Hèkura, l’isola delle pescatrici

Scritte benauguranti sull'impugnatura del tegane
Testo e foto di Fosco Maraini 

Hèkura è una piccola isola e sembrava ancora molto lontana. Eppure dovevamo raggiungerla, perché là vivevano gli Ama, i figli delle onde. Da lungo tempo li stavamo rincorrendo! (…)

I giapponesi sono figli del mare
L'Italia, bagnata dalle onde per gran parte del suo perimetro, si protende nel Mediterraneo come un molo. Non per nulla i geografi arabi la chiamavano «Terra lunga»! Eppure, osservando la vita degli abitanti di questa penisola con l'occhio spassionato dell'etnografo, risulta difficile dire che ci troviamo di fronte ad un popolo per cui il mare sia una cosa importante. (...)

Guardiamo il Giappone invece. Appena si conosce un poco la vita dei giapponesi viene spontaneo d'esclamare: ecco un popolo davvero marino, nato e cresciuto sulle rive del mare, nel mare stesso! (…)

Il cibo giapponese è in gran parte d'origine marina. Accanto al riso, alle verdure, alla frutta, non sta la carne, bensì il pesce che rappresenta la sorgente principale di proteine animali. E del mare si amano e ricercano tutti i prodotti, dai molluschi alle alghe, dai crostacei agli echinodermi. Il pesce viene consumato in ogni modo immaginabile: crudo, arrosto, bollito, fritto, secco, polverizzato, in pasta, in dadi. Avviene perfino – in certi parti del paese – che la carne di maiale sappia di pesce, perché le pacifiche bestie da macello vengono ingrassate con le code e le teste delle aringhe! (…)

Inoltre visitando il Giappone si noteranno subito: la grande familiarità con l'acqua manifestata da tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, ricchi e poveri; le abitudini del bagno giornaliero che traei storicamente origini dai riti purificatori della religione Scinto; la diffusione del nuoto.

Infine, vorrei ricordare come curiosità, certe espressioni significative. Mentre da noi i cirri, con evidente riferimento ad un'esperienza pastorale, formano «il cielo a pecorelle», in Giappone essi costituiscono ciò che viene chiamato uroko moyo, un «motivo a squame di pesce»; da noi «troppi cuochi rovinano la pietanza», ma in Giappone «troppi marinai portano la barca alla montagna».

 

Fosco Maraini

 

Un dentice apre il cuore degli Ama
Dopo varie peripezie e vicoli ciechi, incontri con Ama riconvertite in operaie degli allevamenti di ostriche o divenute attrazione per turisti, Fosco Maraini e la sua troupe riescono ad avere la dritta e le raccomandazioni giuste per Hèkura. Giunti a destinazione, non è però facile vincere la diffidenza degli indigeni e la pudica ritrosia delle donne, che scappano di fronte agli obiettivi della macchina fotografica e delle a cinepresa. È resistenza gentile e passiva. Lo stesso Shirosaki, presidente della cooperativa dei pescatori e «re dell'isola» la tira per le lunghe. Fino a quando Maraini, appena tornato da un'immersione durante la quale ha fiocinato un dentice con il suo fucile da pesca subacquea, ha un'idea che si rivelerà decisiva. Per la quale è necessaria la collaborazione della sua assistente.

- Penny, bisogna che ti fai forza, devi sacrificarti per il bene comune
- Che c'è, vuoi mangiarmi? Ma se sono tutt'ossi!
- Niente di così drammatico!
- Allora?
- Adesso torniamo in paese. Io vado avanti; tu seguimi qualche passo indietro, ma solo con lo slip, a petto nudo.
- Eh?
- Forse se le ama vedono che anche le straniere vanno come loro saranno più facili ad avvicinarsi, non credi?
- Ho capito: public relations by strip-tease, eh?
- E a te non piacciono le idee originali?

Poco dopo la piccola processione entrò in paese. Avanti uomo con grosso dentice sulle spalle e fucile marino in mano, dietro donna straniera in slip, con perfetta indifferenza, come uscita da una colonia nudista. Era il momento più animato delle ventiquattro ore; tutti stavano al lavaro intorno alle barche tirate in secco, o vicino ai pozzi d'acqua dolce. Non avevamo fatto cento metri che fummo fermati da un vero assembramento. La donna nuda? Ma nemmeno per sogno.

Povera penny, nessuno la notava! Una donna nuda a Hèkura è come un albero in un bosco, un fatto di tutti i giorni. Ma un bel dentice preso con quella diavoleria di tubo a molla, quello sì che era spettacolo. Per la prima volta gli Ama e le Ama ruppero il loro riserbo diventando addirittura importuni. «Ma come ha fatto a prenderlo quel tai? E come funziona questo aggeggio? Ce lo vende? Quanto vuole? Faccia vedere come si adopera...».

