Tambora, due secoli fa l’eruzione che sconvolse la Terra

Il vulcano Tambora

 

di Nathaniel Herzberg

 

Nevado del Ruiz (Colombia), 1985: 25 mila morti e la città d’Armero cancellata dalla carta geografica. Pinatubo (Filippine), 1991: mille morti e un impatto del 3% sul Pil nazionale. Eyjafjöll (Islanda), 2010: nessuna vittima, ma il traffico aereo bloccato per cinque giorni nei cieli d'Europa. Queste tre eruzioni hanno segnato gli ultimi trent'anni. Tuttavia restano dei semplici fuochi d'artificio paragonate a quelle che avvennero giusto due secoli fa a Tambora, in Indonesia.

L'eruzione vulcanica più potente, la più micidiale, la più gravida di conseguenze climatiche ed economiche dell'ultimo mezzo millennio. Che scienziati di tutto il mondo si apprestano a rievocare con riunioni internazionali da qui all'estate. La prima, che si svolgerà a Berna, rivisita l'avvenimento ed esplora le reazioni dell'epoca. Mentre la rivista Nature Geoscience si appella alla comunità scientifica per sapere quali rischi farebbe correre oggi al nostro pianeta un simile cataclisma. Poiché è stata una sorta di diluvio universale che si è abbattuto sul mondo quell'anno.

Il 10 e l'11 aprile 1815, il fuoco si scatenò per venti ore. Il vulcano, alto 4300 metri, sputò più di 35 chilometro cubi di magma denso. «Raggiunse il settimo livello su una scala di otto gradi», riassume Patrick Allard dell'istituto di fisica del globo di Parigi, primo vulcanologo a essere disceso nel cratere del tambora nel 1979. La cima fu polverizzata, la montagna si abbassò a 2850 metri. I boati delle esplosioni furono uditi fino a Sumatra, che è a duemila chilometri.

Nel cielo, s'innalzavano tre colonne di fiamme, che subito si fusero e poi crollarono sotto il peso della materia. Dopo la pioggia di rocce, nugoli ardenti si abbatterono sull'isola di Sumbawa, nell'est dell'arcipelago indonesiano. Nella città di Sanggar, rasa al suolo, morirono 15 mila persone. Onde alte dieci metri colpirono i villaggi dei pescatori. Sull'intera isola e più lontano, nel Paese, tsunami, epidemie e carestie fecero da 50 a 70 mila vittime.

 

La caldera del vulcano Tambora

 

Le informazioni furono lacunose. Nel 1883, invece, quando a eruttare fu il Krakatoa, sempre in Indonesia (36 mila morti), il telegrafo consentirà una rapida circolazione dei dati. Ma se le notizie sull'eruzione si arrestarono alle frontiere, lo stesso non si può dire delle sue conseguenze.

Una nube di cenere si spanse attraverso il continente per ricadere presto a terra. In compenso, il diossido di zolfo contenuto nella colonna alta 40 chilometri fu presa dalle correnti stratosferiche. Le particelle di solfato divennero altrettanti piccoli schermi solari. L'impatto climatico fu notevole. Nell'Europa occidentale, la temperatura media si abbassò di tre grandi nel 1816. Fu «l'anno senza estate».

In Gran Bretagna, in Francia,m in Germania, fra giugno e agosto si registrarono record di freddo e di precipitazioni. Pioggia, neve e grandine danneggiarono le colture. L'uva restò verde, le patate marcirono, la frutta non maturò. «Tra il 1815 e il 1817, il prezzo dei cereali raddoppiò da una sponda all'altra dell'Atlantico», spiega Clive Oppenheimer, geografo dell'università di Cambridge, che ha studiato le conseguenze sociali e politiche della formidabile eruzione.

In Europa, la carestia fece 100 mila vittime. Crollò la natalità, mentre la mortalità crebbe del 4% in Francia, del 6% in Prussia, del 20% in Svizzera e Toscana. Ovunque, scoppiarono rivolte di affamati violentemente represse. «A Cambridge fu promulgata una legge speciale, il Riot Act, che portò a parecchie condanne a morte. Penso che anche questi possano essere considerati effetti dell'eruzione del Tambora», conclude Clive Oppenheimer. Piccola consolazione: le perturbazioni climatiche offriranno alle generazioni future i cieli rossi dipinti da Turner e Constable.

 

Veduta aerea della cima del vulcano Tambora. Foto scattata da un satellite della Nasa nel 2009.

 

Bisogna attribuire al vulcano, alla crisi alimentare e alla morte di numerosi cavalli che ne seguì, l'invenzione della bicicletta nel 1817? È colpa del Tambora, delle gelate e delle inondazioni che provocò, anche la sostituzione della coltivazione del riso con quella dell'oppio, nella provincia dello Yunnan (Cina), primo atto della marcia delle droghe su scala mondiale? «Bisogna essere prudenti, non fare la storia con le congetture o le coincidenze», frena Clive Oppenheimer. «Altri fattori hanno pesato all'epoca, come la caduta dell'impero napoleonico. Ma è sicuro che un simile cataclisma ha messo sottosopra il pianeta».

Le società sono oggi «meglio armate per agire, come dimostra il bilancio dell'esplosione del Merapi, nel 2010 a Giava [400 morti]», fa notare Stephen Self, dell’Università di Berkeley. L’evacuazione in massa ha permesso di evitare un'ecatombe. Ma il vulcanologo americano lo sa: la popolazione mondiale è sei volte di più, le conseguenze a catena difficilmente prevedibili.

E così taglia corto: «Un'eruzione del Tambora oggi darebbe le stesse noie di allora». E il suo collega Clive Oppenheimer rincara la dose: «Siamo molto vulnerabili nell'autosufficienza alimentare. E spesso poco consapevoli della posta in gioco. Lo tsunami del 2004 lo ha dimostrato. Nessuno ha voluto prepararsi. D'altra parte come si può pretendere di tenere in stato di allarme una società per fenomeni che si verificano una o due volte in un millennio? Quando noi scienziati lanciamo un allarme, ci viene chiesto se l'eruzione accadrà nel giro di cinque anni. Senz'altro no. Ma succederà in futuro? Questo è certo». (Le Temps, 9 aprile 2015)

 

Dove si trova il vulcano Tambora

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