Congo, dove la sera non esiste

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di 
Domenico Quirico

Sul fiume Congo non esiste la sera. Il sole tramonta puntualmente alle sei e sorge alle sei: siamo all’Equatore, ogni notte è l’esatto contrario di ogni giorno, una moneta che ora cade sul giorno, ora sulla notte con uno spazio di quindici minuti di alba risplendente o di vivido tramonto tra l’uno e l’altro. I tramonti non hanno eguali in nessun altro angolo del pianeta: nell’improvvisa colata di colori liquefatti, nella drammaticità, nella magnificenza da crepuscolo degli dei, evocano sentimenti antichi e ci fanno tremare per la fine del giorno, come se si trattasse della morte del mondo intero.

In Congo si parlano duecentoventi lingue di duecentocinquanta tribù. Solo il lingala (e in parte il francese) unisce questi popoli. Il lingala è una lingua franca bantu; i nomi non hanno genere o casi e i suoni, aperti, gradevoli sono facili da imparare. Ma la grammatica è terribile. Un congolese un giorno si è intestardito a insegnarmi un po’ di vocabolario. Serve molto, come sempre, per capire la vita di coloro che lo parlano: fu allora che notai che non c’era un termine per definire la sera. C’è una parola per il giorno, moi, che vuol dire anche sole, e un’altra per la notte, butu. Perché la sera non esiste.

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È uscito per Feltrinelli un corposo libro sul Congo scritto da David Van Reybrouck, giornalista belga, quasi settecento pagine fitte, documentate, di una storia che è cronaca di sventure senza fine. Anche Van Reybrouck parte dall’estuario del fiume, così vasto che colora di fango perfino l’oceano. Sì, il Congo per me è il fiume innanzitutto. Ricordo la prima volta che lo vidi, presso Kisangani. La mattina era fredda e una nebbia grigia calava sul fiume e sulla foresta, così fitta da nascondere gli alberi sulle rive. Il sole a quell’ora era come un tizzone velato di tristezza, incastonato nella nebbiolina come una antica e consunta pietra d’ambra. Poi, quando la nebbia si è ritirata e il fiume si è mostrato azzurro e scintillante fra le sponde disseminate di un verde che sembrava inventato da un pittore folle, mi sono avvicinato alla riva. Si sentivano i canti degli uccelli, ora, e aleggiava nell’aria un profumo di fiori selvatici. Le piroghe dei pescatori accorrevano come insetti incalzati dalla fame.

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In certi tratti il corso d’acqua è così vasto che sembra un mare. In altri tratti non c’è un alito di vento, il caldo picchia, e il fiume sembra un grande stagno dalle acque immobili. E sempre, tutt’intorno, opprimente, soffocante, una foresta che sembra guardarti. Sul Congo ti invadono presentimenti di future nostalgie. Hai l’assoluta certezza, subito, che per tutta la vita rimpiangerai questo grande corso d’acqua, e i volti, e le voci della gente che sopravvive abbrancata alle sue rive: anime timorose, fragili, figli innocenti della guerra, della paura, dell’esilio e della fame. Capisci meglio Kurtz di Cuore di tenebra, l’uomo sperduto nella remota postazione della foresta: «È vero, egli aveva compiuto il passo supremo, aveva varcato la barriera... Quell’imponderabile momento del tempo nel quale si varca la soglia dell’invisibile...».

La soglia dell’invisibile: forse è questo che lega al fiume, definitivamente. Il Congo è un fiume umano, un fiume che ha un’anima, il fiume che più assomiglia al cuore degli uomini perché nelle sue acque ci sono le forze del Male insieme ai palpiti della tenerezza. Così umano che mette paura: se non sei stato in Congo non conosci l’Africa, fa parte della sua essenza, è il suo midollo e il suo cuore. Perché l’Africa è una terra di dolore, non quella dei safari, dei ruggiti del leone e degli animali che sembrano sopravvivenze di epoche morte. È un’Africa che soffoca, che ti schiaccia, che ti strazia l’anima come una coltellata di realtà dolorosa e di incomprensibile bellezza.

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Henry Morton Stanley con i componenti della sua spedizione, nel 1890.

