Georgia, italiani in Val Nutella

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di Ivano Sartori

È lunga e dura la strada per Zugdidi se hai preso il treno la notte in cui erano disponibili solo posti di seconda classe e la tua cuccetta è l’ultima dell’ultimo scompartimento dell’ultimo vagone, ultima porta a sinistra prima della latrina che, fin dalla partenza, non olezza di arbre magique. Sobbalzi e zaffate da Tbilisi a Zugdidi, otto ore per 360 chilometri. Treno obbligatorio: c’è neve a passo Rikoti, 1441 metri di quota, e c’era il rischio che neppure il fuoristrada potesse farcela.

Arriviamo alle sei del mattino. Ad attenderci in stazione ci sono Lorenzo Tavella (foto sopra), 49 anni, cremonese, capitano di fregata della Marina militare italiana, comandante in capo del contingente multinazionale inviato dall’Unione europea, e Alexandre Miklachevitch (foto sotto), 25 anni, caporale maggiore degli alpini, nato a Minsk da genitori bielorussi ma cittadino italiano. Viso da ragazzo serio, statura da cestista, severità e disciplina da Armata Rossa. Il suo comandante sa quel che vale: «E uno dei nostri interpreti per comunicare con la gente del posto, una risorsa preziosa che l’esercito non deve lasciarsi scappare».

A Zugdidi è acquartierato il contingente dell’Eumm (European union monitoring mission) che pattuglia la frontiera della Georgia con l’Abkhazia. Frontiera interna, un pezzo di Georgia che, insieme all’Ossezia del Sud, non vuol saperne di far parte del Paese indipendente dalla Russia dal 1991. Due regioni autonome, pari al 20 per cento del territorio nazionale, che vogliono la piena indipendenza e la perseguono con l’appoggio dell’ex Santa Madre Russia. Difese perciò da Putin quando il presidente della Georgia Mikhail Saakshvili ha cercato di riprendersele ricavandone una disastrosa guerra durata dall’8 al 12 agosto di quest’anno, costata duemila morti ai russi e solo 200 alla Georgia che si è ritrovata però in casa 100mila connazionali in fuga da Abkhazia e Ossezia, profughi (nella foto sotto, un campo che li ospita), Sommati a quelli precedenti del 1993, fanno mezzo milione su una popolazione di appena quattro milioni e seicentomila abitanti.

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Nel Paese che si proclama europeo, desideroso di aderire alla Ue e alla Nato ed espone la bandiera stellata ovunque, l’Unione europea prima si è data da fare per ripristinare lo status ante quo, poi il primo ottobre ha mandato questa forza fatta di militari disarmati e civili esperti in cooperazione e diritti umani. Il loro compito è quello di sorvegliare e riferire a Strasburgo. Da quando i russi si sono ritirati dalla prima linea, georgiani e irredentisti si guardano in cagnesco da garitte protette da sacchi di sabbia. Montano la guardia a confini improvvisati fatti di blocchi di cemento che ostruiscono ponti e strade. I pochi che li varcano hanno l’aria mesta di chi ne farebbe volentieri a meno: bambini con la scuola da una parte e la casa dall’altra, lavoratori frontalieri, uomini con cavallo e biroccio per racimolare qualche spicciolo trasportando cose e persone.

La giornata insieme ai soldati italiani inizia all’alba, nella reception del modesto alberghetto del comandante, con qualche biscotto intinto nel Nescafè. Gli altri militari alloggiano in diverse case di questa città di 60 mila abitanti a uno sputo dal confine abkhazo. Sono 69 in tutto: 35 italiani, tra cui quattro civili del ministero degli Esteri, 25 tedeschi, cinque cechi e quattro lituani. Gli italiani, tutti ufficiali o sottufficiali, sono avieri, marinai, alpini, paracadutisti e carabinieri. A loro che hanno sulle spalle l’Iraq e l’Afghanistan, questa corvée deve sembrare poco meno di una licenza premio. Tavella viene dalla caccia ai pirati somali nel Corno d’Africa a bordo della nave «Etna». Ne avete presi? «No, però gli siamo corsi dietro». Ex ala destra del Pizzighettone, compagno di calcio di Gene Gnocchi, non ha nulla del militare che la mette giù dura. Ed evita la retorica della missione di pace.

