India, con Ivan Basso a regalare bici

BASSO apertura

di Ivano Sartori

Donne in sgargianti sari acrilici e ciabattuole, uomini con magliette marchiate a piedi nudi nella polvere sudicia. Tra i tuguri scorrono rigagnoli di pus nero. Cani razza macilenta annusano la terra rossa, taccagna persino di rifiuti. Sono in tanti, come solo gli indiani sanno essere tanti, davanti agli usci e appostati alle finestre, ma non si sente volare una mosca. Sta per compiersi una cerimonia annunciata e noi marziani pallidi dell’Occidente siamo una macchiolina aliena in questa folla di indiani del Maharashtra dalla carnagione molto scura quasi nera. Alieni artefici e comprimari di una messinscena che può apparire strampalata. Celebra il rito un campione del ciclismo italiano che viene qui a regalare sei biciclette cinesi ad altrettanti bambini indiani. Sei Atlas X-treme fabbricate a Taiwan e acquistate per 263 rupie nel negozio Sai Baba Kids World di Pune, India. Globalizzazione benefica.

L’acquirente-donatore è Ivan Basso, 30 anni, vincitore del Giro d’Italia 2006, un vero campione reduce da una brutta caduta, l’Operación Puerto, una storia di doping che gli è costata due anni di squalifica. Loro sono Pallavi, i suoi due fratelli più altri due bimbi che incontreremo in seguito, in uno slum di categoria superiore, venti metri quadrati per quattro persone, una parvenza di muro a separare la zona cucina dal resto della casa. Fuori della porta, a mo’ di immagine protettrice, Ganesh, il dio elefante con la proboscide pendula, simbolo beneaugurante di forza e di coraggio in un posto che ne abbisogna e vagonate. Carità fusion o mossa furba? Raccontiamo per capire.

Basso scolaresca esterno

Siamo a Pune, 4 milioni di abitanti, poco più che una cittadina per gli standard demografici indiani (la vicina Mumbai ne ha dodici). Per arrivare fin qui ci siamo fatti largo tra cateratte di macchine fumiganti e clacson senza requie, scooteristi e motociclisti imbavagliati come banditi del Far West per difendersi dall’aria acre di polveri più obese che sottili, foreste di liane di fili elettrici, banyan e altri alberi sacri profanati da marmitte sacrileghe, il cui fogliame opaco tornerà lucido solo al prossimo monsone, quartieri di abitazioni costituite da quattro lamiere ondulate per pareti e una per tetto, balle di stracci, che si rivelano esseri viventi solo quando cominciano a strisciare, e maharaja a dorso di elefantiaci Suv che li metterebbero sotto molto volentieri questi paria meno che intoccabili. Al confronto, lo slum in cui la luce pastosa del tramonto fa luccicare i capelli dei maschi e dei maschietti conditi con la brillantina, è un paradiso afono.

I bambini sono ovunque, due sulle gambe del passista scalatore, tutti gli altri attorno alle bici. Un fratellino di Pallavi, scriminatura perfetta nella chioma unta, continua a lucidare la sella della sua con la mano. Sorride alla telecamera e al campione che gli ha mostrato come si impugna il manubrio. La foto ricordo è una triplice siepe di bambini. I grandi si tengono in disparte.

Chiacchieriamo. Ivan rievoca. La sua prima biciclettina, avuta in dono a cinque anni, era una Asperge. Di un «azzurro orribile», ci tiene a precisare. «Però mio padre la conserva come una reliquia». Ne ha collezionato una quarantina da quando ha cominciato a pedalare. «Quelle usate dai vent’anni in su si trovano tutte a casa mia».

Oggi Ivan è qui per provare quel che provò suo padre quando gli regalò la prima bici. Perché anche lui è un papà. Di Domitilla, cinque anni, e di Santiago, uno e otto mesi. Ed è papà a distanza di Pallavi. «Se posso faccio qualcosa anche per chi è meno fortunato e così quando Intervita ha preso contatto con me perché mia moglie Michela conosce Daniela…». I bei gesti a volte nascono così perché la mamma dei figli del campione conosce Daniela Bernacchi direttore generale di Intervita, ong che dalla Spagna si è diffusa in diversi Paesi del Nord del mondo per aiutare quelli del Sud. Solo in Italia ha 52 mila sostenitori che aiutano 55 mila bambini nati nella latitudine sbagliata del pianeta ad andare avanti nella vita senza continuare a inciampare. In India, come in Mali, El Salvador, Nicaragua, Ecuador, Birmania e Senegal, Intervita costruisce scuole e fa affluire fondi per pagare gli insegnanti, fornire assistenza medica, materiale didattico e seguire numerosi altri progetti improntati allo sviluppo della persona e alla lotta all’ignoranza.

Basso scolaresca interno

Dopo la nota disavventura, Basso si prepara all’atteso rientro del 24 ottobre sia allenandosi tutti i giorni sia correndo il giro del mondo per dare una mano ai bimbi bisognosi. Testimonial di Intervita, è appena tornato da Dubai dove ha partecipato a una gara non competitiva nel deserto. I milleottocento euro ricavati dall’asta della sua maglia sono finiti insieme alla manciata di rupie spese oggi per le bici. La macchina della beneficenza ha bisogno di essere oliata anche con gesti simbolici.

Ce ne andiamo. L’assembramento resiste ancora per un po’. Il solito cinico occidental-milanese avanza dubbi: dove le metteranno le biciclette se in casa non hanno neppure spazio per loro? Effettivamente, un monolocale di dodici metri quadrati a dargliela lunga, dove sei persone mangiano, dormono e tutto il resto, dove le ficcheranno mai quattro bici? All’aperto? «Ivan, forse dovevi regalargli anche i lucchetti». E un altro: «E anche il palo per incatenarle». Ma uno slum non è necessariamente una tana di lupi. Dal gruppo dei curiosi che comincia a riacquistare l’uso della parola, si stacca un bambino che fa un ben noto verso onomatopeico: «brrrumm… brrrumm…». Il verso inequivocabile del bambino che, in Occidente come in Oriente, cavalca un motorino immaginario e il suo desiderio. Se le cose stanno così, san Valentino, stavolta tocca a te aiutarli. Pure Rossi ha un peccatuccio da farsi perdonare. Ma mettere una moto in mano a un abitante di Pune è come regalare a una mosca un viaggio in ragnatela.

Accada quel che accada, alle sei bici, e i maliziosi pensino quel che vogliono di Ivan Beau Geste, i centri per cerebrolesi e le donne che si aiutano facendo le vivaiste o coltivando gli orti, le maestre di strada e i collegi decentrati per i bambini delle campagne più lontane, ne hanno del miracoloso. Miracoli Intervita. Ben venga dunque il campione che fa loro pubblicità. Non importa come, non importa perché. Poi, una sera, Ivan ci parla di una sua cugina disabile (per fortuna non dice «diversamente abile», come pretenderebbero i guardiani del politically correct), delle spese per le cure e l’assistenza che si mangiano due volte la sua pensione, di come anche lui faccia la sua parte («la carità può cominciare anche a due passi da casa, non c’è bisogno di venire in India») e allora capisci che il corridore di Cassano Magnago, Varese, è caduto come Saul sulla via di Damasco. È un convertito. Ivan il Terribile, lo chiamavano, ma da qui in avanti possiamo anche chiamarlo Ivan l’Amabile. Dite che ho tirato la volata a Intervita? Ci avete azzeccato. (Il viaggio, della durata di due giorni e due notti, risale al febbraio 2008)

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