Ex Unione sovietica, fermata d’autobus

Ma quando passa la corriera?

 

 

Una colomba obesa che non riesce a spiccare il volo nell’immensa campagna del Kirghizistan, un gigantesco mosaico in Abkhazia, un ragno arrugginito in Estonia… Tra tutte le reliquie dell’ex Unione sovietica, le fermate d’autobus, con le loro monumentali sculture, sono quelle più patetiche e curiose. Al punto da incuriosire Christopher Herwig, un fotografo inglese che, prima vi si è imbattuto per caso durante un viaggio in moto e poi e tornato a cercare quelle eccentriche pensiline disseminate nello sterminato e dissolto impero sovietico. Dopo aver percorso 30 mila chilometri, visitato tredici Paesi appartenuti all’ex Unione e fotografato oltre mille siti, ne ha scelti 159 per il suo libro Soviet Bus Stop appena uscito in lingua inglese. Lo abbiamo sfogliato. Ci ha sedotti.

«Ho avuto l’idea di questa serie nel 2002, durante un viaggio in moto da Londra a San Pietroburgo. Mi ero posto l’obiettivo di fare almeno una foto ogni ora, per costringermi a notare cose alle quali altrimenti non avrei prestato attenzione. Durante il viaggio, avevo fotografato qualcosa nel’Europa occidentale, ma è stato a partire dalla Lituania che ho cominciato a stupirmi della diversità e della creatività di quelle tettoie».

 

 

Karakol, Kirghizistan

 

 

Dal 2003 al 2006, Christopher Herwig vive in Kazakstan, il che gli dà l’occasione di esplorare il Paese in solitaria. Va in giro per l’Asia centrale. Si spinge nelle regioni del Caucaso passando per il mar Baltico, prima del suo ultimo road trip, in Bielorussia, nel 2015. Fra i tredici Paesi visitati non manca l’Abkhazia. Ed è proprio in questo territorio, autoproclamatosi indipendente dalla Georgia e protetto dalla Russia, che Herwig, vive la sua principale disavventura. «Un tassista mi aveva accusato d essere una spia georgiana e mi aveva chiesto una forte somma di denaro, se no mi avrebbe denunciato all’esercito e sarei finito davanti al plotone di esecuzione. Me la sono cavata dandogli 200 dollari. Temendo che mi sequestrassero la macchina fotografica, avevo nascosto la scheda di memoria sotto i vestiti».

In tutto, Herwig si ferma più di mille volte, scattando in media cinque foto alla volta. Si chiede perché un regime monolitico, dove gli stessi principi dell’arte erano calati dall’alto, possa aver consentito queste bizzarre sculture. E trova la risposta: «Perché erano solo fermate d’autobus periferiche, un genere d’architettura minore che non metteva in discussione i canoni estetici del sistema».

Nell’Urss soggetta alla censura, «artisti e architetti locali erano liberi di creare», sostiene Herwig. «Costruire fermate d’autobus era un mezzo per infrangere la monotonia della realtà sovietica e per valorizzare lo stile locale», conferma al Guardian Konstantinas Jakovlevas-Mateckis, un architetto di strade nella Lituania degli anni Sessanta.

 

 

La copertina del libro

 

 

Che quelle pensiline non fossero proprio funzionali e non servissero sempre a proteggere dalla pioggia o dal vento è un altro paio di maniche. L’immaginazione aveva comunque potuto esprimersi. E l’attesa di una corriera sempre in ritardo era forse meno tediosa. «Sono stato affascinato dalle matrici comuniste di quelle opere, dalla loro collocazione in quegli spazi senza fine e spesso vuoti. Mi ha eccitato scoprire luoghi dove non sarei mai andato, senza questo progetto», dice Herwig.

Se queste opera siano o meno artistiche non spetta a noi stabilirlo, mentre è evidente che sono atipiche. In ogni caso, rappresentano e documentano un certo periodo della storia dell’ex Unione sovietica. In Occidente, quel che viene dal passato non si distrugge, lo si lascia andare in rovina. Soprattutto da noi. Molte di queste fermate, probabilmente costruite con materiali non di primissima scelta e forse alla bell’e meglio, cominciano a risentire del peso degli anni. Non sappiamo se saranno restaurate o demolite. Di certo non meritano la nostra ironia. Di sculture sedicenti artistiche, arrugginite ad arte, come i jeans che escono dalla fabbrica già sdruciti e strappati, sono piene le piazze occidentali, a cominciare da quelle italiane. Perciò, prima di sorridere, guardiamoci attorno.

Per saperne di più, consulta il sito di Christopher Herwig o la pagina Facebook del suo progetto

 

 

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