Roma Pride, battibecchi e fasti della Civiltà italiana

Il palazzo della Civiltà italiana nei manifesti Lgbt (particolare)

 

 

Oggi, 11 giugno 2016, sotto il Colosseo Quadrato voluto da quel Testa Quadra di Benito Mussolini per celebrare il Ventennale di un fascismo cui la guerra aveva ormai rosicchiato gli spigoli e l’avvenire, sfileranno le quadrate legioni romane della repubblica Lgbt. La Storia beffarda si prende delle rivincite e fa boccacce ai perdenti. Non senza boa di piume di struzzo e mutande con le borchie, al termine di un’infocata ma elegante baruffa che ha tenuto la Capitale con il fiato sospeso. Cominciamo dall’inizio.

 

 

Il Palazzo della civiltà italiana

 

 

Era notte fonda, ma The Man in Black, lo Stilista con le labbra sigillate dal silicone, portava gli occhiali da sole fascianti, il solito il collettone e i mezzi guanti. Tutto il necessaire per celare rughe, zampe di galline e artriti debordanti. Per non farci sapere gli anni che nessuno sa quanti siano, ma che ci immaginiamo più di quel che sono, così impara a fare il furbo. C'era la ministra vestita di nero con i lustrini sulla borsetta nera. Gli occhi le brillavano di «ce-l’ho-fatta». Sorridevano tutti meno lo Stilista. Chissà che cosa pensavano i suoi occhi dietro quelle lenti scure. Sovrastava l’allegra comunità il palazzone bianco con quella scritta passata alla storia, incisa nel travertino con quei bei caratteri che mi pare si chiamino Trajan e mi hanno sempre fatto pensare alla limpida grafica romana dei bei tempi di SPQR: «Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori». Che siamo, noi, perbacco, gli italiani. Non tutti, ma un bel po’.

 

 

Al centro, la ministra Maria Elena Boschi

 

 

Molti quella sera di ottobre del 2015 si saranno sentiti chi poeta, chi artista, cioè stilista, chi eroe, cioè politico, chi santo, chi pensatore, chi scienziato, chi navigatore. Credo che nessuno si sia sentito trasmigratore, che non so bene che cosa intendesse chi l'ha fatto scrivere, ma è termine troppo imparentato con migranti. E se il dittatore che l’ha dettato allo scalpellino avesse proprio voluto dire quello? Cioè, emigrante? Lo siamo stati, ancora lo siamo. Abbiamo dato al mondo la pizza, la mafia e le scarpe fatte a mano. Perché negarlo? Beh, questo succedeva mesi fa, quando un famoso marchio del Made in Italy prendeva possesso del palazzo della Civiltà italiana dell'Eur, su cui quella dedica è incisa, e lo illuminava per attirare su di sé i riflettori.

 

 

Il Palazzo della Civiltà è il quartier generale del gruppo Fendi

 

 

Dal 2013 l’ex laboratorio di pellicceria fondato nel 1918, a lungo gestito da cinque inconfondibili sorelle, non è più italiano. Lo controlla la multinazionale francese Lvmh che lo ha affidato al console Karl, detto il Tedesco. Eh sì, la «casa romana di moda», per dirla con Wikipedia, ha trasmigrato. Delocalizzato per dirla con eufemistico termine odierno. Ha sede nello sfarzosa Colosseo Quadrato, ha cervello nella scatola cranica di Karl, fondo cassa a Parigi, fabbriche chissà dove, ma probabilmente non in territori soggetti alla giurisdizione di Angela Merkel.

 

 

Il palazzo della Civiltà italiana durante la festa notturna Fendi

 

 

Può darsi che proprio quella sera di festa son et lumière abbia acceso una lampadina nella testa del Coordinamento del Roma Pride la cui parata è in programma oggi. E così nei giorni scorsi la Capitale è stata tappezzata con manifesti Lgbt che, per reclamizzare l’evento, ritraggono anomale famigliole, coppie copia e incolla, giovani nerboruti in mutande svestiti da giocatori di pallanuoto, sullo sfondo del palazzo della Civiltà italiana. La trovata non è piaciuta al marchio, Lvmh. «Ritirate e distruggete le immagini della campagna per il Pride», hanno tuonato i legali della Maison Fendi, accusando Lgbt di avere fatto «un uso improprio dell’immagine del Palazzo della Civiltà italiana» di cui la società da loro rappresentata «è licenziataria esclusiva dell’immagine». Eh no, hanno replicato i gay, l’immagine di quel monumento appartiene a tutti i romani. Per aggiungere poi una motivazione dirimente: «Non è possibile immaginare che una società che sta sul mercato e che ha tra i suoi clienti ha anche le persone Lgbt…».

Hai capito? Basta farsi intendere e quei buon intenditori degli avvocati e dei loro mandanti hanno orecchie per intendere, tant'è che hanno ingranato la retromarcia. In forma di comunicato dall’ossequioso incipit: «Da sempre per Fendi la valorizzazione delle diversità professionali, culturali e di genere è parte integrante della cultura della società, la quale in nessuna attività, interna o esterna, discrimina in base all’orientamento sessuale, identità di genere, razza, colore, sesso, religione, opinioni politiche, nazionalità, origini sociali, etnia, invalidità, età, stato civile o altra condizione personale…» e bla bla bla. Caspita, per un pelo Fendi non è caduto nel trabocchetto del politicamente scorretto come un Guido Barilla qualsiasi. E così, ancora un volta, e ce ne compiacciamo, ha vinto la minoranza chiassosa, festosa, baldanzosa, sfarzosa, orgogliosa.

