Si dice Woodstock, ma era Bethel

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Tre giorni di pace, amore e musica. Ma soprattutto di fango. Dal 15 al 17 agosto 1969, un mese dopo la passeggiata di Neil Armstrong sulla luna, in un ondulato prato della contea di Ulster, nello Stato di New York, uno sterminio di giovani si rotolò nella mota accoppiandosi alla rinfusa e fumando spinelli grossi come banane. Niente servizi igienici, nessuna assistenza sanitaria, una catastrofe finanziaria. Ma una pietra miliare nell'epica del rock.

Joe Cocker diventò una star planetaria da un giorno all'altro sgolandosi e brancicando nell'aria con quelle sue braccine da brevilineo mentre uggiolava With a Little Help from my Friends dei Beatles. I quattro di Liverpool, che si sarebbero separati di lì a poco, mancavano perché John Lennon avrebbe voluto sul palco la Plastic Ono Band di Yoko Ono. Capricci da innamorato. C'erano però i Creedence Clearwater Revival e gli Who, Santana e Arlo Guthrie, i Greatful Dead e Crosby, Stills, Nash & Young, Janis Joplin e Jimi Hendrix che suonò e storpiò in modo sublime l'inno americano Star Spangled Banner.

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Circolavano bevande corrette con dosi da cavallo di Lsd e altri acidi. I trip furono da sballo. Se lo ricorda bene Pete Townshend, il chitarrista degli Who. «Mi ci sono voluto parecchi giorni per tornare in me. Ricordo, sull'aereo che mi riportava a Londra, di aver passato tutto il tempo del viaggio incollato al soffitto della cabina. Dall'alto vedevo il mio corpo addormentato in poltrona e mi chiedevo come avrei fatto a rientrarvi». Ancora più fuori di sé era Joe Cocker. «I miei ricordi di Woodstock sono artificiali, me li sono costruiti vedendo il film che ne fu tratto». E aggiunge ridacchiando: «In realtà non ricordo neppure gli anni successivi. I Settanta sono stati per me un po' ...». Esita. «confusi e particolari». In quegli anni ebbe bisogni di aiuti più grandi che piccoli per disintossicarsi. E non solo dagli amici.

A organizzare lo smisurato raduno, fu un newyorchese di 24 anni, Michael Lang. Il terreno reso spugnoso e scivoloso da una pioggia senza tregua era dell'agricoltore ebreo Max Yasgur. Più appassionato di country che di rock, si era lasciato convincere da suo figlio a ospitare qualche ragazzo in camicia a fiori. A quello che di fatto è il primo rave party della Storia arrivarono in 500 mila e calpestarono 570 ettari di terreno agricolo senza badare ai confini dei poderi. Tre mesi dopo i vicini di Yasgur, non alieni a un certo antisemitismo, lo citarono in giudizio per avere provocato il degrado delle loro proprietà. Demoralizzato, Yasgur si sbarazzò di tutto e morì di un attacco cardiaco quattro anni dopo.

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Anche se tutti parlano di Woodstock, cittadina di poco più di seimila abitanti prediletta dagli artisti che da sempre qui vivono, lavorano e vi si fanno seppellire, al punto da avere un cimitero tutto loro, separato da quello municipale, l'evento si svolse a Bethel, a una settantina di chilometri di distanza.

Lo spirito hippy si conserva oggi non lontano da qui, a Mount Tremper, nella catena dei Catskills, meta di legioni di autostoppisti barbuti in tenuta da figli dei fiori. In un colossale granaio, è installato il più grande caleidoscopio del mondo. Stesi a terra con gli occhi rivolti al cielo si assiste per rifrazioni al più birichino e sgargiante riassunto della storia americana: trentasei volti di Benjamin Franklin si trasformano in foglie di marijuana su uno sfondo di musica New Age. (is)

Max_YasgurMax Yasgur. 

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