Africa, dove il tempo non esiste

di Ryszard Kapuściński

Saliamo sull'autobus e prendiamo posto. Questo è uno dei momenti in cui può verificarsi uno scontro, una collisione, un conflitto tra due culture diverse, soprattutto se il passeggero è arrivato da poco e non sa niente dell'Africa. Un tipo così comincia a guardarsi intorno, ad agitarsi e a chiedere: «Quando parte l'autobus?». «Come, quando?» risponde il guidatore stupito. «Quando ci sarà abbastanza gente da riempirlo».

L'europeo e l'africano hanno un'idea del tempo completamente diversa, lo concepiscono e vi si rapportano in modo opposto. (…) L'europeo si sente schiavo del tempo, ne è condizionato, è il suo suddito in tutto e per tutto. Per esistere e funzionare deve osservare le sue ferree e inamovibili leggi, i suoi rigidi principi e le sue regole. Deve rispettare date, scadenze, giorni e orari. Si muove solo negli ingranaggi del tempo, senza i quali non può esistere. Ne subisce i rigori, le esigenze e le norme. Tra l'uomo e il tempo esiste un conflitto insolubile (…).

Gli africani autoctoni, invece, intendono il tempo in modo completamente opposto. Per loro si tratta di una categoria molto più flessibile, aperta, elastica, soggettiva. Tradotto in pratica, significa che se ci rechiamo in un villaggio dove nel pomeriggio deve tenersi una riunione e sul luogo stabilito non troviamo nessuno, non ha senso chiedere: «Quando comincia la riunione?». La risposta è scontata: «Quando tutti saranno arrivati». E quindi, salendo in autobus, l'africano non chiede quando si parte. Sale, occupa un posto libero e sprofonda immediatamente nello stato in cui trascorre buona parte della propria vita: l'attesa passiva. «Questa gente ha una capacità di aspettare assolutamente incredibile!» mi disse una volta un inglese che abita qui da anni. «Una capacità, una resistenza, quasi un sesto senso speciale!».

Il mondo è impregnato di una misteriosa energia che scorre segretamente. Appena ci si avvicina e ci si comunica, ci dà la forza di mettere in moto il tempo, e le cose cominciano ad accadere. Ma finché ciò non succede bisogna aspettare: ogni altro atteggiamento non è che illusione e vano donchisciottismo. In che cosa consiste questa attesa passiva? La gente vi si cala consapevole di ciò che avverrà, e quindi cerca di mettersi più comoda possibile, nel posto migliore. A volte si sdraia, si siede per terra, su una pietra, oppure si accovaccia. Le conversazioni cessano. La torma degli esseri in attesa è muta. Non fa parola, tace. Subentra il rilassamento muscolare: la figura si assottiglia, si affloscia, si rattrappisce. Il collo si immobilizza, la testa si fa immota. L'uomo non guarda, non osserva, non manifesta curiosità. Spesso, ma non sempre, tiene gli occhi chiusi. Di solito gli occhi stanno aperti, ma lo sguardo è vitreo, privo di vita.

Ho osservato per ore queste folle in stato di attesa passiva e posso dire che la gente cade in una specie di sonno fisiologico profondo: non mangia, non beve, non orina. Non reagisce al sole che brucia senza pietà, alle mosche insistenti e voraci che si posano sulle palpebre e sulle labbra. Ma che succede intanto nella testa di queste persone? Lo ignoro. Pensano? Sognano? Ricordano? Fanno progetti? Meditano? Viaggiano nell'aldilà? Difficile dirlo.

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