Briefing alle 8. Oggi sarà un giorno speciale. Il contingente trasloca da una sistemazione di fortuna a una villetta presa in affitto da privati a duemila euro al mese. E poi, verso mezzogiorno arriverà il nunzio apostolico monsignor Claudio Gugerotti, legato pontificio, ossia ambasciatore della Santa Sede in Georgia, Armenia e Azerbaigian. Il diplomatico vaticano sta andando a Sokhumi, capitale dell’Abkhazia, dove dovrà vedersela con l’osso più duro del governo indipendente, il temibile ministro degli Esteri Serghei Shambo. Tavella si raccomanda ai suoi sottoposti: «Entro stasera dovete dirmi quanti sarete per la messa di Natale, non voglio scomodare il parroco per quattro o cinque». Se non interessa a nessuno, lo dicano. I cattolici potranno sempre andare alla chiesa cattolica più vicina, che è a Kutaisi, a soli 120 chilometri.

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Programma dell'escursione odierna: dalla diga sul fiume Inguri scenderemo fino al Mar Nero. Sarà pericoloso? «Dipende da quanto gli abkhazi hanno bevuto, a volte sparano in aria, ma se sono ubriachi non hanno la mira precisa». A Paculani, uno delle punte del Dirty Triangle, lo sporco triangolo dove gli affari della malavita si mescolano alle rivendicazioni nazionalistiche, un’esplosione ha mancato di poco gli italiani or non è molto e un mese fa è stato ucciso un poliziotto georgiano. «Un’altra volta ci siamo sentiti fischiare i proiettili vicino alle orecchie mentre eravamo fuori con la polizia e una pattuglia Onu». Dispetti, minimizzano i militari. Per 30 lari, circa 15 euro, per mezza giornata affitto un taxi, che si infila tra i due autoblindo del convoglio. Mi accompagna il comandante. Mettiamo i giubbetti antiproiettile nel bagagliaio della macchina. Da indossare nei checkpoint dove qualcuno potrebbe non avere del tutto smaltito la sbronza. Tavella indossa la giubba bianca da sci degli alpini. «È l’indumento che si distingue maggiormente dalla mimetica». Sopra, la casacca con il cerchio stellato in campo azzurro.

Nei vari posti di blocco, neanche un chilometro separa le milizie abkhaze e ossete dalle forze speciali della polizia georgiana. I militari ufficialmente se ne tengono fuori. In secondo piano, insieme ai russi. Gli uomini delle avverse postazioni indossano la mimetica, senza distintivi né stellette. Come quei ragazzi che la vestono in Occidente, soprappensiero e per incruenta moda. Con la differenza che questi ragazzoni sempre imponenti (quando non sono altissimi sono larghissimi) hanno sulla spalla il Kalashnikov, letale giocattolo di moda fin dal 1947.

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Saliamo alla diga. La quarta più alta del mondo. Da lassù la vista sulla strada a serpentina che costeggia i precipizi è impressionante. I casermoni operai, costruiti all’epoca dell’Unione sovietica e occupati dai soldati russi fino a qualche mese fa, sono gusci vuoti. Prendiamo un tè insieme ai guardiani della diga in un hotel deserto e dall’atmosfera surreale. Sui tavoli, ciotole di dolcetti a forma di noci. Hanno l'aria di essere stati abbandonati lì da tempo immemorabile. Crema mou foderata di pasta della consistenza del truciolato. Perché la diga non è stata bombardata? «Alimenta la centrale elettrica che si trova in territorio abkhazo, hanno bisogno l’una dell'altra».