Il fucile da sub ha aperto una breccia nell'indifferenza dei locali, ma prima che Shirosaki, il «re dell'isola», dia il suo benestare Maraini deve superare diverse prove: riceve una delegazione di pescatori che si passano il fucile di mano in mano per esaminarlo in ogni sua componente, esce con loro a pesca per mostrarne il funzionamento, porta regali a Shirosaki e alla sua famiglia, affronta una stressante trattativa sul prezzo del risarcimento per la giornata persa.

 

Fosco Maraini

 

Con le Ama sul fondo del mare
Albeggiava appena. Mi alzai ed uscii per vedere il mare; avevo una grande paura che il tempo si guastasse. La sera prima c'era stato un tramonto troppo barocco per dormire tranquillamente. Ormai avevamo contrattato per le Ama ed oggi le donne erano a nostra disposizione: doveva essere bello per forza! Meno male che il cielo sembrava promettere bene. Vicino al punto in cui si capiva che sarebbe sorto il sole era persino visibile, oltre cinquanta miglia a levante, la massa oscura dell'Isola di Sado, garanzia sicura d'ottimo tempo a sentire i vecchi di Hèkura.

Verso le sette e mezzo scendemmo al porto e trovammo la nostra barca pronta con le Ama.
- Volete le più brave o le più belle – ci aveva chiesto ieri Shirosaki.
- Perché non ci sono belle e brave?
- Molto di rado! Le belle sono giovani, e le giovani non sono quasi mai delle forti pescatrici. Le migliori hanno più di trent'anni...
- Allora è una leggenda che le pescatrici si consumano e muoiono presto?
- Assolutamente. Non vede quante vecchie in giro? Le Ama pescano ogni stagione dai sedici ai quaranta o quarantacinque, e stanno tutte benissimo. La morte sul lavoro è un'eccezione. Ci fu una disgrazia due anni fa quando ad un'Ama s'impigliò la corda in uno spuntone di roccia sott'acqua... Tutti ne parlano ancora.

A questo punto avevo chiesto a Shirosaki ciò che tutti si domandano appena sentono parlare delle Ama.

- Ma perché si tuffano le donne da voi, e non gli uomini?
- Caro lei, perché le donne sono molto più resistenti di noi! Se noi uomini staiamo in acqua due ore moriamo dal freddo; loro no, sono rivestite di grasso come le foche. Poi hanno più fiato. E sono più tranquille. Anticamente si tuffavano anche gli uomini, ma tutti sappiamo che rendevano, e renderebbero, meno delle donne...

Fosco Maraini

 

Le parole di Shirosaki facevano riflettere al fatto che la maggior parte delle lunghe traversate marine (Manica, laghi nordamericani) vengono fatte da nuotatrici... Che avesse davvero ragione? Del resto bastava guardare le nostre Amaper rispondere di sì. La scelta che avevamo fatto si era tenuta sulla via di mezzo: due belle e due brave. Le belle non avevano ancora vent'anni, erano allegre, chiassone, parevano contentissime di fare per alcune ore le dive; i loro corpi modellati dall'acqua ricordavano la Venere di Milo, seno poco pronunciato e tronco possente. Le brave ed anziane, evidentemente madri di figli, sedevano da una parte in silenzio coll'aria di dire: «Quanto dura questa parata?».

Finimmo per partire con due barche, cariche d'arnesi da pesca, di attrezzature per le riprese sopra e sott'acqua, di panieri di cibo e di cesti vuoti per gli awabi (abaloni, ndr). Su ciascuna barca c'era anche un ragazzotto. Il compito dell'uomo, nella squadra di Ama è quello di assistere le pescatrici in immersione. È un lavoro di responsabilità, di costante attenzione e di molta fatica; egli deve infatti tenere in mano il cavello a cui sono legate le pescatrici, recuperandolo a gran forza quando sente gli strattoni che avvertono «L'aria è vicina a finire».

 

La discesa è rapida, un'immersione dura al massimo un minuto

 

La giornata continuava a svilupparsi radiosa, mentre il sole guadagnava altezza e vigore in cielo; il mare era calmo e d'un azzurro degno del Mediterraneo. Tutto sommato simili condizioni sono piuttosto rare da quelle parti: o il cielo è sereno, ma tirano venti che alzano le onde, od il mare ha la pace dell'olio, ma le nuvole gravano basse e minacciano la pioggia. Vorrei dire qui per inciso che noi europei del sud, abituati al Mediterraneo, siamo dei privilegiati, dei viziati in fatto d'acque, di cieli, di fondali: pochi mari al mondo sono meravigliosi come il Tirrenmo,m lo Ionio e, naturalmente, come l'Egeo.