 

 

Chi non si accontenta, non sarà mai contento (e, soprattutto, non godrà)

 

 

Ci si chiede, in questo anno di grazia 2016 che ha visto l’approvazione della legge sulle unioni civili, come possano esserci ancora degli anticonformisti tanto masochisti da stuzzicare il can che abbaia e morde. Ma non sanno, i signori Lvmh, che il marchio Lgbt quando si incavola, come solo i suoi aderenti e dirigenti sanno incavolarsi, la spunta sempre? Ignorano la sua capacità mediatica di tirarsi dietro i maîtres à penser, i maîtres à lécher e soprattutto quei giornaloni pesanti per l’inchiostro colorato di cui sono imbevuti la cui ormai unica force de frappe è costituita non da penne aguzze con i pennini temperati nell'acciaio ma da quintali di pubblicità fashion? E chi domanda nel fashion?

 

 

Il palazzo della Civiltà italiana durante la festa notturna Fendi

 

 

E poi, santiddio, la comunità che sfilerà oggi per le vie di Roma offrirà, com’è suo costume, parecchi spunti agli stilisti che, mescolati nel corteo, non mancheranno di prendere appunti e scattare foto. Perché non c’è parata gay che non sia pure una sfilata di moda off off off. Solo gli avvocati non lo sapevano. Ma gli è stata data una regolata e pare che l’abbiano capita.

Tutta questo introibo ad altare Dei per invitarvi a considerare il palazzo della Civiltà non solo come carta da parati di una risibile pugna ma come meta valida in sé e per sé. Caso mai pensaste che la sua silhouette sia stata unicamente fonte di ispirazione per i quadri surreali e notturni di De Chirico. Perciò ecco qualche pillola e un bel video per unire l’utile turistico alla dilettevole sfilata.

 

 

Gli archi del primo ordine del palazzo della Civilità italiana con le statue dedicate alle arti

 

 

Pillole di sapere

Il quartiere dell’Eur (Esposizione universale di Roma) fu pensato per celebrare il ventesimo anniversario della marcia su Roma. Avrebbe dovuto essere inaugurato il 21 aprile 1942. La guerra in corso mandò a monte le previsioni.

Gli edifici e le infrastrutture, rimasti incompleti o gravemente danneggiati dalle occupazioni militari, furono abbandonati: alla fine del conflitto, il quartiere appariva come una città morta.

A partire dal 1950 sono restaurati e completati i palazzi, altri se ne aggiungono, vengono realizzati strade e servizi, è ultimata la metropolitana e incomincia il trasferimento di ministeri ed enti parastatali.

Nel 1960, con le Olimpiadi, l’operazione Eur si completa: vengono costruiti grandi impianti sportivi, il lago artificiale e un parco.

 

 

Il Colosseo Quadrato a volo d’uccello (video)

 

 

Il Palazzo della Civiltà italiana, l'edificio più pregiato e appariscente dell'Eur, era noto anche con il nome di palazzo della Civiltà del Lavoro. Nome decaduto per la scarsità sia dell'una come dell'altro. Nonostante ciò, è sede dei Cavalieri del Lavoro e di alcuni enti e ordini professionali.

È chiamato anche Colosseo Quadrato per la quantità dei suoi archi: 54 per ognuna delle quattro facciate. Sotto quelli del primo ordine sono collocate statue raffiguranti le varie arti. Il critico Robert Hughes l'ha definito «l'edificio più orribile al mondo». Esagerato.

Ideato nel 1936, progettato nel 1937, iniziato nel 1938, inaugurato (incompleto) nel 1940, terminato del dopoguerra.

Solo nel 2004 è stato dichiarato «edificio di interesse culturale» da una legge dello Stato. Perciò «vincolato a usi espositivi e museali».

Nel luglio 2013 è stato affittato (fino al 2028) al gruppo di moda Fendi (Lvmh).

 

 

Il palazzo dei Congressi

 

 

Il palazzo dei Congressi è uno dei pochi edifici dell’euro progettati senza archi e colonne: quelle nell’alto porticato furono ordinate all’insaputa dell’architetto A. Libera, il quale si rifiutò di inserirle nel suo progetto. Il nucleo centrale consiste in un grande salone di rappresentanza, fiancheggiato da vasti ambienti e gallerie. Degne di nota sono le due sale da 500 posti ognuna: l’aula magna e il teatro pensile sul terrazzo.

Il palazzo dell’Eni, realizzato in acciaio e cristallo tra il 1961 e il 1962, è contraddistinto dalla fontana del suo ingresso: una vasca rotonda di cemento nella quale è inserito un masso roccioso che sostiene una scultura di ferro.

Il palazzo dello Sport, realizzato nel 1960 in occasione della diciassettesima edizione dei Giochi olimpici, può ospitare 16 mila spettatori. Visto dall’alto, appare come una serie di certi concentrici, mentre la copertura è una cupola emisferica di cento metri di diametro.

Per ironia della Storia, il piazzale su cui si affaccia il palazzo della Civiltà italiana voluto da Benito Mussolini è intitolato al leader della Resistenza Ferruccio Parri, comandante del Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia.

 

 

Civiltà multinazionale (17 foto)

 

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