Da solo, di notte, sul Cervino

walter bonatti

Nel 2015 ricorrono due straordinari anniversari per l'alpinismo: quello della prima scalata del Cervino  nel 1865 da parte del britannico Edward Whymper e la solitaria invernale di Walter Bonatti del 1965. Bonatti dopo questa impresa ritenuta quasi impossibile lasciò l'alpinismo estremo. Per ricordarlo ecco un estratto del racconto di quella scalata tratta dal libro «Montagne di una vita».

Sono stordito dall'emozione e dal profondo silenzio che avvolge la montagna nell'ora del tramonto. Mi guardo attorno e vedo un mondo vuoto e spento, che respinge l'uomo e la vita. Ogni cosa, stranamente, appare come sospesa. La roccia, il ghiaccio, la neve, la stessa montagna, tutto è lì in equilibrio tra realtà e immaginazione. Per non cadere nello sgomento mi impongo di non pensare più a nulla, e proseguo come un automa verso la base della parete. (...)

Il buio mi sorprende sotto la parete mentre mi spiano sulla neve un riquadro dove potermi rannicchiare nel sacco da bivacco. Penso: «Se almeno arrivasse il maltempo! Domattina potrei fuggire, tornare indietro. E se lo facessi già adesso? » Ma non è che la voce del fragile alter ego che in questo difficile momento vorrebbe averla vinta. Un bagliore sale improvvisamente dal fondovalle: Zermatt si è illuminata. È uno spettacolo fantastico. Cento altri pensieri ora si intrecciano, e tutti arrivano sempre a una sola conclusione: non è meglio fuggire? Invece, e quasi non so perché, rimango lì. Passa l'intera notte senza che il sonno arrivi a placare i miei affanni. Gli occhi non riescono a distaccarsi dall'ombra nera della grande parete che incombe. All'alba il freddo è insopportabile. Sfilandomi dal sacco mi ritrovo subito intorpidito. Quando sto per muovere i primi passi resto ancora per alcuni istanti indeciso se andare verso l'alto oppure verso Zermatt, infine prendo la via della parete, conscio di compiere una prova di coraggio verso me stesso.(...)

Zizì sembra sorridere. Zizì è l'orsacchiotto di pezza che il figlio più piccolo di Pannatier, l'amico di Zermatt, mi ha regalato come mascotte per questa avventura. Lo porto attaccato allo zaino da ieri pomeriggio e mi ci sono già affezionato. Il tratto di scalata che segue mi assorbe completamente ed è una vera liberazione spirituale. L'intera giornata trascorre poi rapidamente e quasi senza storia. Tuttavia la scalata mi assorbe talmente da scordare di nutrirmi. Procedo in parete in questo modo. Aggancio prima il sacco a un chiodo, così come si assicurerebbe un compagno di cordata, poi mi arrampico per un'intera lunghezza di corda, che è di circa quaranta metri. Al termine di questa lunghezza fisso il capo della corda a un altro chiodo, quindi mi calo fin giù al sacco, per caricarmelo sulle spalle e rimontare fino al punto massimo raggiunto. Naturalmente faccio questo levando via via i chiodi piantati. Con questo sistema di progressione tempo e fatica non hanno misura. Per arrivare alla vetta scalerò il Cervino almeno due volte in salita e una in discesa.

La notte mi sorprende per la seconda volta in piena parete, quando mancano soltanto quindici metri per raggiungere l'unico spuntone che consenta un ancoraggio. Forzo al buio quei quindici metri e raggiungo lo spuntone roccioso appena in tempo per poter scorgere e rinviare i segnali luminosi che l'amico De Biasi mi manda dal fondovalle. Il vento inizia a spazzare la parete con raffiche brutali. Così, benché riarso dalla sete, non so decidermi a fondere neve per prepararmi una bevanda. Alla fine vi rinuncio preferendo chiudermi nel sacco da bivacco.