Dato il bel tempo, tutta Hèkura stava scendendo alle barche per una grossa giornata di pesca. Era dunque un momento ideale per vedre il popolo degli Ama al lavoro. Parecchie barche erano già partite e si erano disposte a mezzo miglio, anche ad un miglio da riva. Altre stavano preparandosi a salpare. Spesso una barca motorizzata trainava tre, quattro, anche cinque lance a remi.

Lasciata la spiaggia di ghiaia ci dirigemmo verso uno dei gruppi più folti d'imbarcazioni, a mezzogiorno dell'isola, poteva essere un miglio da terra. In questa parte del Giappone usa il remo a bratto; un remo unico cioè, inserito sopra un minuscolo scalmo a poppa dell'imbarcazione, che viene manovrato stando in piedi , in maniera non dissimile da quella dei gondolieri veneziani, con un movimento complesso delle braccia e delle mani; tale remo serve non solo a spingere innanzi lo scafo, ma funziona anche da timone. Nella barca accanto vogava un ragazzotto tarchiato con un cappellone di pagli in capo; nella nostra un'Ama brutta, sorridente e simpaticissima.

 

Fosco Maraini

 

Arrivati che fummo vicino alle altre squadre di Ama, con le loro barche, gettammo l'ancora e ci preparammo per l'immersione. I fondali che circondano l'isola di Hèkura soino costituiti per grandi tratti da platee lentamente degradanti in fuori, verso il largo; vicino a riva l'acqua misura tre, quattro metri; più lontano si passa ai dieci, dodici, venti ed oltre.

Appena ci si affaccia con la maschera su questo paesaggio sottomarino appare una pianura cosparsa di macigni iregolari, e di pietre più piccole o di ghiaia, che si perde da tutte le parti nell'azzurro delle distanze. Qua e là ci sono delle radure luminose di sabbia, e dappertutto crescono rigogliosamente le alghe del genere Posidonia.

Gli awabi amano attaccarsi a queste rocce, alle pietre isolate, e cercano di nascondersi dove le alghe sono più fitte. Per scovarli è inutile guardare dalla superficie con uno «specchio», bisogna scendere sul fondo e frugare con le mani tra i sassi e la vegetazione sottomarina.

- Come vi regolate nella scelta del punto in cui pescare? - chiesi ad una delle Ama.
- Chi prima arriva prima alloggia, è la nostra legge! Raramente sorgono delle questioni. Purtroppo gli awabi stanno diminuendo di anno in anno. Forse siamo troppe. Bisogna scendere sempre più in profondo; c'è chi va anche oltre venti metri. È faticosissimo, e non si può restare che pochi secondi laggiù.

Le Ama si preparano per l'immersione mettendosi i piccoli occhiali con le perette di gomma che permettono, scendendo a notevoli profondità, d'equilibrare l'aria nello spazio tra vetri ed occhi. Prima si erano già legate al cavetto, lungo una ventina di metri, che serve soprattutto per il ritorno sollecito alla superficie quando l'immersione è vicina al termine; la pescatrice dàù uno strattone dal basso e l'aiuto, che sta in barca, recupera la cima con la massima velocità e tutta la forza. Per ultimo fissarono intorno alla vita una cintura zavorrata di piombo in grani e v'infilarono, come un guerriero potrebbe fare per la spada, un grosso ferro acuminato (tegane) con cui scalzare le conchiglie degli awabi dalla roccia.

Fosco Maraini

 

Ben presto ci buttammo tutti in acqua: le Ama cominciarono al loro fatica a caccia d'awabi, io la mia a caccia d'immagini. Ci trovavamo sopra un tratto tipico dei fondali di Hèkura, una piana cosparsa di macigni color grigio perla, con ciuffi e campi di Posidonia per ogni dove. Ci saranno stati dieci metri d'acqua chiarissima ed abbastanza fredda. Immergendomi alcune braccia verso il fondo guardai in alto: la chiglia scorticata della barca bucava un cielo d'argento che si muoveva incessantemente, come una cosa viva; accanto alla barca due delle Ama immerse spiavano il fondo come strani insetti. Poi una si decise. Il capo sparì oltre il cielo d'argento (forse respirava a fondo immagazzinando aria) per ricomparire subito; il corpo intero s'iarcò; un colpo delle reni dette inizio alla discesa veloce verso il fondo.

