Amsterdam, la macchina per fare l’acqua

Amsterdam_Nemo_2

di Paolo Nori

Se dovessi dire perché son stato ad Amsterdam, con mia figlia, che chiameremo convenzionalmente la Battaglia, direi che ci sono stato perché quattro anni fa, ero ad Amsterdam per conto mio, ero nel bar del museo Van Gogh, avevo guardato fuori, avevo visto un bambino biondo con una felpa rossa che piangeva, seduto per terra, con la schiena appoggiata a un muro di cemento armato, grigio intorno e il rosso del bambino ed era così bella, quella debolezza, quella fragilità, che il mondo, in quel momento lì, sembrava si fosse colorato di rosso, era come se quel bambino, con il suo pianto, avesse colorato il mondo e io, mi ricordo, avevo pensato che Amsterdam, forse, era un posto che sarebbe piaciuto alla Battaglia, e allora ce l’ho portata insieme a sua mamma anche se poi, a lei e a sua mamma il museo Van Gogh non è piaciuto tantissimo, l’unica cosa che le è piaciuta, a lei, è stato che si è messa a disegnare e ha detto che lì, al museo Van Gogh, ha imparato a fare i nasi. 
E di musei, la mamma della Battaglia dice che a me piacciono molto i musei a me sembra che mi piacciano in un modo normale, i musei, e prima di andare ad Amsterdam ho letto un pezzetto di Schopenhauer dove Schopenhauer diceva che davanti a un quadro bisogna comportarsi come davanti a un principe, e davanti a un principe bisogna ascoltare quel che un principe ha da dire; ecco, ad Amsterdam, a parte il museo del cinema e Nemo (nella foto), che sono musei dove non ci son quadri, di musei dove ci sono dei quadri siam stati in tre musei, il Rijks Museum, che è il museo di Rembrandt e di Vermeer, il Van Gogh Museum, che è il museo di Van Gogh, e lo Stedelijk Museum, che è il museo d’arte contemporanea e che, per via che non c’era tanta gente, era l’unico museo dove, coi quadri, ci si poteva comportare come si deve, come davanti a un principe, invece negli altri musei c’era tanta di quella gente, davanti a quei principi lì, che c’era un po’ da vergognarsi, del proprio atteggiamento nei confronti dei quadri, non si riusciva a ascoltare bene quel che dicevano si faceva solo un po’ finta, secondo me.
Invece gli altri musei dove siam stati son stati il museo del cinema, che si chiama Eye, e che è dietro la stazione centrale, e nei sotterranei ci si possono fare dei cortometraggi che poi in libreria ti stampano il flipbook, un libretto che a farlo scorrere ti sembra di vedere un filmino, e a Nemo, che è il museo della scienza di Amsterdam, per i bambini, e c’è anche la macchina per fare l’acqua, che con la Battaglia l’abbiamo anche fatta e la Battaglia alla fine mi ha detto «Bella eh?», e io, per me, non ho capito moltissimo, mi girava la testa, lì dentro a Nemo, dopo un’ora e un quarto mi son fermato in un bar ho preso un caffè olandese che non era buonissimo ma ne avevo bisogno e mi è tornato in mente quel che avevo letto al museo del cinema, «A bad coffee is better than no coffee» (David Lynch), invece la Battaglia è stata dentro quattro ore ma a guardarla si sarebbe fermata tranquillamente anche tutto il pomeriggio ma il posto che le è piaciuto di più, alla Battaglia, nei sei giorni che siam stati ad Amsterdam, è stato il Kinderkookkafee, che è un posto, al Vondel Park, dove i bambini fan da mangiare ai genitori, e la Battaglia ci ha fatto dei biscotti e dei plum cake e ha detto che la prossima volta ci fa i biscotti, i plum cake e la pizza, e quando l’ha detto io ero contento e un po’ ammirato di quella sicurezza della Battaglia che ci sarà una prossima volta.

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