Comacchio non è più una Venezia povera

Comacchio, Argine Agosta (1989). Foto di Luigi Ghirri

 

 
di Diego Marani

 

 

Per chi viene dal resto della provincia di Ferrara, la gente di Comacchio parla un dialetto strano, talvolta incomprensibile. A Comacchio, anche gli uomini usano indossare ori. Hanno visi levantini, sempre abbronzati, capelli neri ed occhi che ricordano quelli dipinti sulle anfore greche. I comacchiesi non sembrano emiliani, non sono romagnoli. Sono qualcos’altro, di più antico, venuto da lontano. Forse per questo commerciavano con l’Attica ancora prima dei romani ed abitavano già le rive di queste paludi quando arrivarono le prime legioni. Nella città fatta di canne e palafitte a due passi da una piatta distesa sabbiosa dove secoli dopo sarebbe stata scoperta la necropoli etrusca di Spina. Forse sono loro, gli antichi etruschi. E i suoni della loro lingua estinta si sono mimetizzati nel dialetto comacchiese per conservarsi.

 

 

 

 

Comacchio è sempre stato un luogo di pirati e di contrabbandieri, ai margini di tutto, al confine fra terra e mare, fra Ferrara e Venezia, fra Papato e Austria. A girare per le sue strade sembra di vedere una Venezia povera, senza marmi e senza dogi. Non ci sono galere attraccate alle darsene, ma le piatte marotte utilizzate per il trasporto delle anguille. Ché qui l’anguilla è come il maiale a Modena. Per secoli, tutta l’economia comacchiese si è basata sulla pesca e sulla lavorazione dell’anguilla. Nei tempi della miseria, quando da queste parti imperversava la malaria e non c’era terra buona da coltivare, per rubare un’anguilla si rischiava anche la vita. Perché con un anguilla si salvava dalla fame tutta una famiglia.

 

 

Comacchio pitturata di fresco e pittoresca. Foto di Paola Focacci
Foto di Paola Focacci (per gentile concessione dell'autrice).

 

 

Come i comacchiesi, le anguille vengono da lontano: dal Mare dei Sargassi. L’istinto le guida fino ai canali ed ai fossi delle valli comacchiesi, dove l’uomo ha imparato a trattenerle ed allevarle. Oggi Comacchio è nel centro del Parco Naturale del Delta del Po ed i sentieri dove una volta le guardie vallive davano la caccia ai «fiocinini», i pescatori di frodo, oggi sono passeggiate naturistiche.

Alla stazione di pesca Foce, che si raggiunge da Comacchio costeggiando la Valle Fattibello verso Ostellato, ci si può imbarcare su un traghetto che raggiunge i vecchi casoni da pesca di Coccalino, Pegoraro e Selilla. Qui si può vedere come venivano pescate un tempo le anguille e visitare le fruste abitazioni dei vallanti, che passavano intere settimane in mezzo alla valle per la pesca quaresimale, quella di primavera, la più fruttuosa. È con le burrasche di primavera, quando non c’è luna e la marea è alta che l’anguilla dal mare entra nelle valli e resta rinchiusa nei lavorieri, le trappole di pali e giunchi che qui si usano da tempo immemorabile.

 

 

Fenicotteri nell'oasi naturalistica di Zavelea

 

 

La passeggiata che parte dalla Stazione Foce e segue il canale Fosse fino all’oasi naturalistica di Zavelea costeggia la necropoli etrusca di Spina. Fra i canneti ed i prati di limonio e salicorna sembra che non ci sia nulla da vedere: una distesa tremula d’erba e acqua. Ma fu sorvolando queste praterie che gli archeologi distinsero il perimetro delle strade e delle mura dell’antica Spina segnato dal colore più intenso della vegetazione. Dirigendosi verso est, saltando da un argine all’altro, si può raggiungere Porto Garibaldi, che un tempo era l’unico approdo marino del territorio e si chiamava Magnavacca.

Ma un giorno d’agosto del 1849, Giuseppe Garibaldi inseguito dagli austriaci fu costretto a sbarcare fra le dune e a rifugiarsi nelle paludi. In un mese di fuga percorse più o meno quel che oggi è il principale itinerario di visita delle valli di Comacchio, molti suoi compagni furono catturati e sua moglie Anita morì di malaria. Oggi il viaggio è molto più sicuro, ma non per questo meno romantico, disseminato com’è di vestigia garibaldine, di pinete secolari, di paesaggi unici dove l’acqua e la terra non si separano mai.

