California, nella Death Valley le pietre camminano

Una panoramica notturna di Racetrack Playa. Nel cielo è visibile la Via Lattea e sul terreno le tracce lasciate da una pietra

 

In un angolo del deserto della Valle della Morte, ci sono pietre che si spostano da sole. Un fenomeno, una bizzarria della natura, che gli scienziati sono riusciti a spiegare dopo decenni di indagini.

«L'uomo che conosce il segreto del deserto non può invecchiare», dice un proverbio. Sapremo nei prossimi anni se Brian Jackson e Richard Norris beneficeranno di tale credenza. Uno astronomo, l'altro paleobiologo, i due americani hanno da poco svelato il mistero di una delle più celebri zone aride del mondo, la Valle della Morte, dove le pietre «camminano».

In questa regione inospitale, rannicchiata tra i rilievi dell'entroterra californiano, c’è una pianura chiamata Racetrack Playa. Là, lontano da sguardi curiosi, rocce scure più o meno massicce, cadute dalle vicine falesie di dolomite, si spostano, lasciando dietro di sé, sul suolo screpolato, i solchi del loro passaggio. E davanti, un cuscinetto di sabbia, a dimostrazione che sono state spinte (o trascinate?). Ma da quale meccanismo? Per anni, diverse squadre hanno avanzato ipotesi serie o assurde, fino a quando una di esse ha potuto finalmente assistere al fenomeno in diretta.

 

 

I solchi conservati nel fango secco mostrano i percorsi delle rocce

 

La prima teoria fu quella dell'effetto del vento, sostenuta nel 1948 da James McAllister, dell'United States Geological Survey. Poco dopo, nel 1953, un avventuriero, affascinato dal mistero, si posò su questa distesa con un piccolo aereo. E notò che i getti d'aria generati dai motori dell’apparecchio avevano smosso qualche pezzo di roccia. Poteva essere una pista da seguire? La scienziata Paula Messina, dell'Università di San José, dal 1996 si è dedicata allo studio della questione, tentando di spiegare come le colline della vallata possono assecondare movimenti d'aria abbastanza forti da smuovere le pietre.

Per parecchi anni, la ricercatrice ha individuato il percorso di 162 di queste pietre, dando a ciascuna di esse un nome. Secondo lei, il fango che ricopre la zona quando pioviggina fa scivolare le pietre, spinte dal vento. Ma un semplice calcolo ha dimostrato che per spostare una roccia di tre chili occorrono raffiche di vento di oltre 180 chilometri orari, cioè molto più potenti delle correnti d'aria rilevate a Racetrack Playa. Senza contare che certi macigni, come «Karen», arrivano a pesare 320 chili. E poi le scie somigliano più a quelle di una slitta tirata sulla neve che a quella di una roccia che incide il suolo. Il che è incompatibile con la teoria dei venti.

 

I tracciati lasciati dalle pietre semoventi.

 

Tra gli studi di McAllister e quelli di Messina, sono state avanzate diverse ipotesi: la comparsa di alghe che avrebbero fatto da tapis roulant alle pietre quando la pianura si riempie d’acqua; il ruolo svolto da animali non ben identificati; fenomeni sismici, meteorologico o magnetici sconosciuti, fino all'inevitabile intervento di extraterrestri. Nessuna di queste spiegazioni ha potuto produrre prove.

Fin dall’inizio i ricercatori avevano messo in conto tra le possibili concause del fenomeno il freddo glaciale che regna in questa pianura di quattro metri e mezzo per due, a 1.130 metri di altitudine. Durante l'inverno, le tempeste depositano un sottile strato di neve che, al primo apparire del sole, si trasforma in una fine pellicola d'acqua, che gela durante la notte. Nel 1955, il geologo californiano George Stanley fu il primo a integrare questo parametro nell'equazione delle pietre che si muovono. Secondo lui, d'inverno, quando si creano questi depositi d'acqua, le pietre restano imprigionate da placche di ghiaccio di parecchi metri quadrati che si formano sulle loro superfici e, spinte dal vento, vanno alla deriva. Ma nel 1970 due suoi colleghi misero alla prova questa teoria rinchiudendo due lastre di ghiaccio, con una pietra ciascuna, in un «recinto» di picchetti metallici distanti 50 centimetri l'uno dall'altro, per impedire che si spostassero. Tornati per vedere l'effetto della loro trappola, constatarono con stupore che una pietra era scappata dal suo recinto, mentre l'altra era rimasta al suo posto.

 

Richard Norris osserva alcune rocce che hanno lasciato tracce sulla Racetrack Playa, nel Death Valley National Park.

