Caccia al tesoro in Italia con le mie tre figlie

Panorama di Siena dalla Torre del Mangia

 

di Günter Grass

 

In realtà, per quest'anno. Il professor Vonderbrügge, che assillo da molto tempo con domande da profano, voleva scrivermi qualche approfondimento di genetica, dati riguardanti la clonazione delle pecore gemelle Megan e Moran – la pecora scozzese Dolly è nata solo l'anno seguente da una madre incubatrice - , ma si è scusato con l'impegno urgente di un viaggio a Heidelberg. Doveva partecipare, da esperto richiestissimo, al congresso mondiale degli studiosi del genoma, e lì non si trattava di pecore clonate, bensì anzitutto, da un punto di vista bioetico, del nostro futuro, già adesso leggibile come sempre più contrassegnato dalla mancanza di padri.

 

Orvieto dominata dal suo duomo

 

Quindi, in cambio, racconto di me, o meglio delle mie tre figlie e di me, il loro documentabile padre, e di come poco prima di Pasqua si sia fatto insieme un viaggio che non lesinò sorprese pur svolgendosi tutto secondo gli estri e i desideri. Laura, Helene e Lene mi sono state regalate da tre madri che, interiormente e -con sguardo affettuoso – osservate dall'esterno, non potrebbero essere più diverse, anzi, se mai fossero entrate in discorso tra loro, più contraddittorie; invece le figlie furono rapidamente d'accordo sulla meta del viaggio a cui le invitava il padre: si va in Italia! Potevo rivedermi Firenze e l'Umbria, il che, lo ammetto, nasceva da ragioni sentimentali, perché lì mi aveva condotto decenni prima, esattamente nell'estate del '51, un viaggio in autostop. Allora il mio zaino col sacco a pelo e la camicia di ricambio, il blocco da disegno e la scatola degli acquerelli, pesava poco e ogni uliveto, ogni limone che maturava sull'albero erano stati oggetto della mia meraviglia.

 

La facciata del duomo di Orvieto

 

Adesso viaggiavo con tre figlie, e loro viaggiavano con me senza madri. (Ute che non ha messo al mondo figlie, ma solo figli, mi concesse un temporaneo congedo con sguardo scettico). Laura, madre - se mai sorridente, solo per accenni – di tre bambini, aveva provveduto alla prenotazione di alberghi e alla macchina a noleggio da Firenze. Helene, che ancora mordeva il freno in una scuola di teatro, era già capace di assumere pose adeguatamente istrioniche, per lo più divertenti, davanti a bacini di fontane, scalinate di marmo o appoggiandosi a colonne antiche.

Nele probabilmente arguiva che questo viaggio le offriva l'ultima occasione di camminare per mano col papà, come una bambina. Così riuscivo a prendere alla leggera turbamenti ormai prossimi, lasciando a Laura il compito di farle cambiare opinione con spirito sororale perché sostenesse ugualmente – non foss'altro a dispetto della stupida scuola – l'esame di maturità.

Tutte e tre, sulle ripide scale di Perugia, nelle salite di Assisi e di Orvieto, erano preoccupate per il loro padre, le cui gambe a ogni passo rammentavano al fumatore le malsane esalazioni disperse nell'aria per decenni. Ero costretto a fare delle pause, stando al tempo stesso attento alle cose che erano comunque da vedere: qui un portale, là una facciata che si sgretolava, dal colore particolarmente intenso, a volte solo una vetrina, stipata di scarpe.

