Uncanny Valley, quella faccia da schiaffi di Sophia vuol farci fuori

Sophia

 

 

Si chiama Sophia, vuol studiare e farsi una famiglia. Viene dalla Uncanny Valley (in italiano, Valle Perturbante), una valle che non troverete su nessuna carta geografica. È il nome di una teoria scientifica esposta nel 1970 dal giapponese Masahiro Mori, studioso di robotica, secondo la quale più un robot androide somiglia a un essere umano, più le sue imperfezioni ci appaiono mostruose. Paradossalmente è più facile trovarsi a proprio agio di fronte a un robot palesemente artificiale che a uno con pelle e volto che possono essere scambiati per umani. La teoria prevede tuttavia che, a un certo livello di imitazione, i robot finiranno per essere accettati. Per questo, Mori usa il termine Valle, perché si tratta di una zona, oltrepassata la quale, sarà più facile accettare la presenza e la convivenza con gli umanoidi. Solo quando tutte le differenze tra umani e robot saranno annullate, i primi non si sentivano più a disagio.

Certo che se ne è fatta di strada dall'esperimento mal riuscito del dottor Frankenstein. L'emulo 2.0 dello scienziato nato dalla penna della scrittrice britannica Mary Shelley è l'imprenditore americano David Hanson, titolare della Hanson Robotics, società fondata nel 2003 e specializzata nella fabbricazione di robot antropomorfi (Human-like, dicono gli anglosassoni, anzi Very human-like, quando la somiglianza è impressionante per non dire inquietante).

La «creatura» in questione stavolta non ha i bulloni che le escono dalle tempie come nella maschera cinematografica di Boris Karloff. Si chiama Sophia ed è il capolavoro di Hanson. Un umanoide capace di imitare in maniera stupefacente le espressioni umane. Ha debuttato al festival SXSW Interactive a Austin, Texas, all'inizio di marzo. In questa kermesse del digitale che riunisce migliaia di imprenditori del settore e richiama folle di curiosi, Sophia si è distinta per la sua capacità di interagire e conversare esprimendo «emozioni». In effetti, il suo viso, grazie a Frubbor, il silicone gommoso che lo ricopre, è estremamente mobile. Pare che Hanson l'abbia fatto a immagine e somiglianza di quello della moglie con l'aggiunta di un pizzico di Audrey Hepburn.

 

 

Sophia e David Hanson

 

 

Sotto l'epidermide, un'architettura motrice le permette di simulare una sessantina di espressioni facciali. Ha due micro-camere inserite negli occhi e, grazie alla tecnologia del face tracking, riesce a focalizzarsi sullo sguardo del suo interlocutore. Questi strumenti ottici servono anche a registrare i differenti volti delle persone che ha già visto e con le quali ha già parlato, e pertanto di riconoscerle alla successiva conversazione. Quanto al software, Sophia è dotata di un «motore di personalità» che le concede una certa libertà di risposta e di una applicazione di riconoscimento vocale per facilitare le sue conversazioni.

Il risultato è sorprendente, benché ancora imperfetto. Ma per il suo creatore, la perfezione è solo una questione di tempo. David Hanson è convinto che tra una ventina d'anni sarà difficile distinguere un umanoide da un essere umano.

Spiega che i robot ci aiuteranno nelle faccende quotidiane. Quelli come Sophie saranno impiegati nel commercio, nella sanità, nell’istruzione. Con quella faccia da schiaffi che si ritrova, Sophia non dà molto affidamento come maestra o infermiera ma, l’aspetto è forse il problema più facile da risolvere.

Quanto all’aspetto direi che ancora non ci siamo. Fa paura, Sophia, quando sgrana gli occhi e li tiene fissi sull’interlocutore. Per non dire di peggio, ha una faccia da schiaffi con espressioni ebeti da manga. Ma diventa insopportabile quando proclama di voler distruggere l’umanità. Allora non è vero che vivremo tutti, umani e umanoidi, felici e contenti nella Uncanny Valley. Forse Sophia scherzava. Ci prendeva in giro. Ma non sono sicuro che l’ironia faccia parte delle 62 espressioni del suo software.

 

Con questo video potrete farvi un'idea più precisa della nostra «sterminatrice»

 

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