New Delhi: il paradiso terrestre? È al 36° piano

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L'architetto belga Vincent Callebaut è autore di un progetto che vedrà la luce in India nel 2020. La sua ambizione? Costruire edifici al cento per cento ecologici in un quartiere di New Delhi, Jaypee Sports City. Le immagini dei rendering una certa impressione la fanno, benché di utopici boschi verticali e di boscaioli-architetti ne circolino parecchi in questi tempi orfani di vera natura, stecchita dai fumi e stritolata dalle spire di serpenti autostradali.

Dopo aver costruito la torre Adn nei dintorni di Taipei e preso in considerazione una Parigi verde per il 2050, l'eco-costruttore Vincent Callebaut si è lanciato in questo progetto agro-ecologico battezzato Hyperion, come la sequoia più alta del mondo. L'eco-quartiere nelle vicinanze di New Delhi sarà composto da sei colossali torri albero di 36 piani e sarà coperto di vegetazione da capo a piedi, con alberi da frutto, piante medicinali e specie agricole. Un'idea folle, ma non impossibile, assicurano quelli che non si intendono di natura giusta al posto giusto.

La pensata non è tutta del belga. A dargli manforte è intervenuto una sorta di guru, l'agro-ecologista indiano Amlankusum, insofferente dell'industrializzazione del suo Paese. «Reinventare un nuovo modello urbano di crescita verde rispettoso dell'ambiente ecologico e sociale, è questa la mia sfida quotidiana. Dopo l'età del carbone, dell'acciaio, del petrolio e dei minerali, quella del XXI secolo sarà l'età del vivente e della biologia o non sarà», taglia corto l'indiano.

 

 

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Hyperion sarà un mix di alloggi, residenze per studenti, uffici e spazi per il tempo libero. Sarà costruito al 25 per cento con materiali usuali, come l'acciaio e il cemento per le fondamenta, e al 75 per cento con materiali più ecologici come il legno proveniente da una foresta di Delhi. Distruggere una foresta naturale per ricostruire un bosco artificiale? Amlankusum si aspettava l'obiezione: «Avremo cura di rinnovare ciò che avremo prelevato, rispettando un ciclo di tagli appropriati secondo la capacità di rigenerazione della foresta».

L'energia solare sarà la principale fonte d'alimentazione delle sei torri grazie alle «scaglie» fotovoltaiche e termiche che si comporteranno come girasoli. L'ideale in una regione nota per i suoi picchi di calore. Ma quanto verrà a costare tutto ciò? L'eco-costruttore preferisce snocciolare altre cifre: 128 metri di altezza, mille alloggi, venti chili di frutta e verdure bio all'anno per metro quadrato. I balconi delle abitazioni ospiteranno colture idroponiche (indipendenti dal suolo e irrigate da soluzioni di sali minerali e altri nutrimenti).

Insomma, raccolti sufficienti a sfamare l'intera popolazione dell'Hyperion. Eh sì, bisognerà che gli abitanti della Grande Sequoia se la cavino con questi spazi, senza fare avanti e indietro al supermercato. Se no, si tradisce l'alito utopico insufflato nel progetto dall'agro-ecologista Almankusum, favorevole alla «decentralizzazione dell'energia» così come alla «deindustrializzazione alimentare».

Ciliegina sulla torta, un tetto «frutteto» in cui si troveranno una sala sportiva, una piscina biologica e un'area giochi per bambini: basterà prendere l'ascensore per giocare all'aria aperta, lontano dai pericoli del traffico. Che aria sarà? La stessa della strada, ovviamente. Passerelle sospese sul vuoto collegheranno i vari edifici favorendo i rapporti di buon vicinato tra gli inquilini. Pesci di diverse specie sguazzeranno nei bacini di allevamento prima di fare quattro salti in padella. Insomma, una sorta di parco pubblico ai piedi del cielo, un paradiso terrestre dove basterà allungare la mano per staccare una mela dal ramo. Senza che nessuno vi cacci. Sempre che non siate morosi.

Il progetto dell'eco-quartiere più ambizioso mai costruito, avviato nel 2014, dovrebbe essere completato fra quattro anni.

 

 

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Liberi di sognare. Liberi di provare, ci mancherebbe. E noi liberi di dubitare. Palazzi di trentasei piani non stanno in piedi senza il cemento. E il cemento è cemento. Non si fa addomesticare, non si lascia edulcorare. I suoi fabbricanti e spacciatori non si faranno certo turlupinare da ecologi ed egologi, e non saranno certo i suoi archimisti, architetti alchimisti della pietra filosofale della natura innaturale, a darcela a bere.

Questa è storytelling, come si dice oggi, narrazione da frottolai, fola riciclata e illustrata da fiabeschi rendering. Gli alberi non si trapiantano. Al massimo si piantano e si lascia che crescano.

Anche quella degli abeti che avrebbero avuto una seconda vita altrove dopo aver sopportato balocchi e calori natalizi nei nostri salotti, era tutta una favola, che propinavamo ai nostri bimbi dopo averla raccontata a noi stessi, per tacitare gli scrupoli che cercavano di uscire grattando contro le pareti spesse di coscienze incrostate di balle sociali ricevute e ritrasmesse. Ma non ci si può far niente a parole.

Dopo il business grigio, ci tocca il business ridipinto di verde. Non ci resta che aspettare, per raccogliere i frutti dell'utopia. Sperando che, come tanti altri progetti urbanistico-sociali, non siano avvelenati. O peggio, che non siano bacati fin dall'inizio.

 

 

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