 

Parecchio tempo dopo, durante una visita in questa zona, due studenti dell'Università dell'Arizona, Brian Jackson e Ralph Lorenz, si appassionano al mistero di Racetrack Playa. Nel 2007, all'arrivo dell'inverno, installano nella valle una batteria di strumenti: anemometri, termometri, videocamere. Ma fanno sempre fiasco. Nessuna pietra si sposta. «Abbiamo fatto lo stesso dei progressi», si consola Brian Jackson sulla rivista Physics World. «I dati che abbiamo raccolto dimostrano che la Valle della Morte è un luogo molto dinamico, dal punto di vista meteorologico».

Come il suo accolito, Brian Jackson è convinto del ruolo importante svolto dal ghiaccio flottante. E i due cercatori avanzano l'ennesima ipotesi: imprigionando una pietra, il ghiaccio le procura una sorta di salvagente. Anche se questo non la fa del tutto scivolare, la pietra viene un po' sollevata dalla spinta di Archimede applicata a essa e alla sua ciambella di ghiaccio. Grazie alla quale si riduce l'attrito con il terreno e, con l'aggiunta della spinta del vento, la pietra si muove. Ralph Lorenz avalla questa ipotesi dopo averla sperimentata su scala ridotta nella sua cucina. Resta da dimostrare nella realtà.

 

 

 

Sul posto, nel 2012, i due compari si imbattono in una nuova stazione meteo, su cui ‘è un’etichetta con il numero di telefono di due scienziati cugini: Jim Norris, ingegnere, e Richard Norris, della californiana Scripps Institution, pure loro intenzionati a risolvere l'enigma di Racetrack Playa. In maniera inedita, applicando dei Gps alle rocce semoventi. Il che fa ridacchiare Ralph Lorenz, scettico sull'utilità del ricorso al geoposizionamento satellitare per studiare gli improbabili spostamenti delle pietre. «Pensavo che fosse l'esperienza più noiosa della storie delle scienze», dichiarò alla rivista Nature. Ai protagonisti della ricerca non restava che attendere gli sviluppi.

L'attesa non durò a lungo. Nel dicembre 2013, durante una visita di routine, i cugini Norris si stupiscono di vedere Racetrack Playa scintillare come uno specchio: una sottile crosta di ghiaccio si è formata su una pellicola d'acqua spessa da cinque a sette centimetri, provocata dalla burrasca dei giorni precedenti. La sorpresa ancor più grande l’avranno tre giorni dopo: la mattina del 21 dicembre, il guscio di ghiaccio, scaldato dal sole, lascia apparire qualche perdita d'acqua. E alle 11, e 37 minuti, le sottili lastre cominciano a incrinarsi. Poi, destabilizzate dalla brezza di 10-15 chilometri orari, cominciano a muoversi. E a spingere ai lati certe pietre poste sul fondo melmoso. Tutto finirà qualche decina di minuti più tardi, quando le placche di ghiaccio si sono ormai liquefatte.

È bastato comunque ai cugini Norris per osservare le tracce fresche che si sono lasciate dietro 60 rocce. Le informazioni trasmesse dai Gps attestano che si sono spostate di diversi metri. Meglio ancora il 9 gennaio 2014, quando Ralph Lorenz e James Norris filmeranno il fenomeno.

 

 

«Quando precise condizioni meteorologiche coincidono (tempesta di neve seguita da una notte gelata e poi, il mattino successivo, una brezza e il sole), la grade forza laterale esercitata anche da uno strato di ghiaccio fine di qualche millimetro può spingere le pietre come un bulldozer», talvolta per centinaia di metri, spiega Brian Jackson, oggi docente all'Università di Stato di Boise, nell'Idaho, che ha co-firmato questi risultati nel 2014 sulla rivista PloS ONE. «Questo evento resta molto raro, dura qualche minuto, più o meno ogni due anni», spiega Ralph Lorenz a Nature. E riconosce che «risolvere il mistero di Racetrack Playa non rappresenta esattamente un grande successo scientifico. Comunque mette in evidenza condizioni particolari che possono provocare lo spostamento delle pietre da sole...». Mentre James Norris ha confidato al Los Angeles Times: «La soluzione del mistero mi ha in parte rattristato».

Senza rendersene conto, gli scienziati hanno posto fine a un altro strano comportamento delle rocce della Valle della Morte: la loro propensione a spiccare il volo dopo essersi mosse. La spiegazione possibile di questo enigma è sempre stata univoca: l'abitudine che hanno gli abitanti dei dintorni di raccogliere le pietre semoventi. Se si muovono, pensano costoro, devono avere virtù magiche. E una pietra magica in casa può sempre far comodo. Fino a che la spiegazione scientifica non gli toglie poteri e mistero. (Olivier Dessibourg, Le Temps, 14 dicembre 2015)

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