Valentino, un emigrato italiano venuto in America sognando di fare l'agricoltore e diventato invece il primo fenomeno di idolatria da celluloide. Fred Astaire, non avendo ancora scoperto Ginger Rogers, ballava con sua sorella Adele. Henry Ford abbassava il prezzo delle automobili, una decisione che avrebbe cambiato per sempre la vita degli americani. Barton era ancora una vera cittadina con un funzionante ufficio postale e Bob Audette nasceva a Tulsa, Oklahoma, due Stati più a est.

«Qualche tempo dopo i miei si sono trasferiti ad Albuquerque, 34 chilometri più a ovest di qui. Sono cresciuto là», racconta. «Poi mi hanno chiamato per andare alla guerra: sono finito nel deserto del Mojave, con il generale George Smith Patton, che aveva trovato il posto per addestrarci a combattere contro il suo collega Erwin Rommel. Di ritorno dall'Europa, ho lavorato fra Chicago e Los Angeles, a costruire ponti. Il giorno in cui sono andato in pensione, ho comprato questa casa. Quindi, se mi chiedete quando sono tornato sulla Sixtysix, non so rispondere. Perché in realtà non l'ho mai lasciata. Dal giorno in cui sono venuto al mondo, non ho fatto altro che percorrerla da un capo all'altro. Mi ci specchio dentro. È, insieme, la mia biografia e la mia antologia». Molto di più, quelle di un intero Paese.

 

Henry's

 

Per un insieme di coincidenze, sogni, ricordi, canzoni, avventurieri, disperati, emigranti e gente che se ne andava semplicemente in vacanza, sulla Route 66 si sono uniti nell'immaginario americano la strada e l'automobile. Insieme, combinano novità e nostalgia. Confermano quel verso di Walt Whitman, il poeta laureato americano dell'Ottocento, che molti considerano un inno premonitore: «Oh, strada aperta, tu mi esprimi meglio di quanto non riesca io stesso». Permettono di riaprire quella frontiera che la ferrovia aveva chiuso dentro binari obbligati, restituendo libertà individuale e un senso di scoperta perduto. Consentono di abbandonare una vecchia vita, di cercarne una nuova e magari, nel frattempo, di essere se stessi. Per tutti - quelli che guidano per ricordare o per dimenticare, per trovarsi o per perdersi - ribadiscono l'elemento centrale dell'American way (via, non stile) of life: il cambiamento come immutabile premessa, il movimento come comportamento fisso, la precarietà come condizione permanente e un orizzonte che svanisce come obiettivo duraturo.

Alla periferia di quella che allora era Chicago, dove Jackson Boulevard diventa Ogden Avenue, la Route 66 attraversava Cicero. Al Capone e la sua banda ne avevano scavato i sotterranei fino a ottenere una serie di gallerie che collegavano depositi clandestini di alcol, case da gioco e bordelli, alla faccia di Elliott Ness e degli Intoccabili (fino a quando il presidente Franklin Delano Roosevelt annunciò alla nazione che «è venuto il momento di farci una birra»). Poi infilava le cittadine in cui Abramo Lincoln aveva fatto l'avvocato e aveva invano cercato di dissuadere alcuni entusiasti cittadini a intitolargliene una («Purtroppo, niente di memorabile porta il mio nome»), prima di entrare alla Casa Bianca e nella storia. Passava il Mississippi, il Grande Fiume di Mark Twain, con forse l'unico ponte ad angolo ottuso mai costruito e oggi chiuso ma, per fortuna, non smantellato: John Carpenter l'ha fatto addirittura diventare il set del film «Fuga da New York». Quasi entrava nelle grotte di Meramec, che Jesse James, il bandito, usava come nascondiglio fra una rapina e l'altra, compresa quella alla banca di Baxter Springs, Kansas, dove nel 1876 rubò l' incredibile somma di 2.900 dollari: è più avanti sulla Sixtysix e una targa ricorda l' avvenimento sul muro esterno dell'edificio diventato sede del Murphey's Restaurant. Arrivava a Springfield, Missouri, nota per almeno tre cose memorabili. Nel 1865 Wild Bill Hickok fece fuori in duello un tale Dave Tutt, colpevole di averlo ripulito a poker e, soprattutto, di aver mostrato in pubblico l'orologio che gli aveva dato in pegno nella speranza di guadagnare tempo (letteralmente) e di rifarsi.

 

Chain of Rocks bridge

 

Nel 1947, Sheldon «Red» Chaney aprì una finestra laterale nella casetta di legno in cui vendeva hamburger e fu il primo a chiamarlo drive-in (o almeno così pretendeva). Qualche anno dopo, ci è nata l'attrice Kathleen Turner e da allora non è più successo nulla. In Oklahoma la Route 66 raccoglieva i disperati emigranti raccontati da Steinbeck in «Furore». Raggiungeva Amarillo, Texas, dove nel 1882 due allevatori, J.F. Glidden e H.B. Sanborn, inventarono il filo spinato, lo usarono per delimitare i loro ranch e lo brevettarono. Poi, finalmente, si apriva il West. Nel dopoguerra, vi si riversarono otto milioni di americani, un esodo 16 volte superiore a quello degli anni Trenta. Erano in cerca di fortuna e, contrariamente ai protagonisti del libro di Steinbeck, sapevano di trovarla.

L'America era un Paese ricco, ormai, e la sua colonna sonora non erano le strazianti ballate di Woody Guthrie ma l'ottimista pop-swing-blues di Bobby Troup. Tornato dalla guerra nel Pacifico con il grado di capitano dei Marines, Troup guardò la cartina degli Stati Uniti e decise che c'erano solo due posti in cui avrebbe potuto avere successo come compositore di canzoni: New York o Los Angeles. Scelse la seconda, si mise in macchina con la moglie e un paio di valigie a Harrisburg, Pennsylvania, e quando arrivò sul Pacifico aveva già composto «Get your kicks on Route 66». La fece ascoltare a Nat King Cole, che la trasformò in un immediato successo. All'ultimo conteggio, ha avuto 110 interpreti, compresi Perry Como e Bob Dylan, Paul Anka e Van Morrison, i Manhattan Transfer e i Rolling Stones. Non è altro che un sommario di geografia, con un ritornello che si può tradurre in «Divertiti sulla Sixtysix». Ma è stato sufficiente perché l' America adottasse Troup come suo nuovo profeta e la canzone come suo nuovo inno (anche perché adesso, in fondo alla strada, c'era Disneyland). La Route 66 è stata così consegnata all'immortalità. Niente, neppure quella micidiale pialla di esperienze che è l'enorme ragnatela di autostrade ormai estesa a tutto il Paese con le sue fatali appendici, le catene di motel e i fast food in franchising, avrebbe potuto ucciderla. Ha avuto ragione Bob Audette - e senza neanche dover mettere mano alla Colt. (Corriere della Sera, 20 settembre 1999) Fine seconda puntata, continua. Per leggere quella precedente, clicca qui.

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