Birmania, il popolo dei motorini

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Testo di Ivano Sartori – foto di Silvia Tenenti

Le marmitte non sono catalitiche. Le sospensioni sono tali da costringerti ad alzare il sedere ogni volta che incocci in una buca non aggirabile. Flessioni continue. Le giunture scricchiolano e cantano, ma ti senti un drago in sella a questi motorini, scooter e moto cinesi che sono la gran parte del traffico in Birmania, oggi Myanmar.

A Yangon, già Rangoon, così come nello sprofondo della giungla dove si trova Naypyidaw, la nuova capitale scelta dai dittatori in base agli oroscopi, così come nei più piccoli villaggi, ci si sposta perlopiù su due ruote. Per possederne quattro (di ruote) bisogna esser notabili, operatori turistici, uomini d’affari o appartenere a poche altre categorie privilegiate.

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In tutto il Paese, possedere una moto o uno scooter è un segno di successo. Se non vai a piedi e neppure in bici vuol dire che non sei più Terzo Mondo, ma economia in via di sviluppo. Quando sgasi esce una nuvola di fumo nero segno di ottani discutibili, ma che importa. Meglio spargere veleno che camminare o pedalare come uno sfigato qualsiasi. I miti della meccanica si somigliano in tutti i Paesi del Mondo, sia esso primo secondo o terzo.

La motoretta birmana è l'inizio di una crescita sociale che minaccia di essere più lunga e faticosa di quella italiana degli anni Cinquanta quando un qualsiasi muratore poteva cavalcare una Vespa o una Lambretta, Un Motom o un Guzzino, un Galletto o un piccolo Gilera, tutta roba di produzione nazionale mica importata come questa.

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Il motorino birmano non è status symbol Non status symbol di cui vantarsi, bensì mezzo da sfruttare per tutti gli usi. La Birmania motociclistica non è la ricca Thailandia dove i centauri fermi ai semafori a frotte sembrano tutti dei Valentino Rossi in pista sulla Yamaha. È motorizzazione anarchica. Sregolata come quella vietnamita ma più sparuta. A gambe unite sullo scooter o a cavalcioni della moto, puoi permetterti di tutto: infilarti il casco o no, fumare, piangere o cantare, telefonare, portare a casa la spesa o trasportare un televisore da riparare, mangiare un frutto, chiacchierare con chi ti sta dietro o davanti. Poche cose non si possono fare con un motorino birmano.

I bambini, che anche qui diventano adulti per imitazione,  amano una cosa più di ogni altra: stringere i pugni attorno a quel che resta del manubrio per fare come papà, per imparare a guidare. E lo fanno con l’aria sussiegosa che hanno sempre i piccoli quando vogliono darsi arie da grandi.

Più che proteggersi la testa con il casco, bambine e scooteriste badano a proteggersi il volto con il thanaka, la crema cosmetica ottenuta dal legno di una sorta di acacia di cui tutti si cospargono le guance, anche in pubblico, anche gli uomini. Se ti proteggi la pelle quando vai a piedi, figurarsi se non bisogna farlo con l’aria cruda che ha le unghie sporche di smog e ti graffia mentre ingrani la quarta.

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Senza i motorini la Birmania sarebbe più buia. Mandalay, illuminata di giorno dai bagliori d’oro delle pagode e degli stupa, precipiterebbe ogni notte nelle tenebre se non fosse rischiarata dai fari delle moto che suppliscono alla carenza di lampioni. Non sempre la moto porta benefici. Nel 2007, gli studenti che parteciparono ai cortei di protesta insieme ai monaci, furono arrestati a centinaia: i poliziotti, che li avevano filmati, li identificarono in base alle targhe dei motorini. I centauri sono sempre stati la scorta motorizzata del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi le poche volte che «la Signora» ha potuto manifestare in pubblico per il ritorno del Paese alla libertà e alla democrazia.