Appena fuori Comacchio, verso Ostellato, la strada del Rosario sale su un argine sassoso ed offre una bella vista delle case di Comacchio. Qui, al Casone della Lanterna, che era come la taverna dell’Isola del Tesoro, Garibaldi ed i suoi ricevettero i primi soccorsi. Oggi le rovine di un vecchio zuccherificio dominano il paesaggio e la strada bordata di tamerici si perde nel nulla della campagna. Ma per capire meglio il territorio comacchiese, bisogna uscire dal fango delle Valli raggiungere il delta del Po, che è all’origine di tutto. Seguendo la la Strada Romea in direzione di Venezia, dopo pochi chilometri si raggiunge l’abbazia di Pomposa. Un tempo era ricca e potente, poi i veneziani insabbiarono un braccio del Po per impedirle di prosperare e di farle concorrenza nella vendita del sale. La malaria fece il resto. Ma Pomposa è ancora là, dritta fra le sabbie. Sui suoi mattoni rossi viene a spegnersi l’ultima eco della Ravenna bizantina e oltre il Po Grande sui campanili dei paesi comincia a svettare il Leone di San Marco.

 

 

Escursioniste nelle Valli di Comacchio

 

 

Dietro l’abbazia corre una strada dritta come i possenti argini che insegue. Arriva fino a Gorino, all’estrema punta del Po di Gnocca. Qui da sempre si allevano le vongole e i mutamenti climatici almeno ai «goranti» hanno portato qualcosa di buono. Grazie all’aumento della temperatura dell’acqua, oggi prospera su queste rive una varietà filippina di vongole che viene esportata in tutta Italia. Per gli abitanti del luogo, ottenere dal demanio una concessione di pesca di qualche settimana è diventato sinonimo di ricchezza. Nella vicina Goro, le Mercedes 500 sfrecciano sulle strade polverose e le tristi casette con garage seminterrato si sono improvvisamente ricoperte di marmi.

Dal porticciolo di pesca di Gorino per poche decina di euro un pescatore reclutato nell’unico bar del paese accetterà di portarvi fino al faro, sull’estrema punta davanti al mare che chiude la pescosa sacca di Goro. Qui la terra è fragile : è solo sabbia trascinata dal Po e basta un’onda a riportarla via. Ma appena ci cresce sopra qualche canna, altra terra s’accumula, assieme ad alghe marce, gusci di molluschi su cui germogliano erbe salmastre: così s’è fatta la pianura padana. Ritornando sulla Romea, verso Mesola si attraversano i vigneti del Bosco Eliceo dove si coltiva il vitigno Fortana che dà un vino rosso, frizzante e asprigno, niente di meglio per sgrassarsi la bocca dopo aver mangiato anguilla alla brace. Il castello della Mesola era una fortezza estense che controllava il corso del Po, sempre minacciato dalle galere veneziane e infestato dai contrabbandieri di sale. Oggi vi si danno concerti e la sua mole domina come allora l’ansa del fiume.

 

 

Castello di Mesola. Foto di Vanni Lazzari

 

 

Più a sud si stende il Bosco della Mesola, quel che resta della grande foresta che fino al tempo degli Estensi ricopriva tutte le terre emerse della zona. Si può visitare, anche in bicicletta e vi si incontrano cervi, falchi acquatici, beccacce di mare, aironi, folaghe. Al Taglio della Falce, seguendo le indicazioni per l’idrovora Giralda, si scavalca la foce del Po di Volano e si raggiunge la striscia di pineta che costeggia il mare da un lato e dall’altro la Valle Bertuzzi, una delle poche rimaste sommerse in questa parte del delta. Qui, da aprile a ottobre vive una colonia di fenicotteri che è più facile osservare addentrandosi oltre la Torre di guardia verso la Valle Cannevié. Porto Garibaldi è un rozzo paesone addossato al canale fitto di pescherecci la cui unica bellezza è la vivacità del porto dove si tiene ogni mattina il mercato del pesce.

Dalle navi arrugginite i pescatori scaricano casse di canocchie, branzini, aquadelle, sogliole, anguille e cefali tutti ancora vivi, il cui prezzo cala a vista d’occhio col passare delle ore. Alle nove, quando arriviamo noi, solo l’anguilla non è ancora morta. Ma del resto qui nessuno comprerebbe un’anguilla morta. Le anguille si portano a casa vive nel secchio e le si tengono nell’acquaio fino all’ora di cucinarle. Da bambino, quando mia nonna tornava dal mercato, mi metteva a fargli la guardia mentre lei andava a raccogliere i pomodori nell’orto ed io ricacciavo a forchettate i serpenti neri che con vigorosi colpi di coda cercavano di scappare dalla loro ultima prigione. Anche nei casoni di pesca in mezzo alla valle le anguille si conservano vive dentro otri immersi nell’acqua prima di arrostirle e marinarle.

Accanto ai Tre Ponti, nel cuore di Comacchio, c’è ancora il vecchio mercato del pesce dove le anguille venivano infilzate in grossi spiedi per essere arrostite e poi imbarilate con sale e aceto. Oggi le vende una bottega di prodotti tipici, proprio davanti al canale da dove partono le marotte che portano a spasso i turisti per Comacchio. Di fronte, sorgono dall’acqua le bianche colonne dell’ex ospedale San Camillo, coi marciapiedi invasi dall’erba come una dimora nobilizia abbandonata. Sull’altro lato del canale tiene bottega un neurologo, che ostenta un’insegna verniciata a mano come quella di un barbiere. Accanto, la Torre degli Sbirri conferma che Comacchio è un luogo da pendagli da forca. La cattedrale di Piazza XX settembre è smisurata per le quattro casupole rosse che la circondano.

