Sahara, non è più un deserto per dromedari

Sahara, oggi

 

Con gli animali stiamo perdendo anche l’umanesimo, perché un dromedario o un mulo non può percorrere le stesse distanze nello stesso tempo di una macchina. Quando si viaggiava a dorso di dromedario si potevano passare due o tre notti nel deserto, s’incontravano amici, compagni e parenti lontani, prima di arrivare a destinazione. Si era obbligati a fermarsi ad ogni oasi, ad ogni pozzo o villaggio dove si condivideva e si scambiava quel poco che si era portato dalla città.

Ora tutto questo non c’è più. Sali in macchina e via, dopo qualche ora sei arrivato. La gente non si conosce più. Prima i vecchi si conoscevano tutti, generazioni di famiglie, cognomi, lignaggi legati dalla conoscenza reciproca. Potevi andare a Timbuctu, Gao, Kidal e conoscevi tutti. Ci si aiutava perché il deserto non è un luogo facile per nessuno. Oggi se hai la macchina o la moto vai di fretta e te ne freghi degli altri, dei loro bisogni, delle loro sofferenze perché non ti riguardano più, al massimo le vedi sfilare a cento all’ora fuori dal finestrino, come fossero in tv. Si dice che oggi con le nuove tecnologie, con i telefonini e Internet nelle tasche di tutti sia migliorata la comunicazione. Invece è scomparso l’essere umano, non c’è rimasto più nulla, solo fili e microchip. Il telefono non può risolvere il problema del deserto.

Nel deserto per esistere bisogna guardarsi in faccia e parlarsi: io ti ho visto, tu mi hai visto, abbiamo parlato, ci siamo chiesti come va nel grande Nord, quali sono i pascoli migliori in cui portare il bestiame. Quando le informazioni circolavano a dorso di dromedario tutti sapevano tutto di tutti, il deserto era un grande villaggio di convivenza. Oggi è diventato un oceano di pericoli e anarchia. (Da «Viaggio nel Mali del Nord dove si rimpiange il welfare jihadista» in Chi ha paura del califfo, terzo numero 2015 di Limes, rivista italiana di geopolitica)

Sahara, le ombre del passato

popoli_sahariani_saheliani_940Carta di Laura Canali

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