Un carosello di immagini mi sfila in testa. Rivedo le iurte siberiane della lontana Jakutia, il volto di mio padre, il mare di San Fruttuoso e il suo Cristo degli abissi, le rose di un giardino di amici, l'ispettore Maigret che beve un grosso boccale di birra, i volti di persone amiche. E mi afferra ancora una volta un senso infinito di isolamento. A notte inoltrata il cielo si oscura. Non sarà che il tempo voglia cambiare? Consulto il barometro, la lancetta staziona su valori alti. Se devo credergli non ho motivo di preoccuparmi, ma se cedessi all'istinto dovrei scappare per risparmiarmi ore di tempesta. Al mio rientro saprò che quella notte sul versante italiano del Cervino ha nevicato. Ma il giorno che sorge dissolve le nebbie e il tempo ritorna splendido. È quasi mezzogiorno quando arrivo all'inizio della Traversata degli angeli. Le sue rocce, estremamente lisce e compatte, non ricevono che pochi chiodi; sempre malsicuri; inoltre hanno una tale inclinazione da costringermi ai limiti dell'equilibrio. La Traversata degli angeli stavolta appare ammantata di uno strato di neve instabile che devo ripulire a ogni passo. (…)

Sono centoventi metri di scalata obliqua, quasi orizzontale, su placche ripide, ghiacciate e infide. Roba da angeli, appunto. Queste placche mi impegnano fino a sera. Vi procedo con la massima cautela, a brevi tratti per volta, piantando rari chiodi che hanno un effetto psicologico più che di assicurazione. Poi torno indietro per caricarmi sulle spalle lo zaino, che pare crescere di peso. Procedo insomma con il solito sistema, avanti e indietro, ma essendo in traversata non posso appendermi alla fune Ogni tanto in cielo compare, molto lontano, un piccolo aereo che ha l'aria di curiosare. Dev'essere trapelata la notizia che mi trovo quassù, forse mi si sta cercando. Comunque pare che ancora non mi abbiano trovato. Come rapaci portati dal vento questi aerei salgono e discendono compiendo ampi cerchi. Ora appaiono opachi nell'ombra fredda della parete, ora rilucenti sotto i raggi del sole, come stelle in pieno giorno. Verso sera raggiungo il luogo del bivacco dove la tormenta mi aveva inchiodato. (…) Sono accovacciato in bivacco su una specie di gradino, sospeso nel bel mezzo di un deserto verticale. Sotto i miei piedi, seppure irraggiungibile al mio sguardo, pulsa la vita. Una vita facile e allettante da immaginare per chi come me sta sospeso fra cielo e terra. Ma è una vita anche banale e deludente se per sfuggirla sono arrivato fin quassù. Resta il fatto che l'isolamento qui è davvero vasto, quasi disumano. Mi chiedo se a questo punto non ho valicato i limiti del ragionevole e sfidato per orgoglio il destino. Ma saggezza e destino non valgono forse per ciò che noi siamo? (…)

Guardo l'orologio: mancano pochi minuti alle 19.30. Zermatt appare ancora magicamente illuminata, ma non sono quelle le luci che attendo. Questa sera ho una grande notizia da inviare all'amico, laggiù nel fondovalle: ho deciso che continuerò la mia scalata fino alla cima. Mezz'ora più tardi, quando scorgo i segnali luminosi di De Biasi, rispondo con un razzo bianco di avvertimento, subito seguito da un altro verde a indicare che proseguirò la scalata. Il terzo razzo, quello rosso, con il quale avrei indicato il mio ripiegamento, è inutile. Lo getto nel vuoto. Il mattino, lungo gli strapiombi, fatico molto per il gran peso dello zaino. Decido allora di eliminare tutto ciò che non ritengo strettamente indispensabile. Prendo un pezzo di formaggio e lo getto nel vuoto, poi è la volta di due bombolette di gas. Fanno la stessa fine alcuni cubetti di marmellata, la pancetta, i biscotti, la carne secca, le minestrine in polvere, e, in parte, lo zucchero e il latte condensato. In imprese come questa si soffre più per la sete che per la fame. Superata la barriera di strapiombi che preclude ogni possibilità di ritirata, non mi resta che puntare dritto alla vetta del Cervino. Ora mi arrampico in direzione di una seconda muraglia verticale e mi accorgo di farlo quasi automaticamente, con la mente quasi assente. Mi scuoto per fortuna non appena avverto che i pensieri mi sfuggono dal cervello, certamente intorpidito dalla solitudine e dal gelo estremo. Dovrò riprenderli per mano, i pensieri, e riportarli alloro posto, assolutamente; rischierei altrimenti di precipitare. Così mi arresto, più volte, e mi scuoto, mi risveglio come a liberarmi da uno stato di inerzia mentale: voglio insomma che la mente ritorni chiara e presente a se stessa. (…)

