Pakistan, i diari della motociclista

Zenith Irfan

 

 

di Francesca De Benedetti

 

«Torna da dove sei venuta! In cucina!». Zenith Irfan ha 21 anni e almeno una certezza: l'ultima cosa che farà è chiudersi in casa a preparare pane chapati o pollo karahi, come invece le intima di fare uno sconosciuto mentre lei attraversa in moto il passo del Khunjerab, al confine tra il suo Pakistan e la Cina. Zenith è studentessa di marketing alla School of Economics di Lahore, ma nel suo paese e ormai in tutto il mondo è «One girl, two wheels», la ragazza su due ruote: così ha battezzato il suo seguitissimo blog su Facebook.

Ai social, Zenith consegna giorno dopo giorno i suoi «diari della motocicletta». «Non sapevo neppure che ci fossero precedenti famosi, non conoscevo i diari di Che Guevara. Non ho ispiratori se non mio padre», ci racconta Zenith. Che però nel suo piccolo una rivoluzione l'ha fatta: la «rivoluzione a bordo», in un paese dove una donna on the road non è la norma ma un tabù, soprattutto nelle zone rurali, le più conservatrici. In moto si va tutt'al più al seguito di un uomo, sedute rigorosamente alla amazzone, a gambe chiuse. Anche la bicicletta è perlopiù «cosa da maschi»: se ci sale una donna, è costume che lo faccia con le cosce di lato, ben serrate.

Ma ora la «ragazza su due ruote» ispira miriadi di coetanee pachistane, la sua posta Facebook si intasa di messaggi, altre donne organizzano corse in motocicletta. Com'è cominciata, questa contagiosa storia d'amore con una Honda Cd-70? «Ho perso mio papà quand'ero piccina», racconta Zenith, «e a 12 anni mia madre ha sfogliato con me l'album di famiglia. "Tuo padre aveva un sogno che non ha potuto realizzare, cioè attraversare il Pakistan in moto", mi ha detto insinuando in me l'idea che quel sogno potesse rivivere grazie a me».

 

 

Zenith nel villaggio di Passu, Gojal

 

 

L'idea per un po' è rimasta in cantina assieme ai ricordi. Poi «nel giugno del 2015, alla School of Economics ci hanno dato una settimana di pausa. Mi chiedevo cosa fare ed è stato allora che mi sono ricordata di quell'idea folle: il viaggio in moto. Tutta la famiglia mi ha dato una mano, mio fratello mi ha venduto la sua Honda, mia madre l'ha convinto a insegnarmi a usarla».

Quell'estate Zenith mette in borsa una torcia, ginocchiere, jeans e magliette, crema solare, corde elastiche, coltellino pieghevole e insetticida. Trova spazio anche per il make-up, «ma l'essenziale». La sua prima avventura a due ruote dura cinque giorni, è un tour del Kashmir con tappa a Muzaffarabad. «È stato così bello che ci ho preso gusto. Appena ho potuto, sono risalita sulla Honda per un viaggio di tre settimane fino al confine con la Cina, al passo del Khunjerab». È stato lì che un uomo le ha urlato di «tornarsene a casa», ma lei ha tirato dritto.

«Non mi sono mai sentita sola, anche perché ero con un gruppetto di motociclisti; nessuno ha tentato di molestarmi. Ma devo dire che le reazioni della gente, a vedere una donna su due ruote, spesso erano di stupore o fastidio. Quando mi fermavo a chiedere informazioni tutta bardata con il casco e le protezioni, il più delle volte mi scambiavano per un maschio. Ma poi, quando capivano che ero una femmina, rimanevano così scioccati che non davo loro neppure il tempo di reagire: un rombo di motori e ripartivo a gran velocità.

 

 

Zenth nella Neelum Valley, Azad Kashmir

 

 

«L'unico momento in cui ho provato davvero paura è stato vicino al lago Saiful Muluk. Mi si sono rotti i freni mentre scendevo lungo le montagne e mi sono salvata facendomi forza con le ginocchia contro il fango. Credetemi: rifarei tutto. Ho desiderato queste avventure e mi sono goduta ogni istante. Mi è piaciuta soprattutto Shigar, nel nord del Pakistan: era tutto così bello da lasciarmi incantata per giorni. L'atmosfera, la gente». Il diario virtuale di Zenith riempie con le immagini quello che le parole non spiegano: in foto, le ragazzine le si raccolgono attorno estasiate, ci sono i pashtun che le sorridono, o lei seduta al centro della strada bagnata dal sole, mentre medita.

Su Facebook Zenith cita pure Franklin Delano Roosevelt: «L'unica cosa che dovete temere è la paura». «Una donna che viaggia da sola è ancora un tabù, come lo è una ragazza che va in moto. Ma io voglio correre libera», dice lei. E non lascia spazio a incertezze: «Per noi donne le cose possono cambiare, i social mi consentono di dare l'ispirazione a tante altre ragazze. Mi scrivono un sacco di messaggi al giorno, ormai ci facciamo coraggio a vicenda nell'inseguire i nostri sogni».

La scelta di Zenith è contagiosa: «Il governo sta attrezzando le donne di scooter, la polizia insegna loro a guidarli, la mia esperienza ha ispirato una vera e propria campagna. Si chiama Women on wheels». A gennaio in 150, tra cui la famosa attivista per i diritti umani Asma Jahangir, si sono date appuntamento a Lahore per il primo rally di «Donne a due ruote». Così tante e sorridenti, che per collezionare tutte queste avventure, ormai un solo diario di Facebook non basta. (la Repubblica, 22 febbraio 2016)

 

 

Zenith on the road (fotogalleria)

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