Grecia, scoperta una città sommersa

La baia di Kilada

 

Come mai non è stata scoperta prima? L'archeologo Julian Beck dell'università di Ginevra non sa spiegarselo. Eppure è da un bel po' che era lì, a portata di mano, a non più di tre metri di profondità. Dalla spiaggia, rannicchiata in fondo alla piccola baia di Kilada, nel Peloponneso, bisogna fare solo una decina di metri nell'acqua per scoprire i primi resti di una città preistorica sommersa. «La prima volta che ho visto questi allineamenti di pietre, nel 2013, ho creduto di sognare», confessa il professore. «Mi sono detto: tu lavori troppo, c'è qualcosa in te che non funziona. Fino a quando non mi sono reso conti che il parcheggio della spiaggia si trova di fronte a una grotta abitata per decine di migliaia di anni dai nostri antenati».

Due anni più tardi, neanche l'ombra di un dubbio. Quella che si trova sotto il pelo dell'acqua è una città fortificata dell'età del bronzo, vale a dire tre millenni prima dell'era cristiana, lo stesso in cui furono costruite le grandi piramidi egizie. Un periodo fiorente per le Cicladi, mentre se ne sa poco per la Grecia continentale. Se Julian Beck e la sua squadra sono riusciti a datare il sito, è perché il suolo era disseminato di numerosi frammenti di vasi in ceramica le cui forme e decorazioni, in continua evoluzione, danno informazioni abbastanza precise sul periodo in cui sono stati fabbricati. E la pesca è stata così miracolosa che gli archeologi non sono ancora riusciti a trovare i confini del sito, esteso su una superficie di almeno 1,2 ettari, e a completarne la cartografia.

 

Un reperto di bronzo

 

Seimila oggetti
«Pensavamo di ripescare qualche centinaio di oggetti e già saremmo stati contenti, mentre ne abbiamo collezionati seimila. E senza fare il minimo scavo, solo raccogliendo quel che si trovava sotto i nostri occhi», s'entusiasma l'archeologo ginevrino. «È assolutamente incredibile, ogni volta che mi accingevo a stendere una mappa, mi accorgevo di nuovi muri», racconta. «Il sistema di fortificazione è enorme e di un genere totalmente insolito per la Grecia di quell'epoca». In effetti, oltre al muro di difesa, la squadra ha ritrovato imponenti strutture a forma di ferro di cavallo di 18 metri per 10, con fondamenta di pietre massicce veramente spettacolari. «Per il momento ne abbiamo rinvenute tre, distanti da 50 a 60 metri, lungo il muro di fortificazione. Potrebbero essere di bastioni o di enormi torri», ipotizza Julian Beck.

 

Resti di un muro

 

 

All'interno della cinta, parecchi muri sembrano delineare il tracciato di viuzze parallele: potrebbero essere la testimonianza di una pianificazione urbanistica, ma a questo stadio è soltanto un'ipotesi. Qui e là si possono vedere ugualmente spazi lastricati con grandi pietre che potrebbero corrispondere a cortili, anzi a piazze pubbliche. E, fra gli oggetti scoperti sul sito, la squadra conta più di cinquemila frammenti di vasi in ceramica, ma anche macine di pietra, selci e lame d'ossidiana di Milo, isola greca delle Cicladi, che suggeriscono l'esistenza di intensi scambi commerciali. Un importante corpus che dovrebbe permettere di identificare con maggiore precisione il periodo durante il quale questa città costiera è stata abitata e che cosa facevano i suoi abitanti.

 

 

La raccolta dei reperti

 

 

Misteri sommersi
«Abbiamo di fronte una notevole mole di lavoro. Tutti i reperti devono essere analizzati», conclude Julian Beck. In più, la scoperta obbliga a ripensare alla storia della Grecia continentale di quel periodo. «Fino a oggi si pensava che in questa zona non ci fosse che un sito dell'età del bronzo, quello di Lerna, le cui paludi sono note per aver ospitato la creatura mitica dalle diverse teste, l'idra di Lerna. Ora, pare sempre più evidente che c'erano altri luoghi». Come questa città inghiottita. O come quel che Julien Beck ha scorto sotto l'acqua a due soli chilometri da lì, e che sembra risalire alla stessa epoca. «Ventimila anni fa, il livello medio del mare era 120 metri più basso di oggi e, proprio per questo, l'Europa era più estesa del 40 per cento», spiega l'archeologo. «Mentre si mandano sonde a scoprire altri pianeti, c'è dunque vicino a noi, in questi paesaggi preistorici sommersi, un nuovo mondo ancora tutto da scoprire».

 

 

L'archeologo Julian Beck a bordo della Planet Solar, la nave a energia fotovoltaica più grande del mondo, adibita a ricerche archeologiche sottomarine

 

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