Salsomaggiore Terme, il Festival Beat non è il Festivalbar

Festival Beat Salsomaggiore 2015 a

 
di Orazio Folonari - foto di Filippo Tosi

 

Non è Woodstock, non è l'Isola di Wight, non è neanche Parco Lambro e viene un momento che lo confondi con la festa dell'Unità, ma va bene lo stesso. È il Festival Beat, anno ventitré, nona edizione salsese, nella Salso dalle chiare, fresche e salse acque termali salite fino alla gola dei suoi abitanti e commercianti pronti ad afferrare per la collottola chiunque abbia da spendere un'idea, un'iniziativa, due soldi nel borsellino, perché loro vogliono vendere. Quanto all'«immagine», l'hanno svenduta già tanto tempo fa. E non chiedere chi sia stato e perché. La risposta, amico mio, è nel vento. Nelle parole ariose di politici, albergatori e negozianti. Tutta gente di denti forti e vista corta.

«Beat significa vedere all’improvviso le cose come sono». (Gregory Corso)

Son qui che ascolto Happy Jack degli Who mentre scrivo. È la british invasion, bellezza.

Quando sento la parola beat mi scatta qualcosa dentro. Come a sentir parlare di bif sotto questa canicola che non basta essere calvi per non sentirla. Sono stato capellone, so di che parlo. Ho sopportato caldi ben peggiori con quei capelli fatti probabilmente dello stesso materiale che usano per coibentare i muri delle case. Una gnagna, la chiamava il mio barbiere quando mi affacciavo alla sua bottega per fargli uno sberleffo e mi è andata bene fino al giorno in cui riuscì ad afferrarmi per i capelli e rovescirmi sulla poltrona per vaticinarmi: stai andando in piazza, ragazzo. E non intendeva in piazza per manifestare. Vidi nello specchio che se la rideva sotto i baffi che non aveva e gli ci volle niente e scucirmi una cifra per 24 fiale da strofinarmi sulla testa. Furono quelle ad accelerare la caduta? Mistero. Cambiai barbiere. Il beat cominciava a morire allora, e non quando l'aveva detto Celentano, con Sansone e tutti i filistei. Da Hendrix bianco diventai un Rockets argentato, ma senza mai raggiungere la loro lucidità cranica.

Itunes sta passando Obladì obladà, e anche questa è la british invasion, bellezza. Spero che li sfumino alla svelta e arrivi Get off of my cloud dei Rolling Stones. Quella sì che attizza, ma non ditelo a mia figlia, che non li sopporta, se no c'è da prendersi per i capelli e certo che vinco io, ma non mi piace vincere sleale.

 

 
Festival Beat Salsomaggiore 2015b

 

 

Beat vuol dire tante cose. Per certuni vuol dire conservare una fonovaligia mentale in cui continuare a passare dei 45 giri rigati o un jukebox che per un coin da cento lire ti dava diritto a tre selections facendo girare una rotella o pigiando tasti che abbinavano numeri e lettere dell'alfabeto. Giradischi e jukebox, ma non all'idrogeno, per cervelli vintage. Alla parola beat, scatta la reazione. Quando la sentono, i nostalgici sbavano come il cane di Pavlov, che non è un mio vicino di casa ma digita cane e poi Pavlov, vai su wikipedia e trovi tutta la spiega. Beat! Arf! Beat, beat!! Arf, arf!! E così via in crescendo. Rossiniano? Se vuoi, roussosiano, da Demis Roussous, che riposa in pace nella Hall of fame dell'Olimpo. Lui proprio beat non era, ma andava bene lo stesso il figlio di Afrodite che confondeva le lacrime con la pioggia. Hai mai provato a piangere sotto la pioggia? Mimetismo perfetto.

Hall of the Mountain King, anche quello era un crescendo, avevo un disco Rpm made in Great Britain del 1965, cinquant'anni fa, bellezza.
Era il Peer Gynt di Edvard Grieg, 1883, centoventotto anni fa, dolcezza.
Allora il beat c'era già nell'antichità?
Certo, dolcezza. E anche prima, l'ha mai sentita l'ouverture del Guglielmo Tell, quella di Rossini? L'hanno elettrificata e accelerata in parecchi. Lo chiamavano progressive rock.
Allora il beat è immortale.
Diciamo che porta bene i suoi anni.