Scendiamo a una chiusa adibita a postazione abkhaza. Gli italiani agitano le braccia in segno di saluto e puntano i binocoli. Nessuna risposta. «È già un passo avanti, i primi giorni ci facevano segno di andarcene», chiosa con ottimismo Tavella. Marcello Leonetti, capitano dei carabinieri, scatta foto con la sua compatta e mostra gli ingrandimenti al comandante. Sotto un telo mimetico che a occhio nudo e dall’alto può sembrare la chioma di un albero c’è un Btr, sigla russa di blindato per il trasporto truppe. «Un altro miglioramento, prima c’era un tank russo». Gli uomini del contingente europeo, oltre a non avere armi non hanno compiti esecutivi. Godono dello status di diplomatici, se vengono minacciati possono solo ripiegare. Sono esploratori del tasso di aggressività delle forze in campo. Lo misurano e inviano i rapporti al quartier generale di Tbilisi che li inoltra a Strasburgo.

Georgia, la diga

Scendiamo a valle. Mucche la pascolo, coltivazioni di tè in parte trascurate, casette a due piani con balconate e merletti di legno, un po’ dacia e un po’ chalet, il cielo azzurro e le cime innevate della prima catena del Caucaso a incorniciare un paesaggio d’impostazione svizzera. Piantagioni di noccioli a perdita d’occhio. Tremila ettari appartengono alla Ferrero di Alba. È da qui che proviene la famosa nocciola «tonda piemontese», ingrediente strategico della rinomata Nutella.

Break per il pranzo. Arriviamo alla villetta giusto in tempo per ricevere il nunzio apostolico. Veronese poco più che cinquantenne, carriera rapida, fama di uomo colto, conoscenza di cinque lingue, tra cui il russo, sciorinate con indelebile accento veneto, barbetta alla Gianni Vattimo, risata sempre pronta, monsignor Gugerotti ha una verve che ricorda lo sfortunato papa Luciani. Saluta tutti e parla con tutti durante il frugale pranzo in piedi e piatti in mano, dove insieme al katchapuri, la focaccia al formaggio, equivalente georgiano della nostra pizza, non mancano gli spaghetti alla carbonara e quelli all’amatriciana. E se Shambo le chiedesse quante divisioni può mettere un campo il papa? Sorride della battuta che riecheggia la provocatoria domanda di Stalin. «È una domanda che non fanno più, sanno bene che la parola della Santa Sede fa il giro del mondo».

Parlo con Virginia Antonini. Bionda, non altissima, sorriso aperto. Avvocato torinese, è uno dei quattro civili che affiancano i militari italiani. Lavora a stretto contatto con il comandante Tavella. Mi racconta che tra i soprusi più comuni e odiosi c’è il taglieggio dei pensionati georgiani. «Dall’Abkhazia vengono Zugdidi a ritirare la pensione e al posto di blocco gli impongono il pizzo per lasciarli passare: su un importo di 25 lari, ne devono pagare magari dieci all’andata e dieci al ritorno».

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Riprendiamo la strada. Al ponte di Rukhi, costruito dal Genio sovietico nel 1948, rivediamo il nunzio apostolico. Sul suo passaporto zeppo di visti non vuole quello dell’Abkhazia, riconosciuta solo da Russia e Nicaragua. Privilegio consentito. Dall’altra parte del fiume arriva una camionetta bianca dell’Onu con a bordo un prelato nero. I due uomini del Vaticano si salutano cordialmente, poi monsignor Gugerotti, seguito dal suo segretario, sale a bordo. Con sé porta una valigetta lunga e nera, custodia perfetta per un’arma. «Non è un Kalashnikov, è il mio pastorale». Restiamo a guardare il mezzo dell’Onu che varca il ponte e si allontana. Il messaggero del papa entra per la porta alla quale bussano invano in tanti, compresi gli uomini senza armi dell’Eumm.

Facciamo sosta in un combinat, uno di quei mostruosi complessi che in epoca sovietica combinava, appunto, le abitazioni e i servizi sociali con una fabbrica, in questo caso la cartiera che forniva la carta per i quaderni di tutta l’Unione. L'edificio pullula di rifugiati. Una bambina sui dieci anni si avvicina al caporale maggiore Miklachevitch: «Tu sei Alex!». L’ha riconosciuto perché ogni settimana il comandante e i suoi uomini vengono qui a giocare a calcio con la squadra dei profughi e di solito perdono.