Per Natale un prete paziente vi compone un presepio ad illuminazione intermittente, dove le statue di gesso sono pescatori con cesti di anguille, i Re Magi arrivano in barca e il Bambin Gesù nasce in un casone di paglia. Comacchio è meglio lasciarla dal lato della valle e vederla scomparire nell’acqua. Riprendendo la Romea verso Ravenna, si costeggiano i Lidi ferraresi. La riviera ferrarese, inventata negli anni Sessanta, ha il desueto fascino delle stazioni balneari dimenticate dal grande turismo e frequentate da pochi «aficionados»: molti ferraresi, lombardi dell’est, veneti stravaganti, finti milanesi, qualche vecchissimo tedesco reduce della battaglia di Argenta e una corriera o due di croati, sempre quelli.

 

 

Lido di Spina. Foto di Luigi Ghirri

 

 

L’ultimo, il Lido di Spina, è il più verde dei sette ed affonda nella pineta costiera che a Casal Borsetti si allarga fino alla pineta di San Vitale. Qui, appena oltre la Romea, c'è il paesino di Mandriole, dove morì Anita Garibaldi. Cerco la sua tomba al cimitero del paese. «Anita?» mi chiede una vecchia signora. «Mo quand’è morta, che era così giovane!». Visibilmente la si confonde con qualcun altro. Anche sotto il cippo che la ricorda la sua tomba non c’è. Il custode del museo garibaldino mi rivela infine che Garibaldi venne a riprendersela dieci anni dopo, che la portò prima a Nizza e che adesso è a Capraia assieme a lui. Il museo garibaldino è una stanza umida, arredata da una sedia e da un vecchio letto. Sulla parete pende un tricolore scolorito. Fuori, alcune galline danno la caccia ai vermi sotto un busto marmoreo dell’eroe dei due mondi. Riprendendo la strada verso Sant’Alberto, per quattromila lire si può attraversare il Reno con un traghetto d’altri tempi. Di là c’è l’argine Agosta, che costeggia tutto il versante orientale della Valle ritornando a Comacchio.

Qui sembra di essere in Olanda: da un lato la distesa d’acqua, immobile e vitrea che soltanto una fumosa linea grigia divide dal cielo. Dall’altro le terre bonificate, da dove l’acqua è stata pompata via un secchio alla volta, raccolta nei canali e poi risucchiata dalle idrovore, i giganteschi serbatoi che come fari punteggiano la campagna e che nella stagione estiva si svuotano per irrigare le colture.

Anche in questi canali nuota l’anguilla, scivola fra le canne senza smuovere il fango ed è difficile pescarla. Lungo il canale che arriva a Comacchio si innalzano i casoni da pesca piantati su palafitte a ridosso della riva. Calano le loro grandi reti nell’acqua e verso sera le sollevano lentamente lasciando gocciolare luccicanti grovigli di pesce. Allora i fuochi si accendono oltre il bianco abbaglio della palude e si alza nell’aria il profumo pungente dell’anguilla arrostita.

 

 

Il castello estense di Mesola. Foto di Vanni Lazzari

 

 

Riavvicinandoci alla necropoli etrusca, il paesaggio si asciuga. Dopo qualche decina di chilometri, la strada curva verso Ostellato e segue il perimetro dell’antica valle, ora bonificata. Ma la vegetazione è diversa sui due lati della strada. Da una parte, i frutteti, le case coloniche, i silos, i fienili della terraferma. Dall’altra un argine di canne e oltre un mare tremulo di granoturco che cresce sopra una terra quasi bianca dove a tratti sembra di vedere trasparire l’acqua. Affondiamo sempre più nell’entroterra, nell’asciutta provincia ferrarese e ritroviamo il corso del Po di Volano a Valpagliaro.

La strada è interrotta, perché la chiusa sul fiume è aperta. Una chiatta sta lentamente salendo nel bacino di transito. Ci fermiamo ad aspettare sotto il sole cocente. Lungo una lingua di terra che si allunga in mezzo al fiume un vecchio pescatore apre un ombrello sull’erba e cala nell’acqua una lenza da cui pende un groviglio di vermi cuciti insieme con il filo. Poco dopo la toglie dall’acqua e scrolla dentro l’ombrello tre o quattro bugatelle, le anguille giovani che si mangiano fritte. Fino qui, in mezzo alla campagna a trenta chilometri dal mare arriva l’anguilla. Risalendo fiumi, canali e fossi. E anche da qui un istinto misterioso la richiama verso Comacchio, verso il mare.

 

 
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