 

Siena, la cattedrale di Santa Maria Assunta

 

Mi mostrai più parco di insegnamenti che di tabacco di fronte a tutta quell'arte che dovunque, dapprima negli Uffizi, poi davanti alla facciata del duomo di Orvieto o nella basilica superiore e inferiore di Assisi, nel '96 ancora intatta, invitava ai commenti; furono piuttosto le figlie a offrirmi l'insegnamento più vivo, perché appena le vedevo davanti a un Botticelli, a un Beato Angelico, davanti a quadri e affreschi sui quali i maestri italiani avevano raffigurato con grazia donne a gruppi, spesso a tre, a scaglioni, in fila, di faccia, di schiena, di profilo, mi accorgevo come Laura, Helene e Nele si rapportassero specularmente alle vergini dipinte, agli angeli, a fanciulle di allegorie primaverili, si fermassero davanti ai quadri ora simili a Grazie, ora in silenziosa adorazione, poi di nuovo con gestualità eloquente, si muovessero a passo di danza, da sinistra a destra, solennemente, e avanzassero una verso l'altra, come se uscissero dal pennello di Botticelli, del Ghirlandaio, del Beato Anglico o (ad Assisi) di Giotto. Dovunque, escludendo i momenti di isolamento, mi venne offerto un balletto.

 

Interno del duomo di Siena

 

Così l'osservatore distaccato vide la sua celebrazione come padre. Ma appena tornati a Perugia, dove avevamo preso alloggio, appena insieme alle figlie mi muovevo seguendo l'andamento delle mura etrusche, avevo l'impressione -io, il padre fino a poco prima ancora padrone – di essere osservato dalle fessure dell'opera muraria saldamente commessa, come se su di me cadesse uno sguardo compatto, come se le tre madri così diverse fossero all'erta e – per quanto mi riguardava – concordemente preoccupate che tutto stesse procedendo bene, che io non facessi preferenze tra le figlie, mi sforzassi di riparare antiche dimenticanze, e soprattutto fossi all'altezza del mio dovere di padre.

Nei giorni seguenti evitai la muraglia permeabile di fattura strettamente etrusca. Poi arrivò anche la Pasqua con gli scampanii. Come se avessimo già sbrigato l'andare in chiesa e la messa, passeggiammo su e giù per il corso: Laura sottobraccio a me, , Nele tenuta per mano ed Helene davanti, a mettersi in scena. Poi andammo in campagna. E io, che avevo paternalmente provveduto, nascosi tra le radici screpolate, ricche di cavità e di tane di un uliveto non proprio uova di Pasqua, ma sorprese comunque squisite come mandorlato, sacchetti pieni di porcini secchi, concentrato di basilico, vasetti colmi di olive, capperi, sardine e quant'altro l'Italia ha da offrire al palato. Mentre io mi affrettavo tra gli alberi, le figlie dovettero restare ferme a guardare il paesaggio.

Poi le cose si svolsero ancora come in una ripetizione o un recupero dell'infanzia. Tutte e tre frugarono nei nascondigli del padre e sembravano contente, anche se Helene affermò che tra le radici, proprio là dove aveva trovato un sacchettino di lavanda, avevano fatto il nido delle serpi, sicuramente velenose, ma poi - grazie a Dio - erano sgusciate via.

 

Gregge in Toscana

 

Subito mi tornarono alla mente le madri nascoste tra le vestigia etrusche come addensamento matriarcale. Poi però, già sulla via del ritorno e passando accanto a manifesti elettorali che facevano propaganda per un pescecane multimediale e per i suoi alleati fascistoidi, ma anche per un alleanza di centrosinistra sotto il segno dell'Ulivo, vedemmo da lontano e poco dopo da vicino un gregge di pecore nel quale, seguendo il montone guidaiolo, le madri sfilavano con i loro agnelli pasquali, comportandosi così spensieratamente da pecore come se non fossero mai esistiti dei loro simili clonati di nome Megan e Moran, come se non ci fosse da far conto, tra non molto, sulla pecora Dolly senza padre, come se i padri potessero essere utili anche in futuro... (Dal volume Il mio secolo, cento racconti, edito da Einaudi. Il viaggio descritto risale al 1996)

 

Il ventiquatrenne Günter Grass nel 1951, l'anno del suo primo viaggio in Italia

Nessun commento ancora

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi