Route 66, la madre di tutte le strade

Route 66, un tratto del vecchio tracciato. Fondo rappezzato e caduta massi.

Reportage di LANFRANCO VACCARI

Hydro (Oklahoma). Lucille Hamons se li ricorda ancora, «quelli con i materassi sul tetto delle macchine». Arrivavano «come sciami di mosche» e viaggiavano su Dodge, Chevrolet, Buick, Ford, ma anche Hudson, Nash, Apperson, Chalmery o Graham, marchi che si sono persi nel tempo. Quasi sempre erano state modificate in approssimativi camioncini, «perché quello che non riuscivano a vendere, lo bruciavano sull'aia, prima di partire».

Dusk on Route 66

Da dietro al bancone di una delle più famose stazioni di servizio del Mid West, ormai ridotta a un impolverato stanzino riempito di ricordi e fantasmi, della vecchia Lucille spunta solo la faccia. La pelle è ingiallita come le foto e si è raggrinzita come i ritagli di giornale che si sono accumulati nei decenni. A 84 anni, nient'altro che l'ostinato attaccamento a un'altra America - e a quella che è stata la sua vita - la fa in qualche modo sopravvivere in quest'angolo d'Oklahoma, dove la terra diventa rossa ed è visivamente percepibile, nell'orizzonte agricolo, il passaggio dalle ragionevoli fattorie delle pianure centrali agli sconfinati ranch del Texas.

Era un'America che, mentre scriveva la sua storia, le passava davanti e si fermava a far benzina o a comprare una Coca-Cola. Era un'America impoverita dalla Grande Depressione e dalla siccità che trasformò in deserto una fascia agricola fino ad allora (e subito dopo ancora) straordinariamente ricca.

Lucille Hamons

Era l'America che, giusto 60 anni fa, John Steinbeck fissò nelle pagine di Furore. A rileggerlo ora, è un (ottimo) romanzo di propaganda politica, un (curioso) affresco intonato al realismo socialista, dominato da una visione manichea in cui solo i poveri sono brava gente e tutti i ricchi cattivi, pesantemente influenzato da quella corrente letterario - proletaria raccolta attorno a riviste come The Liberator e The New Masses, cui faceva capo anche John Dos Passos. Furore vinse il premio Pulitzer e, all'inizio del '40, uscì nella versione cinematografica girata da John Ford, un maestro di ogni genere epico, dal vecchio West dei cowboy e della corsa all'oro a quello più recente degli agricoltori in fuga per non morire.

Racconta l'epopea della famiglia Joad nella sua biblica migrazione dall'Oklahoma alla California, il Paese «del latte e del miele». Scappavano, i Joads, da tempeste di sabbia simili a quella del 10 e 11 maggio 1934, quando il vento sollevò 300 milioni di tonnellate di terra dai campi di una vasta regione da allora in poi conosciuta come il Dust Bowl, il catino di polvere. E non avrebbero trovato la terra promessa, ma l'umiliazione di lavori sottopagati, di padroni semi-schiavisti, di condizioni di vita bestiali.

Il camioncino dei Joads (dal film Furore di John Ford)

John Steinbeck ci lavorò un paio d' anni. Come molti scrittori della sua generazione, riteneva che non ci fosse più nulla da «creare», l' essenziale essendo ciò che si è osservato. Della trama, e dei personaggi per riempirla, non inventò nulla e aggiustò ben poco. Li ricavò, quasi di peso, dal materiale raccolto per un' inchiesta giornalistica commissionatagli dal quotidiano San Francisco News e pubblicata, in sette puntate, a metà ottobre del 1936. Oltre che alla moglie Carol, «che lo ha voluto», dedicò il romanzo a Tom Collins, «che lo ha vissuto», in quanto responsabile di un campo emigrati federale. Fu la sua definitiva consacrazione di scrittore, dopo il buon successo di Pian della Tortilla. Chiuse anche un capitolo della sua vita. Nelle sale era appena uscito il film, quando Collins, che in tre anni di frequentazioni poteva considerarsi suo buon amico, si presentò alla porta di casa Steinbeck, a Los Gatos, sulle colline di quella che allora era una valle coltivata a frutteti e oggi produce solo tecnologia informatica, tanto da aver cambiato il suo nome in Silicon Valley.

La trovò deserta. John e Carol si erano appena separati. Lo scrittore aveva traslocato, lasciandosi alle spalle gli emigrati dall'Oklahoma e Tom. Non si sarebbero mai più rivisti. Neanche l'America di Furore ha lasciato traccia, a parte qualche lampo nella memoria di Lucille Hamons e di pochi altri. In questo senso, potrebbe essere considerato un libro datato se non fosse per una straordinaria intuizione di Steinbeck.

Sono quattro capoversi, all'inizio del capitolo XII, pagina 128 della prima edizione. Descrivono il percorso degli emigranti e contengono la definizione fondante del più americano fra tutti i miti americani: «La Route 66 è il sentiero di un popolo in fuga, di gente che scappa dalla polvere e da una terra che si rattrappisce, dal rumore dei trattori e da proprietà che si dissolvono, dalla lenta invasione verso nord del deserto, dai devastanti venti che soffiano dal Texas, dalle inondazioni che non danno fertilità ai campi, ma anzi li spogliano della loro ricchezza. Da tutto questo la gente fugge, per confluire sulla Sixtysix da strade secondarie, piste per carri, viottoli di campagna. La Route 66 è la madre di tutte le strade, la via di fuga».

Gordonton, (North Carolina) nel 1939. Foto di Dorothea Lange

Cominciata con un dramma epocale, la mitologia della strada è continuata (non solo sulla Sixtysix) attraverso le fotografie di Dorothea Lange, le canzoni di Woody Guthrie e di Bobby Troup, i romanzi di Jack Kerouac e film come Easy rider, Un uomo da marciapiede, Sugarland Express, Duel, Lo spaventapasseri, giù giù fino ai Blues Brothers.

Ai disperati Okies degli anni Trenta si sostituirono, dopo la guerra (la cui industria aveva trasformato la California in un nuovo Eldorado), milioni di americani che avevano scoperto l'allegra leggerezza del benessere. E, a loro, una generazione in inquieta ricerca esistenziale. E poi ancora, dropout di genio, piccolo-borghesi angosciati, fuorilegge per caso o semplicemente gente convinta, come Dean Moriarty, il protagonista di On the road, che si dovesse andare, senza mai fermarsi finché non si fosse arrivati. Per andare dove? «Non lo so, ma dobbiamo andare». Questo, tuttavia, sarebbe venuto dopo.

Galena (Kansas). Autofficina con pompa di benzina negli anni Venti

Per la famiglia Joad, la 66 era soltanto la Main Street d'America, la strada che legava l'Est all'Ovest, Chicago e Los Angeles, l'unica porta per uscire da un presente catastrofico e per arrivare a un qualsiasi futuro, purché ce ne fosse uno. «Ne ho visti passare migliaia come loro», racconta Lucille Hamons. «E ho imparato a classificarli: tre materassi sul tetto volevano dire relativa ricchezza, due relativa povertà, uno lo avevano solo i poveracci. A molti ho dato da dormire anche se non mi potevano pagare la stanza. Altri, per qualche litro di benzina, mi hanno riempito di vestiti, animali, qualsiasi cosa. E quando non avevano più nulla, mi davano la macchina in cambio di un po' di dollari e proseguivano a piedi. Erano disposti a tutto pur di lasciarsi alle spalle tempeste che sbriciolavano la terra e duravano anche tre giorni. A volte, alle quattro del pomeriggio era così buio che dovevamo accendere le luci. Gigantesche onde di polvere sommergevano le case. La gente moriva di polmonite da sabbia. Stormi di anatre, accecate dalla tormenta, precipitavano al suolo. Mandrie intere morivano di sete. Le trivelle non venivano più usate per il petrolio, ma per cercare acqua».

Angel Delgadillo nella sua barberia a Seligman (Arizona)

Sulla Route 66 il traffico era così intenso che a Sayre, qualche chilometro più a ovest di Hydro, costruirono un passaggio pedonale (oggi chiuso da pesanti porte d' acciaio dipinte di bianco) sotto la strada che attraversa la cittadina. Le stazioni di servizio e i ristoranti stavano aperti 24 ore su 24. Più s'avvicinavano alla California, più gli Okies erano spinti avanti. «Quando arrivavano qui, i poliziotti avevano l'ordine di dare un paio di dollari a quelli rimasti senza benzina», ricorda Angel Delgadillo, che cominciò a tagliar capelli nel negozio di suo padre a Seligman, Arizona, nel '39, a 13 anni, e continua ancora oggi. «Per toglierseli dai piedi, non per solidarietà».

Ma a quel punto mancava poco. Ancora un paio di catene montuose, gli Halulapai e i Sacramento, e il deserto del Mojave. Da lì, la Sixtysix portava gli Okies dritti in un vicolo cieco, nella valle di San Joaquin, a mendicare un raccolto qualunque. Dopo migliaia di chilometri su una strada che comincia sulle sponde del lago Michigan e finisce su quelle dell'Oceano Pacifico, non arrivavano a vedere il mare. Doveva passare una guerra mondiale prima che chi si metteva sulla Route 66 riuscisse a vedere la fine della strada, quasi davanti al molo di legno di Santa Monica. E molti anni ancora prima che le autostrade urbane di Los Angeles facessero diventare il viaggio circolare, un moto perpetuo senza meta apparente. (Corriere della Sera, 12 settembre 1999) Fine prima puntata, continua

 

Route 66, 3.755 km da Chicago a Santa Monica

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