Que viva Cuba!

Viva Cuba! Foto di Werner Pawlok 5

Fino a quando vivrà la Cuba che abbiamo negli occhi per averla vista o sognata? La Cuba prerivoluzionaria scampata a una rivoluzione che non ha distrutto, ma ha conservato. Che ha continuato ad aggiustare e a fare funzionare le Pontiac, le Studebaker, le Oldsmobile e tutti gli altri macchinoni americani abbandonati dagli yankee in fuga tra la fine del 1958 e l'inizio del 1959 quando i barbudos di Fidel Castro, di Che Guevara, di Camilo Cienfuegos entrarono vittoriosi all'Avana. Che ha tenuto in piedi gli edifici coloniali, lascito della lunga dominazione spagnola.

I rivoluzionari non hanno distrutto nulla, solo il tempo si è accanito contro edifici e veicoli difficili da conservare causa l'embargo, dunque per mancanza di materiali e macchine necessari alla manutenzione.

E con il tempo, inutile nasconderselo, anche la rivoluzione si è usurata. Fidel Castro è stato rivestito di una tuta sportiva di marca, marche sempre diverse, e messo da parte, chiuso in casa come un ospiziante. Tirato fuori solo in occasioni delle visite dei compañeros, come Evo Morales, o per il papa, ieri Wojtyla e oggi Bergoglio. Fidel, con quella barba rada che sembra appiccicata al volto con la colla, appartiene ormai al museo delle cere. Toccherà tra non molto al fratello Raul. E poi? E poi, nessuno lo sa, neppure i politologi. E allora que viva Cuba! Perché morta una Cuba se ne fa un'altra. E i cimeli? Andranno nei musei, andranno ai collezionisti come le rovine di Palmyra, andranno in esilio.

 

«Viva Cuba!» è il progetto del fotografo tedesco Werner Pawlok dedicato ai paesaggi e agli edifici coloniali dell’Avana. Palazzi in rovina, a volte decisamente fatiscenti nei quali si possono leggere in filigrana la ricchezza e i lussi passati. Dietro i muri in rovina, la patina dell'antica aristocrazia ricoperta da vari strati di colori sgargianti. Gli oggetti superstiti dei fasti che furono, i candelabri, i mobili antichi, i pavimenti eleganti, in lotta con gli intonaci sbreccati, le sedie di plastica, i tavoli di formica, i televisori con i fili precari. Miseria e nobiltà sotto tetti in sfacelo. Un teatro abbandonato, sia dagli attori che dagli spettatori. Reliquie.

Pawlok ha iniziato il suo reportage nel 2013, undici anni dopo il suo primo viaggio sull’isola. «Quel che avevo visto allora era quasi del tutto scomparso, ritrovare quei luoghi non è stato semplice». La Cuba degli anni Cinquanta imbalsamata dalla rivoluzione castrista stava accelerando la sua corsa verso la fine. Bisognava scattare prima che arrivasse al capolinea. L'album della memoria è servito, ma non è completo. Mancano le reliquie umane. Mancano i protagonisti e i figuranti della lunga recita. Gli scenari, per quanto suggestivi, non possono bastare.

La mostra, in corso alla Lumas Gallery di Berlino, resterà aperta fino al 31 ottobre 2015.

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