Troppi Beatles in questo canale. Mi sposto su British Sixties Radio. Più equilibrata. È sempre british invasion, ma lì ce n'è tuttifrutti. Per esempio, The Sekeers, australiani di Melbourne, ma della gran famiglia Commonwealth. Sì, cantavano perlopiù inni religiosi o quasi, pacifisti, roba da messa beat. Ma volevamo tutti la pace allora, no? Volevamo tutti andare a San Francisco con un fiore nei capelli e inchiodare gli yankee sul bagnasciuga. Dici che ci siamo riusciti?

C'erano degli ideali, dei valori nella musica dei Sixties, anche se non sempre ne capivamo le parole e forse è stato un bene. Mica tutti scrivevano come Bob Dylan. La musica era celestiale e ci bastava, ti portava in moto nel quartiere dove abita Dio, anche se il suo indirizzo preciso lui non ce lo ha mai dato. Forse non voleva che andassimo a trovarlo, a rompergli le scatole con delle domande scomode. Prova a sentire Wasn't born to follow dei Byrds e poi mi saprai dire. Ma c'era pure la Bibbia in certi versi dei Byrds. Turn turn turn è il Qohelet, l'Ecclesiaste. Il poema del tempo, i tempi dell'uomo.

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace (Qo 3,2-8).

«Tutti quelli che avevano avuto speranze finirono beat». (Allen Ginsberg)

Questo mio amico, che per comodità chiamerò Joe, aveva un padre molto severo. A casa non aveva fonovaligie né giradischi. Non infilava coin nella macchina della musica. Si vestiva come un ometto già a 12 anni. Cominciò a comportarsi da beat a 21 anni, non appena maggiorenne e indipendente. Da allora non ha più smesso di fare il beat, con corsi di recupero intensivi. Dev'essere per questo che non ha la pancia come me, ma un bel tatuaggio su un bicipite. Più Braccio di ferro che Querelle de Brest, beninteso. Io mi sono fermato dopo i Vanilla Fudge, lui è andato avanti, molto avanti.

L'ho fermato un giorno per chiedergli la lista delle hit degli ultimi trent'anni e sapere se potevo ancora mettermi al passo e ritrovare il segno. È stato al festival beat dello scorso anno, quando l'atmosfera era un po' che ti prendeva più al cuore che alla testa, dove c'è sempre un mangiadischi se non un una fonovaligia o un giradischi. Poi passa. Ma non ai convertiti tardivi. Pensa a Saul, caduto da cavallo sulla via di Damasco. Un incidente che ha cambiato il corso della storia. Joe, Joe, perché mi perseguiti? Joe, Joe, lemà sabactàni?

 

Festival Beat Salsomaggiore 2015 c
 

 

Eric Bardon and the Animals. Senti che vocione, il piccoletto dagli occhi transcaucasici. Un grandissimo. Prova I got to find my baby.

Al Festival Beat di Salsomaggiore, sul prato strofinato da scarpe di altre feste incontro Rosso Malpelo il bassista di cento band, prima musicista, poi taxista, poi spedizioniere e adesso sempre con il sellino di una mountain bike tra le chiappe. Gli dico che ho ascoltato Eric Burdon. Eh, mi fa lui. Chissà che cosa avrà voluto dire. Che mi era andato la fonovaligia al cervello, che sono rimasto indietro e poco up-to-date? Ho avuto l'impressione che a lui del beat non freghi un beato sorbo, e che nella sua lunga carriera musicale abbia flirtato addirittura con il liscio e il mambo. Che per lui sono solo diverse combinazioni di note. Deve aver smesso di essere teenager molto presto. Succedeva ai più.

Mettevano i 45 giri e gli lp in cantina per mettersi alla fresa o mettere la testa a posto, ma qualcuno capì che anche una chitarra è una fresa, uno strumento di lavoro. Solo quelli che suonavano l'aria con le dita non lo sapevano e ancor oggi continuano a invidiare i chitarristi e i bassisti che hanno avuto un plettro tra le dita. Li ricordo quando imitavano Joe Cocker premendo su corde invisibili e mi dicevo: questi qui o finiscono o manager o finiscono leader politici perché ne hanno di fantasia al potere.

Il rosso che conosco io, invece, ha premuto corde vere per spremere veri suoni arricciando le labbra come fa ancora Van Morrison, anche lui di pelo rosso. Lo hai mai sentito cantare Brown eyed girl, Van Morrison intendo? Siediti davanti a una radio british (ma il piccoletto è irish) e vedrai che prima o poi la passano. C'è chi preferisce Gloria, li capisco. Meno latina, più blues, più black. La differenza è che la ragazza dagli occhi scuri ti fa alzare dalla sedia e ti fa ballare.