Una volta giù la pescatrice cominciò a frugare con le mani tra le alghe. Tutti conoscono i ciuffi verdazzurri o brunastri della Posidonia, è l'alga più comune anche da noi; spesso i ciuffi erano così folti e rigogliosi che avvolgevano l'intero corpo della donna lasciandone scoperta soltanto la schiena. Strana contadina del mare! D'un tratto vidi che prendeva con la destra il ferro puntandolo contro una pietra, dal lato inferiore d'una sporgenza; nel far questo s'era rigirata tutta e per un attimo comparve a faccia all'insù. Ma ormai era a corto di aria. Dette uno strattone al cavetto; chi era in barca cominciò a tirare forte e velocemente. La pescatrice partì verso l'alto tenendo in mano due begli awabi, irrigidita sull'attenti per offrire nmeno resistenza. Dal naso perdeva un triangolo argenteo d'aria. Il vento d'acqua le comprimeva e modellava con violenza le carni color terra.

 

Rovistando tra le posidonie

 

Nell'uscire oltre la superficie del mare, tenendosi alla murata della barca per riposo, le Ama danno un sibilo caratteristico (Ama-bui). Ogni immersione dura 45 o 50 secondi, talvolta un minuto: Dopo una ventina d'immersioni (ciè un'ora di lavoro) le Ama risalgono in barca e si riposano per una mezz'oretta. Se il cielo è coperto, o comunque se fa freddo, accendono un fuoco di legna nel braciere al centro della barca, e si riscaldano coprendosi loe spalle con un rozzo kimono trapuntato, una specie di cappotto. A mezzogiorno, o rimangono in barca, o si ritirano sulla costa al sole per mangiare e riposarsi più a lungo. Nel pomeriggio continuano a lavorare fin verso le quattro o loe cinque. Tale è la giornata della Ama.

Non c'è dubbio che il lavoro è durissimo. Tuffarsi una volta ogni tanto per il piacere della caccia sottomarina è una cosa, e doverlo fare per mesi, da giugno a settembre, spesso con cattivo tempo e col freddo, è un'altra. Eppure non ho mai visto gente più sana degli Ama e delle Ama; i loro corpi abbronzati dal sole e dal salmastro sono l'immagine d'un'umanità delle origini, lontanissima da quella genia d'esseri molli e biancastri che le metropoli generano sotto i loro cieli fumosi. La longevità delle Ama non sembra soffrire pel lavoro in apnea continuato per anni ed anni.

 

Scrutano tra le alghe alla ricerca degli abaloni

 

Vicino alle nostre barche ce n'erano altre, con altri equipaggi di Ama. Una volta sott'acqua si vedevano in ogni direzione (ombre ombre nella nebbiolina azzurra delle distanze) le pescatrici che scendevano sul fondo o ne risalivano. Una delle caratteristiche più fascinose del mondo subacqueo è la mancanza di suoni; non per nulla Y. Cousteau chiamò il suo grande film di scoperte oceaniche «Le monde du Silence». C'era qualcosa d'incantevole, di fatato, in tutto questo movimento di gente su e giù dal fondo marino al cielo d'argento della superficie: unico suono, il tic metallico d'un ferro che batteva contro qualche roccia per staccarne un awabi.

Purtroppo ero sfornito di respiratore e molte inquadrature di grande effetto risultavano impossibili a girarsi semplicemente tenendo il fiato e lavorando con una maschera da caccia. Una lunga carellata sottomarina, attraverso il popolo delle Ama al lavoro, sarebbe stata senza dubbio impressionante e bellissima. Quel giorno, in quella sola parte del mare vicino ad Hèkura, ci saranno state contemporaneamente duecento Ama in immersione!

 

Fosco Maraini

 

Le giovani erano spesso bellissime; i loro corpi gentili e forti scivolavano nell'acqua con la naturalezza d'un essere che si trova nel proprio elemento. Ma le anziane, in genere molto meno avvenenti, con le tracce di numerose maternità nel petto, nel ventre o nei fianchi, riempivano di meraviglia e d'ammirazione per la loro bravura.

Le giovani erano spesso irruenti, talvolta giocavano tra di loro sprecando energie preziose, ogni tanto facevano dei movimenti bruschi; ma le anziane, con anni d'un'esperienza divenuta istinto e seconda natura, riuscivano a spostarsi rimanendo quasi immobili, consumando la propria riserva d'aria con grande giudizio; esse lavoravano soprattutto cogli occhi e coll'intelligenza planando leggere tra lòe rocce e le alghe, dirigendosi senza errori verso i nascondigli preferiti dagli awabi.

In una barca vicino alle nostre la squadra era costituita da una madre poco più che trentenne e da una figlia sedicenne; a tirare la sàgola di recupero stava un figlio e fratellino di tredici o quattordici anni.

Le foto, scattate da Fosco Maraini nel 1955, sono contenute nel suo libro L'isola delle pescatrici (Leonardo da Vinci, 1960), dal quale sono stati tratti i brani qui pubblicati. Il volume, fuori commercio, è reperibile nelle biblioteche.

 

Un sorriso per il fotografo tra un'immersione e l'altra

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