Roma, Cinecittà e il caso Ben Hur

Messala (Stephen Boyd) e Judah Ben Hur (Charlton Heston)

 

 

Il nuovo Ben Hur è finito dove meritava di finire: nella polvere. Non si rifanno i capolavori. È vero che lo stesso film di William Wyler del 1959 era una ripresa di quello di Fred Niblo del 1925, ma nel frattempo parecchie cose erano cambiate. Il cinema aveva imparato a parlare, era diventato a colori e il remake era stato girato in cinerama e cinemascope. E poi tra i due film c'era stata di mezzo una guerra mondiale che aveva creato un nuovo pubblico, nuovi gusti e nuove aspettative per i prodotti hollywoodiani. Più che giustificato, dunque, il rifacimento era inevitabile. Si doveva fare.

Non c’era bisogno invece del film che ha appena fatto flop al botteghino americano, girato dallo sconosciuto regista kazako, Timur Bekmambetov e interpretato dall’ignoto Jack Huston, di cui si sa solo che ha gli occhi azzurri e che è il nipote del grande regista John Huston. Solo gli americani non hanno capito che non bastano attori bellocci ed effetti speciali digitali a creare nuove emozioni.

 

 

Charlton in Vespa

 

 

Il Ben Hur che abbiamo amato e continuiamo a rivedere con piacere appartiene a quel periodo d'oro della cinematografia made in Italy che sarebbe culminata nella Dolce vita di Fellini e nella quale era difficile distinguere i confini quasi invisibili tra realtà vissuta e realtà rappresentata. Via Veneto era allo stesso tempo una via vera e la sua messinscena, una prosecuzione della finzione con gli stessi personaggi. Ben Hur, girato a Cinecittà in dieci mesi a partire dal primo aprile 1958 fu una boccata d’ossigeno per l’Hollywood sul Tevere,

Fu un anno miracoloso. Come un miracolo, sorse dal nulla un’arena gigantesca, alta 32 metri, larga 50, con un anello di 650 metri, dove si svolge la mortale corsa dei carri tra Ben Hur e Messala, un tempo amici fraterni e ora rivali irriducibili. E poi il «mare», 160 metri, per 180, dove avviene la battaglia navale che trasforma il galeotto Ben Hur nel figlio adottivo del console Ario.

 

 

Stephen Boyd (alla guida) e Charlton Heston in Vespa durante la lavorazione di Ben Hur

 

 

I numeri delle risorse umane sono anch'essi da capogiro, come si conviene a un kolossal: 400 attori audizionati a Hollywood, 50 a Londra e 50mila comparse reclutate a Roma. E poi otto mesi per la preparazione del set, 600 scenografie, 50 mila costumi, cinque gabbie di leoni, 200 cammelli, 2.500 cavalli più 61 purosangue selezionati ai quattro angoli del mondo appositamente per la corsa delle quadrighe e otto cineprese speciali di una tonnellata ciascuna sempre per le riprese della corsa. Per dieci mesi l’80 per cento di Cinecittà è riservato esclusivamente alla troupe capitanata da William Wyler.

A Roma, non appena si sparge la notizia che gireranno Ben Hur, 20mila persone si accalcano alle porte degli studios di Cinecittà. Chi è arrivato a piedi, chi in Vespa, chi con il tram blu con la scritta Cinecittà. Intervengono le camionette della polizia a evitare che l’assedio si trasformi in invasione. Assumono. Era da tre anni che la voce circolava. Nessuno ci credeva più. Mezzo milione di televisori venduti, le Cinquecento e le Seicento che offrono l'opportunità di una salubre gita fuori porta al posto di un cinema fumoso, hanno inferto un colpo mortale al cinema italiano.

