Everest, montagna tabù per i vegani?

Il massiccio dell'Everest

 

 

Un anno e un mese fa, il 25 aprile 2015, il tremendo terremoto che scosse il Nepal e le sue montagne aveva provocato la morte di 18 sherpa nelle vicinanze del campo base dell'Everest. Nella primavera del 2014, sedici portatori d'altitudine che stavano installando corde e scale sulla cascata di ghiaccio del Khumbu, lungo il cammino per la vetta, erano morti per una valanga di seracchi, gli enormi blocchi di ghiaccio che tengono in precario equilibrio i ghiacciai.

Due anni neri per la lucrosa industria dell'alpinismo che si è sviluppata sul tetto del mondo: nessuna spedizione commerciale ha più portato clienti sull'Everest (8.848 metri) nel 2014 e nel 2015. In questo mese di maggio del 2016, mentre le condizioni meteorologiche erano clementi, si è scatenata una sorta di corsa all'oro per tornare all'assalto delle ambite cime. Ogni anno, tutte le spedizioni commerciali, di clienti appassionati che pagano una fortuna per assicurarsi il servizio di guide professioniste e di portatori per arrampicarsi fino alla vetta, profittano del relativo bel tempo prima del monsone, che inizia di solito all'inizio di giugno, per fare la scalata.

 

 

Le cordate che scalano l'Everest sono ormai più lunghe delle code in attesa di un taxi

 

 

E quando molta gente si accalca nello stesso tempo sull'Everest, ci scappano le vittime. Diversi media di lingua inglese hanno riportato che almeno tre persone sono morte sulla montagna la settimana scorsa. Ma ciò che soprattutto ha attirato l'attenzione mediatica, è il destino tragico di una donna impegnata nella conquista delle Seven summits (le vette più alte di ogni continente): non tanto per il suo pedigree di scalatrice o per la sua nazionalità, ma solo perché era vegana.

 

 

Maria Strydom con il marito Robert Gropel

 

 

«Perché soffermarsi su un dettaglio riguardante la morte di una alpinista sull'Everest, come se essere vegani potesse esserne la causa?» scrive per esempio un internauta su Twitter, rinviando a un articolo sul Washington Post che ha fatto l'accostamento. E in Francia Le Nouvel Observateur non è stato da meno titolando: «Voleva mostrasi all'altezza dei carnivori. Un'alpinista vegana è morta tentando l'ascensione dell'Everest». Da questo ultimo ironico titolo sembra dedursi un legame di causa-effetto tra la scelta vegana e la morte di Maria Strydom, un'australiana di 34 anni, universalmente nota per il messaggio di sfida lanciato agli onnivori: «Vegans can do anything», i vegani possono fare qualsiasi cosa. Un atto di superbia che, nel momento delle disgrazia, le si è rivoltato contro. La scalata dell'Everest, insieme al marito, voleva essere un'ulteriore prova che il loro regime alimentare senza carne né pesce, né alcun prodotto d'origine animale costituiva un ostacolo per questo genere d'imprese.

 

 

Maria Strydom

 

 

«Si può, nello stesso tempo, essere vegani e atleti dalle eccellenti performance», afferma il dottor Frankie Philips, membro dell'associazione britannica dei dietologi, intervistato dalla Bbc sulla questione, «ma è più difficile». Grandi atleti come Scott Jurek, uno dei migliori ultra-trailer della storia, si attengono con successo a una dieta vegana. In ogni caso, non ci sono prove sufficienti e convincenti per stabilire una connessione tra regime alimentare e insufficienza di prestazioni.

Ogni anno, decine di scalatori professionisti o dilettanti muoiono sulle pendici innevate della catena montuosa più alta del mondo. Alcuni sono travolti dalle valanghe, altri precipitano tentando di aprire nuove vie su pareti verticali e ghiacciate, altri ancora muoiono di freddo o di fame dopo essere stati bloccati da una tempesta ad alta quota.

 

 

 

 

Sull'Everest, è spesso la mancanza di preparazione e di conoscenza dei pericoli della montagna a uccidere gli apprendisti arrampicatori. Nel suo libro Aria sottile, da cui è stato tratto il film Everest, l'alpinista e giornalista americano Jon Krakauer ha raccontato dall'interno la tragedia di una spedizione commerciale alla quale aveva partecipato nel 1996: otto rocciatori erano morti in prossimità della cima a causa della loro mancanza di allenamento e di una serie di errori commessi dalle guide. Jon Krakauer ha raccontato come si era stupito a vedere clienti infilarsi i ramponi - utilizzati per arrampicarsi su passaggi ripidi e ghiacciati – già al campo base. Una tecnica che si apprende di solito nell'iniziazione all'alpinismo.

 

 

Ed Viesturs sull'Aconcagua

 

 

Ed Viesturs, uno dei migliori rocciatori americani degli ultimi decenni, ha spiegato alla rivista Time, nel corso di un'intervista sugli ultimi incidenti, che è l'ossessione degli scalatori per la cima a perderli. «È la montagna a decidere quel che dovete fare. E dovete ascoltarla. Se l'affrontate a testa bassa, se pensate che una cosa debba essere fatta oggi, rischiate brutte sorprese». E gli arrampicatori dilettanti che hanno speso decine di migliaia di dollari – in media 50mila euro a persona – per l'ascensione dell'Everest sanno che non avranno una seconda possibilità per realizzare il loro sogno, a differenza dei professionisti che partono ogni anno in spedizione e sono finanziati da sponsor.

La montagna più alta del mondo non ha pietà per quegli alpinisti non abbastanza allenati che tentano di forzare il loro destino. La mancanza di ossigeno gli leva a poco a poco le forze e la lucidità. Un regime alimentare non abbastanza nutriente può mettere un alpinista in una condizione di debolezza e quindi esporlo a rischi maggiori? Il dibattito, aperto dalla morte di Marya Strydom, si è fatto in questi giorni appassionante.

 

 

Maria Strydom (al centro), il giorno del suo matrimonio

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