Route 66: Bagdad Café, stazione dell’anima

Sulla strada, nel deserto del Mojave  (California)

 

Reportage di Lanfranco Vaccari

 

Newberry Springs (California). Bagdad viene dopo Khartoum, Java, Ibis, Homer, Goffs, Fenner, Essex, Danby, Cadiz, Bristol, Amboy. E prima di Haynes, Siberia e Klondike. Quando si trattava di dare un nome ai depositi e ai pozzi d'acqua che, nel pietroso vuoto del deserto del Mojave, facevano avanzare la ferrovia, quelli della Santa Fe alternavano l'impersonale logica dell'ordine alfabetico, il dovuto omaggio ai pezzi grossi della compagnia e guizzi di paradossale umorismo.

A cavallo del secolo, un paio di miniere d' oro avevano fatto diventare Bagdad una città di frontiera. Dopo l'esaurimento delle capricciose vene, negli anni Venti, si è trasformata in una tappa d'obbligo lungo la Route 66. Fra Needles e Barstow, era uno di quei pochi posti in cui si potesse trovar benzina. Alla fine della guerra, una donna di nome Alice Lawrence ci aveva aperto un locale che è diventato famoso. Non c'era altro posto nel raggio di miglia e miglia che offrisse un juke-box e una pista da ballo. Di quella che un tempo era Bagdad non è rimasto più niente, neppure un rudere. Dopo che, alla fine degli anni Sessanta, la nuova autostrada l'ha tagliata fuori, la gente se ne è andata e i vandali hanno raso al suolo tutto ciò che era stato lasciato dietro.

 

Bagdad Café

 

Nel 1987, per ridare vita ai fantasmi che vagavano nel deserto, un film un po' americano e un po' tedesco ha dovuto impiantare il locale di Alice Lawrence a Newberry Springs, un'ottantina di chilometri più a ovest. Nel trasloco, Alice si è impersonata in una nera un po' inacidita alle prese con una turista felicemente grassissima e un Jack Palance che dipinge davvero i suoi quadri. E il Bagdad Café è diventato un luogo dell'anima.

Adesso, ogni anno, migliaia di turisti (soprattutto europei) vengono qui in pellegrinaggio. Lasciano traccia del loro passaggio, con la firma e la data, su spessi quaderni con la copertina nera. In genere sono banalità da cartolina e qualche volta goffi tentativi d'imitazione, schegge alla maniera di Jack Kerouac. C'è anche uno dei più celebri dialoghi fra Jake ed Elwood Blues: «Il serbatoio è pieno, abbiamo mezzo pacchetto di sigarette, è notte e tutti e due abbiamo gli occhiali scuri». «Ok, puoi andare». (Nota per i cinefili: una quarantina di chilometri a sud-ovest di Chicago, prima di entrare a Joliet, la Route 66 passa davanti alla Stateville Prison, il carcere che faceva da seconda casa ai Blues Brothers).

Posti come il Bagdad Café hanno contribuito in maniera decisiva alla resurrezione della Sixtysix. L'ha provocata una verità semplice e ovvia. Solo percorrendo le vecchie strade si può cercare, e trovare, l'America. Solo lì si può sfogliare quel catalogo di sogni, fantasie e follie autenticamente americane compilato da letteratura e musica, cinema e tv. L'avvento delle autostrade era certo inevitabile, fatale conclusione di un processo avviato prima ancora dell'invenzione del motore a scoppio. Già all'inizio dell'800, il vicepresidente John C. Calhoun invocava «un perfetto sistema di strade e canali per poter legare insieme la repubblica».

Da allora, fossero sentieri sterrati, avessero un fondo di cemento tipo Portland (di colore rosato) o d'asfalto, si chiamassero Pontiac Trail, Wire Road, Postal Highway, Grand Canyon Route o portassero la numerazione che vuole pari quelle da est a ovest e dispari quelle da nord a sud, le strade d'America sono sempre state l'espressione di una convinzione politica. Servono a espandere l'economia, a rimodellare la società, a dare un'opportunità ai più poveri, ad avvicinare le regioni del continente, a mescolare città e campagna, ad annullare le distanze e ad accorciare i tempi.

 

Sunset Highway (Washington), pavimentata nel 1919 con le prime lastre di cemento Portland.

 

Anche il programma delle autostrade, che negli anni Cinquanta il presidente Dwight Eisenhower concepì sull'esempio delle autobahn hitleriane, appartiene alla categoria dell'ingegneria economica e sociale. Il più costoso e complesso pacchetto di lavori pubblici mai lanciato era stato pensato come strumento keynesiano per dare un impulso all'economia e come livellatore geografico, come scorciatoia verso la prosperità e come scheletro portante di una visione del futuro. Era, al tempo stesso, l'ultima realizzazione del New Deal e il primo programma spaziale. Combinava le ambizioni socialdemocratiche di Franklin Delano Roosevelt con il primato tecnologico e organizzativo, il senso del prestigio nazionale e della conquista che avrebbero accompagnato nel decennio successivo la corsa alla Luna.