La storia del Congo è in due personaggi, un bianco e un nero. Uno è Stanley, l’esploratore, il colonialista, nato in un povero villaggio gallese, cresciuto in miseria, abbandonato dai genitori, poi emigrante fortunato negli Stati Uniti. Pieno di voglia di rivincita che poteva sconfinare nell’odio, nel rancore verso gli altri esseri umani. Da qui nasceva la sua implacabile energia: «Non ho mai trovato un solo uomo, e ho percorso 750 mila chilometri di questo globo, che non abbia detto qualcosa di sgradevole sul mio conto appena voltavo le spalle».

Lavorava per un altro uomo spietato, il re del Belgio Leopoldo, ma questi era più ipocrita e sfuggente. Le sue spedizioni spargevano la morte, sterminava a cannonate le tribù ostili che inciampavano il suo cammino verso la gloria. In mille epici giorni attraversò il continente, risalendo il fiume. Lungo il fiume, con la dinamite, apriva il terreno per la futura ferrovia: il suo padrone voleva l’avorio, la prima maledizione del Congo.

Grazie a Stanley Leopoldo cominciò a far rendere il suo dominio personale». Quando iniziò il suo dominio, il Congo era abitato da venti milioni di persone. Nel 1908, quando il governo belga per lo scandalo suscitato dai suoi metodi, ne assunse il governo, erano rimasti meno di 8 milioni di persone. Le teste tagliate venivano piantate come monito davanti ai villaggi e sulle rive del fiume. In lingala Leopoldo fu chiamato per sempre «Panga Ngunda», il distruttore della terra.

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Mobutu con il principe Bernard van Lippe-Biesterfeld, nel 1973.

L’altro personaggio chiave del libro di Van Reybrouck è Mobutu, il Grande Leopardo. Ci sono paesi che sembrano maledetti da un dio malvagio e il Congo è tra questi. Ha immense ricchezze, oro argento diamanti carbone petrolio stagno rame uranio cobalto, ma fame, guerra e la piaga dell’aids formano un paesaggio apocalittico nella vita quotidiana dei congolesi. Da sempre.

Il dio cattivo che ha governato trentadue anni è Mobutu Sese Seko Kuku wa za Banga , che si traduce con «l’onnipotente guerriero che grazie alla sua volontà avanza di vittoria in vittoria lasciando il fuoco alle spalle». Fu l’inventore di un nuovo sistema politico, la cleptocrazia, ovvero il governo dei ladri. In un famoso discorso diede un consiglio al suo popolo: «So che le cose vanno male per voi. Dovremo aggiungere un nuovo articolo alla costituzione, l’articolo quindici: arrangiatevi come potete»

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Patrice Lumumba, eliminato dalla Cia.

Mobutu aiutò la Cia a liberarsi di Lumumba, che era suo amico ma che era in odore di comunismo. Nel 1965 salì al potere e cominciò ad aprire conti, a proprio nome, nelle banche svizzere. Il socialismo gli offriva ghiotte occasioni: il partito unico per esempio. Ed ecco che nacque l’MPR, movimento popolare per la rivoluzione. Di rivoluzione non c’era traccia, i congolesi lo ribattezzarono «Mourir Pour Rien».

Milioni di sudditi indossarono camicie con la sua immagine sul petto e sulla schiena, la radio lo chiamava padre della patria e messia; la madre, Mama Yemo, fu paragonata alla Madonna. Uno spot in tv lo mostrava mentre scendeva come un dio dalle nubi. In questo baccanale fra barbarie e pagliacciata divenne uno degli uomini più ricchi del mondo: «Io non sono in debito con il mio popolo, è il mio popolo in debito con me». Gli stipendi non venivano più pagati. La gente per sopravvivere applicava l’articolo quindici. I professori vendevano lauree e esami; i poliziotti ricattavano gli automobilisti, ai soldati che minacciavano di ammutinarsi il Gran Leopardo suggerì di uscire in strada e prendere quello che volevano. Lo fecero, le città furono saccheggiate.

Lo ha fatto cadere un ex contrabbandiere di diamanti che si fingeva comunista. Uno che riuscì a ingannare anche Che Guevara, che in Congo rischiò la vita e fuggì sconfitto e stremato, dal disgusto e dalla dissenteria. (Tuttolibri-La Stampa, 22 novembre 2014)

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