Fermi tutti, c'è Manfred Mann con Paul Jones. Pretty Flamingo. Roba che ti manda su di giri già al primo giro di accordi. Me, voi non so. Sa di terre lontane, ma tra di voi può darsi che ci sia chi preferisce il territorio. Stanziali.

Vi stavo dicendo, sapete com'è, noi vecchi con la capacità di tenere un pensiero della durata di un 45 giri, e cioè all'incirca tre minuti, a volte andiamo fuori solco come la puntina di lettura (pick-up) di un giradischi. Vi stavo dicendo il beat è una parola magica. Multisense, se si può dire. Se qui davanti a me avessi uno nato negli anni Venti mi direbbe ma tu sai che cosa vuol dire beat? Noi siamo stati i veri beat, i beatnik, noi che siamo stati sulla strada con Kerouac e abbiamo urlato il nostro furore con Ginsberg, che cosa volete saperne voi di quei battiti. Noi veniamo dal jazz e abbiamo a malapena tollerato il rock. Robetta da fanciulle, basta guardare come ancheggiva Elvis the Pelvis.

Già. Già, ogni epoca ha i suoi battiti. Heart and drum. Siamo la banda dei cuori solitari. Oggi più che mai. Allora iscriviti a Twoo e scegli il tuo SmartMatch, hai ventiquattr'ore per rispondere. Tempo scaduto? Sotto con la prossima. Osservala bene, magari era una groupie, magari è stata a letto con il cantante degli Alunni del Sole. Accontentati, neppure tu sei stato un idolo delle folle.

 

 
Festival Beat Salsomaggiore 2015 d

 

«La Beat Generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo». (Jack Kerouac)

 

Ando hawaii se il beat non lo sai e, peggio ancora, non lo fai. Vado al Festival Beat di Salso. Sono risorti, ma non sono zombie, hanno pelate lustre, tatuaggi ovunque come l'arpioniere Queequeg, il cappellino dei rapper in testa, sì come quello che indossava Frank Sinatra-Tony Rome nei Sessanta, e si fanno martellare le orecchie da chiunque salga sul palco. Solo quelli con i chiodi, le borchie nel naso, sulla lingua e nelle labbra non vedo. Che siano andati a farsi ricucire e medicare per il posto in banca o in banda? Molti portano gli stivaletti con la cerniera. Tacco largo e piatto. Quelli con il tacco country, usati dai cowboy per frenare quando scendono di corsa da cavallo, neanche l'ombra. Se si presentassero, stonerebbero come hells angels con la bandiera confederata cucita sul giubbotto a un party delle black panther. Ma non li sbatterebbero fuori, Salsomaggiore è città accogliente. Dentro tutti. Per la torta fritta di qui, per la birra di là, alla cassa c'è fila. Abbondano i basettoni. Smilzi o folti come quelli di Mungo Jerry.

Lazy Sunday, cantano in questo momento gli Smal Faces. Non credo fosse una domenica afosa e senza una bava di brezza come questa. Se no, Steve Marriott non si sarebbe dimenato tanto mentre la cantava a squarciagola con la voce rauca, fino a farsi ingrossare i cordoni del collo. Erano diverse le domeniche al di qua e al di là della Manica, oh yeah, Sha la la la lee.

C'è stato un momento in cui certi intellettuali modenesi, per esempio Barbolini& Berselli, non meno sazi e ispirati dei loro omologhi bolognesi, pensarono che fosse l'ora di raccogliere le uve per il lambrusco. Erano gli Ottanta e loro di anni ne avevano quaranta. Il lambrusco piace a tutti come la Coca-Cola. Gasato uguale, quando è genuino a stapparlo bisogna andare fuori se no ti parte un cannone che ti ripittura la stanza che neanche un artista dell'action painting ci riuscirebbe uguale. Questi geniali modenesi fecero un misturotto, come si dice a Parma, di tutto quello che li aveva divertiti, ingolositi quand'erano piccoli emiliani, dai bagni di Rimini al Cantagiro, un revival dentro cui sguazzare. Una bella trovata, ma postmoderno, e quando arrivi al post, come quando arrivi a Capo Nord o a Capo Passero, dopo non c'è più niente, solo il mare e se non sai nuotare o non hai una barca tanto vale che fai marcia indietro. Ma rivalutare, riabilitare e tornare sui propri passi stanca. E nessuno vuol fare la figura del nostalgico. Neanche Gianni Fuso.

