Aosta, gli Argonauti sono passati di qui

Gli scavi saranno visitabili da giugno 2016

 

 

di Enrico Martinet

 

 

Goffi e rumorosi, i denti della ruspa agganciarono una grande lastra grigia, lunga, sagomata, spessa non più di dieci centimetri. Era il 1969, vicino alla piccola chiesa di Saint-Martin de Corléans, nella zona Ovest di Aosta. La lastra sembrava un uomo di pietra, forse un dio. In quell’anno in cui gli studenti infiammavano vie e piazze con gli slogan del maggio francese, dalla terra bruna di Aosta emerse l’area megalitica più grande d’Europa. Un ettaro in cui ancora sono custoditi segreti del terzo millennio avanti Cristo, in quel basso Neolitico in cui gli uomini partirono dalle sponde del Mar Nero per seguire rotte a ventaglio in tutta Europa, lungo i grandi fiumi, in cerca di metalli. Le ruspe si fermarono: avrebbero dovuto scavare le fondamenta di tre condomini. Fu rovina per l’impresa edile, meraviglia per gli archeologi. Le pale meccaniche vennero rimpiazzate da uomini con attrezzi molto più delicati per lo scavo. Li guidava un giovane studioso, Franco Mezzena, che non voleva credere ai suoi occhi.

 

 

Ecco come si presentava il sito poco dopo la sua scoperta, nel 1969JPG

 

 

Il primo scavo 47 anni fa
A giugno (2016, ndr), 47 anni dopo quegli scavi leggeri, interrotti e ripresi, aprirà la grande struttura del museo che farà da tetto a quell’ettaro di storia. Gli uomini di pietra, stele alte fino a tre metri, riprenderanno il loro posto. Statue erette in un pantheon da una civiltà ancora de decifrare, capace di navigare, di seguire il corso dei fiumi e lasciare i monumenti a memoria di una cultura diffusa in tutta Europa. Dalla Crimea all’Ucraina, dal Mar Nero, dal Caucaso fino alle rive di Rodano, Reno, Danubio. E poi nelle valli alpine, vie obbligate per valicare la grande cerniera di montagne. Fra queste quella della Dora Baltea. Quella civiltà resta avvolta in una nube di mistero. Sappiamo che arrivò in mezzo alle montagne cinquemila anni fa. E dopo un millennio, gli uomini che la rimpiazzarono usarono quei principi di pietra o dei per costruire un cimitero, tombe gigantesche, una dalla forma di prua di nave. L’area megalitica di Corleans presuppone la presenza, nella piana della Dora, di una città importante: un ettaro dedicato ai riti dei vivi, poi alle sepolture. Le pagine di storia scritta in strati di terra sovrapposti, mostrano arature agricole e sacre, i riti della semina dei denti che possono ricondurre al mito di Eracle, oltre 40 stele antropomorfe, allineate in un viale monumentale, e una fila di 24 pali orientati con le stelle: da Orione all’Orsa Maggiore, che è la costellazione-indirizzo per la Valle d’Aosta ai tempi dei Celti. Importante per gli studi: le stele di questo tipo sono sempre state trovate in modo sporadico, mai in un sito così vasto.

 

 

Il «contenitore» del parco archeologico di Saint Martin de Corléans, ad Aosta

 

Una leggenda cittadina
Aosta scopre che una sua leggenda potrebbe essere testimonianza di una realtà antica. Fra i suoi nomi pre-romani c’è Cordelia. Ne parlò lo storico Jean-Baptiste De Tillier, segretario del Ducato di Aosta nel Settecento. Cordele esiste ancora oggi, è sulla costa turca del Mar Nero, nell’antica Anatolia. Da lì salparono gli Argonauti, Giasone e lo stesso Eracle. Potrebbero essere stati la scorta armata degli scienziati che cercavano metalli nel Neolitico. «Questa era la tecnologia nuova all’epoca», ricorda Mezzena. Ipotesi affascinante, forse l’unica che spiega il popolo nomade che risalì l’Europa lasciando gli uomini di pietra. Gli scalpelli hanno inciso vesti di fibre tessute o intrecciate, con rombi e quadrati bicolore, di uomini, principi o dei in armi: pugnali e scuri. (La Stampa, 20 febbraio 2016)

Per saperne di più, leggi qui L'area megalitica di Aosta di Franco Mezzena

 

 

Una stele antropomorfa del sito di Aosta

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