Lasciamo l’ex ala destra del Pizzighettone nel campo di calcetto a palleggiare con i ragazzi del posto mentre facciamo il giro degli edifici fatiscenti. Ci si appiccica un codazzo di povere donne e anziani che vogliono farci vedere in che condizioni vivono e ci chiedono quando arriveranno gli aiuti. Da 15 anni vivono nel fango insieme alle galline. Dal governo ricevono 28 lari al mese, da metà novembre sono senza luce. «Spiegagli che siamo qui per raccogliere le loro lamentele, che non facciamo assistenza umanitaria», fa il tenente dei parà Salvatore Piazza, un piccolino di Palermo, al massiccio interprete Damiano Zamana, trentino, sergente maggiore degli alpini. Un attimo di sbandamento: come si dice monitorare in russo?

Le spiegazioni sono lunghe e complesse, ma pazienti. «Gli aiuti umanitari seguono percorsi lunghi». Loro non capiscono. Ci portano a vedere le tubature guaste. «Che cosa ci portate di buono?», chiede un vecchio davanti alla baracchetta-emporio con frutta striminzita e bibite improponibili. «Su, facciamo un gesto concreto, compriamo qualcosa», taglia corto Piazza. Comprano sigarette. La tormentata visita si conclude con strette di mano e sorrisi. Reduce da mezz’ora di forcing calcistico, il comandante si riunisce a noi senza un filo di sudore. Ognuno ha fatto la sua parte nel migliore e più rispettoso dei modi. Senza paternalismi, senza alimentare false speranze.

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La commozione, trattenuta a stento, tracima quando incontriamo Gurgen Khorava, macilento maestro di balletto dai baffoni cosacchi, nella cadente Casa della cultura orfana dei fasti sovietici. Insegna danze tradizionali a una torma di bambini, maschi e femmine, dai tre ai tredici anni che fa rimbombare l’impiantito di legno in un salone senza riscaldamento, sotto gli occhi estasiati di poche mamme. Davanti a uno specchio che ricopre l’intera parete, i piccoli georgiani saltano e piroettano sulle punte mimando indiavolate movenze guerriere con grazia selvaggia. E anche questa è una rivincita, inaspettata e commovente, sul passato regime che non tollerava le tradizioni nazionali se non stemperate in contesti folcloristici dove tutte le repubbliche dell’Urss fossero equamente dosate. Applaudiamo con calore. Vogliono offrirci caffè e dolcetti. Loro a noi. Ce la filiamo per nascondere i lucciconi.

Georgia, i ballerini del combinat

L’ultima tappa del tour è a Ganmukhuri, sul Mar Nero, nel Campo della gioventù, una colonia bersagliata da bombe lanciate da una nave russa e devastata da un incendio che ha incenerito tutti i bungalow con effetto domino, lasciando intatte e abbrustolite solo le reti delle brande. «Per fortuna, gli ospiti erano stati evacuati in tempo», spiega un carabiniere di Roma. Contro il sipario livido della sera, si stagliano una macchia di pini marittimi veri e alcune incongrue palme finte da villaggio turistico. E dai colori improbabili: sono verdi, gialle, arancione come se le avessero dipinte con le bombe al napalm. Faccio per avventurami sulla spiaggia di ghiaia e sabbia. Mi trattiene la voce allarmata del comandante. «Non si allontani dal vialetto, potrebbero esserci bombe inesplose». La guerra continua, in maniera subdola, anche dopo il cessate il fuoco.

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Rientriamo alla base. L’ufficiale incaricato di raccogliere le adesioni per la messa di Natale, comunica al comandante il tutto esaurito. Che sia stato l’effetto nunzio apostolico, quello di una Chiesa che una volta tanto si è fatta vedere in prima linea? Come i soldati senza armi, ma non inermi, del capitano Tavella. Che tutti i giorni fanno su e giù nella valle della Nutella per guardare e riferire ai padroni della pace e della guerra. (Il Secolo XIX, 24 dicembre 2008)

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