Le autostrade hanno raggiunto lo scopo per cui erano state progettate. Ma hanno anche omogeneizzato il Paese, incanalandolo su (almeno) quattro corsie d'asfalto il più possibile diritte, così rigide che, proprio come i binari della ferrovia, lo attraversano senza sfiorarlo. Hanno abrogato quell'eccentrico carnevale di architettura precaria, di arte provinciale, di invenzioni linguistiche che combinava il surrealismo, il pop e il kitsch e trovava sulla strada il suo palcoscenico naturale.

Solo uscendo dalle highways e rimettendosi sulla Route 66 si può andare a sbattere nel gigante che ha fra le mani un hot-dog lungo tre metri (è davanti al ristorante Bunyion's, su Ogden Avenue, in un sobborgo di Chicago chiamato Berwyn). O nel suo gemello che imbraccia un'ascia (su Central Avenue, Albuquerque, New Mexico). O nell'astronauta che sembra uscito da un cartone animato anni Cinquanta che culla una miniatura del suo razzo (omaggio alle prime capsule spaziali, annuncia il Launching Pad Café a Wilmington, Illinois).

Launching Pad Café, Wilmington (Illinois)

 

Sulla strada si scopre che l'America di Fonzie e di American Graffiti non è soltanto un prodotto dell'industria della nostalgia, che rimpiange un Paese innocente (non lo è mai stato, ha ragione James Ellroy, lo scrittore noir di American Tabloid e di L. A. Confidential: «Abbiamo perso la verginità sulla nave durante il viaggio d'andata e ci siamo guardati indietro senza alcun rimpianto. Non si può perdere ciò che non si è mai avuto»).

Quell'America là si trova nei gelati di Ted Drewes Custard, lungo Chippewa Street a St. Louis, Missouri. O al 66 Diner (nel centro di Tulsa, Oklahoma), modello anni Sessanta di quelle carrozze-ristorante che negli anni Venti venivano riciclate ai bordi delle strade. O al Blue Swallow Motel di Tucumcari, in New Mexico, dove si può perfino trovare un drive-in d'annata, il Westerner. O sotto i teepee di cemento del Wigwam Motel a Holbrook, Arizona, un posto in cui (chissà perché ) gli indiani vendono cianfrusaglie fatte in serie dentro la ricostruzione di un fortino delle Giacche blu.

È però il Texas a riassumere, meglio di tutti gli altri sette Stati attraversati dalla Route 66, quella straordinaria antologia del Novecento che scorre sotto il titolo di «Americana». A Shamrock, con le linee Art Déco dell'U-Drop Inn Café, una stazione di servizio-ristorante ormai chiusa da anni e purtroppo in disfacimento. A Groom, dove un fanatico di nome Steve Thomas ha investito un miliardo per costruire «la più grande croce dell'emisfero occidentale», un mastodonte di ferro e cemento alto 60 metri, largo 30 e pesante 1.250 tonnellate, primo passo verso una Disneyland biblica.

 

The Big Texan Steak Ranch, Amarillo

 

Ad Amarillo, al ristorante Big Texan, che offre gratuitamente una bistecca di due chili e mezzo, grande come il volante di un' automobile, a chi riesce a mangiarla tutta in meno di un'ora (altrimenti si pagano 54,30 dollari): in quarant'anni ce l'hanno fatta in 4.682, il più veloce in 9' 30", la più anziana una signora di 69 anni, il più giovane un ragazzino di 11. L' ultimo, il 28 agosto, un ragazzo di nome Chavan Carter, 23 anni, di Denton Town, Texas, ha firmato il libro dei record e ha aggiunto: «Per dessert, niente?».

E naturalmente in mezzo al campo di grano dove Stanley Marsh 3, editore, allevatore e collezionista d'arte, ha fatto piantare nel ' 74 dieci Cadillac. I loro musi sono affondati in una base di cemento, le code anni Cinquanta, a pinna di pescecane, escono con l' esatto angolo della Grande Piramide («Perché chiunque venga dopo di noi deve sapere che la nostra è stata una società altamente civilizzata»). È il definitivo monumento al sogno americano. Che vuol dire molte cose, la libertà di scegliere e quella di andare. O, secondo la celebrata formula di Jack Kerouac, è racchiuso in una macchina, un continente da attraversare e una donna in fondo alla strada. (Corriere della Sera, 14 ottobre 1999)

 

Riusciranno i due cowboy a non pagare la bisteccona del Big Texan?

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