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Che uno scooter o una moto non possa portare più di una o due persone a seconda della cilindrata è una mania nostra, un vizio tutto occidentale, un capriccio di noi europei che sprechiamo spazio per eccesso di prudenza e per vendere più moto. Perché limitare il numero dei passeggeri quando la struttura è abbastanza robusta da trasportarne tre, quattro o addirittura cinque? In tutto l’Est asiatico, dalle coste occidentali dell’India al Golfo del Tonchino, una moto è come da noi il maiale: non se ne butta via neanche un pezzetto. Neanche un centimetro quadrato di sedile. E ci sono pure i posti in piedi. Soprattutto in Birmania. Mentre nei Paesi in via di sviluppo l’auto sta soppiantando moto e scooter, qui le due ruote sono maggioranza schiacciante.

Perciò il birmano che abbia la fortuna di possedere un motociclo si ingegna per stipare l’intera famiglia tra il fanale anteriore e il fanalino di coda, con esiti spesso felici e fantasiosi. Se a Bangkok i mezzi a due ruote sono sciami di calabroni minacciosi, moto di grossa cilindrata cavalcate da ragazzi smilzi con il volto nascosto da celate di plastica trasparenti, in Birmania gli scuteristi danno piuttosto l’idea di vespe ronzanti, di falene impazzite.

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I motorini hanno personalità e comportamenti che sono gli stessi di chi li guida. Mentre quelli con famiglia a carico procedono in linea retta e con rettitudine, quelli con a bordo giovani coppie eterosessuali si abbandonano a giravolte e piroette, danze d’amore che terminano in una radura e finiscono nella spirale dell’accoppiamento. Per non parlare dei motorini degli adolescenti in calore che sbandano in tutte le direzioni e culminano in corteggiamenti fatti di impennate e serenate eseguite con  l'acceleratore.

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A ogni coppia di giovani maschi in scooter corrisponde almeno una coppia femminile in scooter. A volte le ragazze sono tre con un solo mezzo. C’è sempre una sorella o un’amica di troppo da accollarsi. Ragazzi e ragazze si rincorrono e fronteggiano come in un autoscontro. Al posto del cozzo simbolico, un sorriso o una smorfia. Un'accelerata e la danza dell'amore ricomincia. Succede nella capitale come nelle campagne più remote, dove interi pezzi di vicinato vanno a lavorare nei campi su carri trainati da piccoli trattori a due ruote tanto puzzolenti quanto resistenti, muli meccanici di fabbricazione cinese. In quei lontani villaggi, il motorino è più che mai un idolo, un oggetto di culto da esibire sulla piazzetta di domenica, lustro di lavaggio e inghirlandato di ammennicoli. Lo vedi al centro di un crocchio come l’attrazione di un luna park appena arrivato. E, come su una giostra, sono in molti a chiedere di poter fare un giro.

Si stabiliscono gerarchia e prezzi. Passano di mano banconote di piccolo taglio unte e stropicciate. Gli astanti applaudono o fischiano l’abilità o meno dei centauri. Per un italiano è uno spettacolo già visto in qualche film neorealista, quando l’Italia era contadina e la città industriale spezzava l’isolamento delle campagne con corazzate invincibili quali  la tivù e la Cinquecento.

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Ma da noi era la democrazia, mentre qui è la dittatura. In Birmania, dove la televisione è controllata dai generali asserragliati nella nuova capitale assediata dalla foresta, dove la speranza che qualcosa cambi è affidata a una Signora tenace e a una miriade di monaci, uno dei tanti modi per tirarsi fuori dalla fatica di tutti i giorni è una corsa in scooter. Si cambia marcia non potendo cambiare né il mondo né il governo.

Correre lungo strade piene di buche, coprire di polvere le donne e ragazzini che, accovacciati sul ciglio, spaccano e sminuzzano pietre da impastare all’asfalto per migliorare il fondo stradale, è un modo facile per consolarsi, per sfogare la rabbia, per sfuggire la noia.

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Su quelle strade con l’asfalto più liscio correranno senza scossoni le auto dei generali, i pullman dei turisti e gli stessi motociclisti che sembrano i veri padroni del Paese. E lo sono, perché hanno gli anni e il futuro dalla loro parte. Ma oggi, in questo Paese impermeabile alla democrazia, i ragazzi e le ragazze con i motorini sono soltanto falene che svolazzano attorno alla lampadina di una felicità fragile e immaginaria. Moscerini in gabbia. Ma non per sempre. La moto non sarà un mezzo per evadere dalla gabbia, ma è pur sempre un ottimo mezzo per esplorarla. Fino a che non si trova una vera via di fuga.

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