Gianni è l'organizzatore del Festival Beat, ma non è un nostalgico. Se lo fosse, avrebbe chiamato i Nomadi, che sono sempre pronti a partire, o Gianni Pettenati o Pilade in arte Pilat (o viceversa). Se non l'ha fatto è perché sa schivare le trappole e lui nel revival con i Dik Dik da sagra di paese non ci casca. Lui ha quarant'anni oggi.

Scusate l'interruzione tecnica, ma Ruby Tuesday deve essere ascoltata a tasti fermi. Se no, sembra che sia io a pestare sulla batteria con starnuti da mitragliatrice invece che Charlie Watts. E poi la canzone è delicata, anche se ha strappi da streppa.

Dicevo che Gianni Fuso ha quarant'anni oggi e sa come vanno portati. Con taglio netto e profilo basso. È da più di vent'anni che fa da autista o camionista per i gruppi che arrivano dall'estero nel nostro Paese credendolo chissà che. Lui gli parla, sa come prenderli, li aggancia e poi gli butta lì: se volete suonare come Dio comanda davanti a un pubblico di nicchia alta, ce l'ho io il posto. E così da nove anni li mena a Salsomaggiore. Dove andassero prima, non so. Contento lui, contenti loro. Non ci fa i soldi, ma pilota un'idea. Non una start-up.

Lo vuoi intervistare, mi dice Filippo con premura da press agent. Magari domani, gli dico. Vedo che adesso ha da fare. Corre di qui e di là, Gianni, con quelle sue spalle larghe che devono essersi caricate di parecchie casse di amplificatori. Con i suoi basettoni alla Mungo Jerry che sono un omaggio ai vecchi tempi. Per chi sa. Come quelle quattro cariatidi che vedo ravanare tra i lp dei migliori anni della loro vita e chiedono il prezzo di un album dei Rolling Stones a Jimmy da Torino (dice lui) che nel festival è il numero uno dei dischi d'antan («a casa ne ho migliaia», dice lui) gli spara 180 euro. I quattro si guardano negli occhi e vengono via.

Ai tempi loro, quando un lp nuovo costava tremila lire (un euro e mezzo), avrebbero fatto un colletta per acquistarlo. Se lo sarebbero passati dall'uno all'altro e l'ultimo se lo sarebbe tenuto. Ma gli altri tre non lo volevano indietro? Forse uno o due ci provavano a reclamare la proprietà collettiva, ma il quarto gli diceva: con tutte le righe che gli avete fatto e il fruscio che fa, vi va ancora bene che non voglio indietro i miei soldi. Così si usava allora, prima di andare a comprare un altro lp, ognuno per proprio conto e fu anche così che morì il socialismo collettivista. Jimmy mi sa che i suoi dischi non li ha mai prestati a nessuno. Capitalista monopolista!

 

 
Festival Beat Salsomaggiore 2015 e

 

Ascolto Wild Thing dei Troggs su British Invasion Radio. È tutta un crepitio, come se la puntina facesse esplodere mini-castagnole mentre percorre i microsolchi. Ma può, una radio inglese, ridursi in questo stato e mandare in onda dischi, cioè registrazioni di dischi, così logore? Persino il mio 45 giri è meglio conservato. O i crepitii e i fruscii fanno parte della sceneggiata e quei noises sono la metafora del tempo che scorre molesto? Vallo a sapere. Il beat è fatto così. Un mondo di desideri. Dimenticati e ritrovati. Rimessi sul piatto (del giradischi). Riscritti. With a girl like you dei Troggs, l'avevo sentita le prime volte nella versione dei Nomadi, Un riparo per noi. Dignitosissima. Bisognava ripararsi da una pioggia acida, atomica. Una birichina canzone d'amore era diventata un avvertimento pacifista.

Gira voce che il prossimo anno il Festival Beat potrebbe migrare a Varazze. Far scappare e farsi scappare i festival, del cinema o delle miss, è la specialità di Salsomaggiore, la città che vuole gli incassi senza schiamazzi. Pare che a qualcuno non sia piaciuta la musica dei gruppi. Deve essere il figlio o il nipote di quello che ci gridava dietro «fatti tosare capellone», nel suo bel vernacolo che trasudava odio e invidia. Le mummie sono ancora tra noi. Chi vi credete che noi siam per i capelli che portiam?

 

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