Indigeni del Brasile, vite in gioco

Palmas (Brasile), Giochi indigeni 2015 0

 

 

Gli indigeni del Brasile sono sotto attacco: 900 mila nativi assediati in casa da un pugno di affaristi in un Paese di 200 milioni di abitanti. Stesso Paese, stessa bandiera, interessi divergenti. Una guerra civile a bassa intensità. Ignorata dai media. Come in un brutto western, perderanno ancora una volta gli indiani, minoranza schiacciata dalla macchina del profitto?

Gli indigeni dell’Amazzonia si difendono. Difendono le terre in cui vivono da chi gliele vuole rubare. Dai latifondisti che pretendono di allargarsi a loro spese per incrementare l’agrobusiness. Dalle compagnie minerarie avide di frugare in sottosuoli vergini. I dannati della terra contro i padroni della Terra.

 

 

Palmas (Brasile), Giochi indigeni 2015 17

 

 

Giochi senza frontiere
Tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre, la sonnolenta città di Palmas, nel cuore agricolo del Brasile, ha ospitato centinaia di indigeni provenienti da tutto il Paese, dal Nordamerica e dall’Asia. Per un evento straordinario: la prima edizione dei Giochi mondiali indigeni. Atleti di ventiquattro etnie brasiliane e delegazioni provenienti da altri ventitré Paesi si sono abbracciati e affrontati per nove giorni in gare di canottaggio, tiro con l’arco, tiro alla fune e staffetta con tronco d’albero. C’erano filippini delle tribù Aeta e Ingorot, Maori della Nuova Zelanda, Neyihaw della provincia canadese del Saskatchewan. etiopi e mongoli.

Alla cerimonia di apertura di queste Olimpiadi indigene, Dilma Roussef è stata saluta da una salva di fischi. La presidente del Brasile ha sempre avuto rapporti gelidi con i nativi, che le rinfacciano di cedere alle lobby agroindustriali e minerarie.

Per un Paese che vuole essere moderno, democratico e soprattutto industrializzato, gli indigeni sono un folcloristico impiccio. Che utilità possono avere, per un politico, queste reliquie da calendario Survival, che i fautori di ordem e progresso, come recita il motto della bandiera nazionale, reputano interessanti solo per gli antropologi? Sono pochi, parlano 274 lingue diverse e abitano in zone malsane dove è complicato, e forse inutile, portare un’urna elettorale.

Per contrastare questi letali pregiudizi, per far vedere che non sono soli al mondo, gli indigeni brasiliani hanno chiamato a raccolta i membri di altri etnie allo scopo di ricordarci che, per quanto dispersi, sono circa 370 milioni sulla faccia della Terra. Più del 5 per cento della popolazione mondiale, non proprio una trascurabile bazzecola.

 

 

La posta in gioco

 

 

Il solito film western
I Giochi, oltre che una testimonianza di esistenza e resistenza, sono stati per gli amerindi una formidabile occasione per manifestare il loro malcontento. Durante la gara dei cento metri, il pubblico, composto in gran parte da nativi in abiti tradizionali, ha manifestato contro un emendamento costituzionale per trasferire il diritto di delimitare le terre ancestrali dal governo al Congresso, cioè al parlamento. Il che non è più democratico, considerato che il Congresso è fortemente influenzato dalla potente lobby dei latifondisti, da sempre ostili agli indigeni, fastidioso ostacolo alla loro fame di terre. Il solito film western di indiani e cowboy: prima si chiudono gli indiani nelle riserve e poi li si butta fuori anche da lì quando si scopre che sotto i loro piedi c’è l’oro o qualche altro ricco giacimento. La ricchezza del Brasile è sia nascosta che in bella vista. I fazenderos vogliono disboscare, cioè cancellare l’habitat delle popolazioni indigene, per estendere le coltivazioni della soia e della canna da zucchero.

L’emendamento, già approvato dalla commissione parlamentare preposta, dovrà passare attraverso Camera e Senato prima di planare sulla scrivania della presidente Rousseff. Dipenderà dalla sua firma se le terre degli indigeni si restringeranno ulteriormente. Dunque, come disapprovare i fischi preventivi che le hanno indirizzato le vittime designate?

«Sono pochi i deputati del Congresso che difendono i diritti degli indigeni», dice padre Ton, un ex deputato del Partido dos Trabalhadores (Pt). Ton sostiene che la tensione tra i proprietari terrieri e le popolazioni indigene è destinata ad aumentare se passerà l’emendamento. «Il disegno di legge è stato progettato per soddisfare gli interessi dell’agrobusiness e delle compagnie minerarie».

 

 

Quale futuro?

 

 

Il prezzo dello zucchero di canna
A differenza delle Olimpiadi, lo scopo dei Giochi olimpici indigeni non è vincere medaglie (ogni partecipante ne ha avuto una), bensì informare tutto il mondo dei problemi dei nativi. Secondo il Consiglio missionario della Chiesa cattolica per i popoli indigeni (Cimi), 138 indigeni sono stati uccisi in scontri per la terra lo scorso anno, con un incremento del 130 per cento rispetto al 2013. Durante i Giochi, un manifestante dell’etnia Enawene Nawe, nello stato centro-occidentale del Mato Grosso, è stato vittima di uno scontro con un gruppo di agricoltori e camionisti. Negli stessi giorni, più di cento attivisti di gruppi indigeni e movimenti sociali hanno invaso l'assemblea locale nel Mato Grosso do Sul per chiedere il boicottaggio dei prodotti agricoli dello Stato. «Gli Stati Uniti, l’Asia e l’Europa devono sapere che una parte della soia, della carne e dello zucchero di canna è macchiato del sangue dei bambini indigeni; continuare a consumarli equivale a incoraggiare altri maggiori crimini verso i nostri popoli», ha dichiarato Lindomar Terena, coordinatore dell’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile (Apib). Sulle nostre tavole, sulle nostre coscienze è piombato un nuovo macigno. Indigesto.

 

 

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