Dai 201 film girati nel 1954 si è passati ai 120 del 1957; i produttori, che erano 120 fino a due anni prima, si sono ridotti a 70; metà delle sale è costretta a chiudere un giorno a settimana. Il popolo delle comparse è ridotto alla fame. Poi, tutto d’un colpo, questa fortuna insperata. Sugli spalti dell’arena finta, 50mila ventri tornano a reclamare, come ai tempi di Nerone, «panem et circenses», pane e giochi. Wyler che non somiglia certo al bisbetico imperatore romano, li accontenta con il suo circo Barnum venuto a piantare le tende per realizzare il kolossal che conquisterà undici oscar.

 

 

La Vespa si è ingolfata, Charlton Heston la spinge, Stephen Boyd la tiene per il manubrio

 

 

Forse Ben Hur 3 si sarebbe potuto aggiustare tirando fuori quello che nel film di Wyler era sotto traccia. Che ha rivelato anni fa al Newyorker lo scrittore Gore Vidal, il più famoso del terzetto di sceneggiatori chiamato a rimettere in sesto lo script del film. «Due amici d'infanzia si incontrano ormai adulti. Uno è un ebreo, l'altro un ufficiale romano. Poi i due arrivano a odiarsi. Non c'era spiegazione per tutta questa furia. Allora mi venne l'idea: Ben Hur e Messala da ragazzi erano stati amanti. Però il primo era tornato eterosessuale, mentre l'altro era rimasto innamorato dell'amico. Così avrei fatto prima la scena d'amore, poi quella in cui l'ebreo respinge il romano, in apparenza per motivi politici, in realtà perché non vuole riallacciare la relazione».

Dopo non poche titubanze il produttore e il regista danno il loro consenso mettendo però in guardia Vidal: «Non dire nulla a Heston, altrimenti andrà in pezzi». Alla fine, nessuna di queste scene sarà girata, però rimangono le allusioni. L'unico al corrente dei propositi di Vidal è Stephen Boyd (Messala), mentre Heston è tenuto all'oscuro di tutto per paura che scappi dal set a gambe levate.

Una delle allusioni alla relazione gay è la scena dell'incontro all'inizio del film, quando i due bevono dalle coppe incrociando le braccia e dedicano il brindisi a Eros. Charlton Heston gira quella parte di malavoglia, temendo che il suo personaggio risulti troppo effeminato. E poi c'è il rapporto tra Ben Hur e il console Ario che, nel film diventa suo padre adottivo. Anche in questo caso, Vidal allude a un rapporto tutt'altro che paterno tra i due e nella scena della voga ai remi è facile cogliere la metafora del rapporto sessuale tra il console romano e il vogatore ai ceppi.

 

 

Charlton Heston in Vespa, Stephen Boyd in bici

 

 

All'epoca quasi nessuno si rende conto di queste allusioni, a parte una cerchia ristretta di addetti ai lavori dell'ambiente hollywoodiano. L'omosessualità non riguarda solo quel che avviene sullo schermo, ma gli stessi interpreti. Qualche anno fa, l'attrice Raquel Welch, ha rivelato di come una sera Stephen Boyd la liquidò sulla porta della sua camera d’albergo, citandole una frase ad effetto di John Gielgud, che, secondo la bomba sexy del cinema americano, non dava adito dubbi interpretativi sull'orientamento sessuale del collega. La rivelazione della Welch sembra confermata dalla breve durata del primo matrimonio di Boyd con la produttrice italiana Mariella di Sarzana: dal 30 agosto al 23 settembre dello stesso anno.

Pettegolezzi? Può essere. Ma di cui avrebbero dovuto tener conto, soprattutto di questi tempi gli sceneggiatori dello sfortunato ultimo Ben Hur. Gore Vidal aveva in testa una chiave di lettura della storia che contribuì ad aprirgli la porta del successo. Incapaci di simili finezze, gli autori del film kazako-americano hanno preferito gli effetti speciali alle intriganti malizie della narrazione. Chi poco pensa, meno raccoglie.

 

 

Il backstage di Ben Hur (15 foto)

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