La Via Lattea? L’abbiamo persa di vista

La Via Lattea in una foto di Salvatore Serra

 

 

C’è stato un tempo in cui avevamo abbondanza di cielo. Ne avevano così tanto che una sorta di anti-poeta, un manigoldo avido di riflettori si era messo in testa di voler uccidere il chiaro di luna. Qualcuno gli prestò orecchio e tanto si è fatto che il chiaro di luna è finito ammazzato, insieme a milioni di stelle. C’è sempre chi dà manforte a questi screanzati. Poi arriva Pier Paolo Pasolini, ci fa notare che non ci sono più lucciole e allora tutti giù versare lacrime sui bei tempi andati. Eh sì, la nostra vita è fatta di emozioni ondivaghe. Ci facciamo incartare e scartare come caramelle, succhiati e risucchiati da rivoluzionari che, con le belle parole, aprono la strada a chi assassina Terra e cielo, stelle e lucciole.

 

 

 

 

Più che ai poeti incendiari dovremmo credere ai nostri occhi. E, parlando di cielo, chiederci come mai le stelle non esistano più se non nelle illustrazioni dei libri per bambini, nei telescopi degli scienziati, nei viali del tramonto di Hollywood. Eppure c’è stato un tempo in cui bastava rivolgere gli occhi al cielo per renderci conto che era «trapuntato» di stelle. Sì, nelle poesiole di un’altra epoca il cielo notturno era sempre trapuntato di stelle. Lessico discutibile, ma affermazione vera. Non erano le ardenti stelle del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, materia dei filosofici interrogativi leopardiani, ma erano quantomeno le stelle della notte di San Lorenzo. Stelle cadenti. Che da bambini credevamo potessero cadere sulla Terra come meteoriti o astronavi anziché in quei buchi neri di cui ancora non si sapeva. Scrutavamo il cielo e ne eravamo ricambiati.

 

 

La Via Lattea vista da Cape Royal sul North Rim del Grand Canyon. Gli aloni di luce sono emanati (da sinistra) dalle aree urbane di Flagstaff, Phoenix e Prescott, Las Vegas. Foto di Jeremy Bianco

 

 

Come nei primi anni Settanta Pasolini ci invitò a meditare sulla scomparsa delle lucciole, allo stesso modo un’équipe di studiosi ci avverte della gravità della scomparsa della Via Lattea. La galassia alla quale appartiene il sistema solare è invisibile a un terzo dell’umanità, nascosta, accecata dall’inquinamento luminoso, le luci di cui ci circondiamo, massimamente nelle città, per vincere la nostra atavica e un po’ fondata paura del buio. In Europa, siamo il 60 per cento a non poter vedere la Via Lattea. Nel Nordamerica addirittura l’80 per cento. È tutto scritto, provato e spiegato in uno studio pubblicato dalla rivista Science Advances.

 

 

Nel Nordamerica, la zona più colpita dall'inquinamento luminoso è quella orientale. Foto dell'Università del Colorado

 

 

Per Fabio Falchi, uno dei membri del team internazionale di scienziati che ha elaborato l’atlante mondiale dell’invisibilità della Via Lattea, si tratta di «una perdita culturale di una gravità senza precedenti». Avete letto bene: «culturale». Non naturale, culturale. Il fatto che le generazioni a venire, oltre a quelle che abitano attualmente buona parte della Terra, non possano più vedere lo splendore del cielo notturno avrà ripercussioni sulla loro capacità di immaginazione e sulle loro stesse ambizioni. Un cielo senza quelle miriadi di luci palpitanti, senza quella striatura lattiginosa, sarà un cielo senza Astolfo, senza ET, senza astronavi, senza il Piccolo Principe, senza astronauti e senza cosmonauti, senza fantascienza, senza comete, senza fantasia. Senza incanto.

La censura della Via Lattea non è praticata solo nel mondo cosiddetto occidentale, ma anche in quelle parti dell’ex Terzo Mondo che in pochi decenni sono diventate le locomotive dello sviluppo economico e urbanistico planetario, come Singapore e Kuwait City. E anche Malta, sasso confinato nel Mediterraneo, non può godersi lo spettacolo. La ragnatela si estende. «L’umanità ha avvolto il nostro pianeta in una nebbia luminosa che impedisce alla maggior parte della popolazione della Terra di poter osservare la nostra galassia», scrivono gli autori dello studio.

 

 

La Via Lattea vista dall'Isola di Wight  (Inghilterra). Foto di Chad Powell:Barcroft

 

 

I dati utilizzati per mettere punto questo atlante dell’inquinamento luminoso sono stati forniti dal satellite metereologico Suomi NPP e dalle rilevazioni della luminosità fatte sul campo. Gli autori hanno per esempio riscontrato che gli abitanti della regione parigina debbono viaggiare per almeno 900 chilometri prima di arrivare in una zona in cui il cielo notturno non sia inquinato dalla luce artificiale. Ossia arrivare almeno in Corsica, nella Spagna centrale o in Scozia, «È la prima volta, nella storia dell’umanità, che abbiamo perso un contatto diretto con il cielo notturno», spiega Fabio Falchi al New York Times.

 

 

La mappa dell'inquinamento luminoso in Italia

 

 

Tra i luoghi meno colpiti dall’inquinamento luminoso ci sono il Madagascar, la Groenlandia e la Repubblica Centroafricana. Gli studiosi spiegano anche che se gli attuali lampioni venissero sostituiti da lampade LED, l’illuminazione artificiale innalzerebbe una barriera ancora più invalicabile tra noi e la Via Lattea. L’atlante permette anche di rendersi conto fino a che punto l’illuminazione dei grandi centri metropolitani colpisca i dintorni, spingendosi a parecchi centinaia di chilometri di distanza.

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