Guardo Zizì, l'orsacchiotto di pezza: lui sorride sempre con i suoi grandi occhi di vetro giallo. Gli parlo come se potesse capirmi: «Cosa dici, Zizì, ce la faremo a raggiungere quel posto, lassù? » E istintivamente lo accarezzo. Mi accorgo di avere le mani sanguinanti e screpolate dal gelo. Finora non ho potuto tenere i guanti che per brevi tratti. So di muovermi ai limiti del possibile, sono conscio di trovarmi talmente fuori dal mondo che se penso a qualcosa di vivo, alla normalità, mi afferra l'emozione. La parete qui è più che mai incrostata di ghiaccio, è persino deforme in prospettiva; ecco, sembra l'incavo di un'enorme conchiglia al cui centro sto io nell'atto di arrampicare. Se alzo gli occhi non scorgo la vetta, se li abbasso non vedo Zermatt. (…) È notte e sono stanco, molto stanco. Sento la bocca riarsa e la saliva amara. Non mi spiego quasi come ho potuto arrivare appena in tempo al posto del bivacco. Ombre, vento, gelo e sazietà di pensiero. Ancora una volta sono queste le cose che affollano la mia nuova, lunga notte. Lentamente giunge il mattino. Sono le sei e mezzo di lunedì 22 febbraio e sta per concludersi anche il terzo bivacco in parete. Ma questo dovrà essere l'ultimo, assolutamente! Una corona di ghiaccioli mi incornicia il viso, bruciandomi la pelle. Il piccolo termometro che porto appeso alla giacca a vento segna trenta gradi sotto zero. Anche questa notte non ho chiuso occhio. Sto seduto su un terrazzino di trenta centimetri, che la sera prima ho liberato dal ghiaccio. Appoggio la schiena alla parete verticale, i piedi penzolano nel vuoto. Due anelli di corda, uno attorno al petto e l'altro attorno alle ginocchia, mi trattengono alla montagna. (…)

Il cielo ingrigisce, albeggia. I lumi di Zermatt svaniscono a uno a uno nel candore del giorno. Poi è tutta un'immensità azzurra, purissima, senza orizzonte, priva di gravità. Ancora assetato di vedere e di assorbire l'universo indugio davanti a quello spettacolo sconfinato. Ebbro di silenzi e di estremi limiti, il mio spirito vibra e si esalta. (…) La ripresa della scalata è violenta: un salto strapiombante di circa trenta metri, di roccia malferma, incombe sopra la mia testa e deve essere valicato. Gli aerei, che hanno ripreso a volteggiare sempre più vicini al Cervino, mi fanno capire che la vetta è prossima. Ancora una volta cerco di alleggerire il sacco per essere più veloce. Butto via altri viveri, le due staffe e alcuni chiodi. Sono tentato di lanciare anche il casco, il mio glorioso casco che da quattro anni mi accompagna nelle più difficili imprese. Ma dopo un attimo di esitazione ritraggo la mano, e accarezzo le sue ammaccature come fossero ferite: a ciascuna di esse corrisponde una pietra caduta dal Monte Bianco, dalle Ande e da molte altre montagne. Lo ripongo nel sacco accanto all'orsacchiotto e riprendo a salire. Sono sempre solo con la mia fatica.

Gli sforzi di tutti quei giorni, e l'aria sempre più rarefatta, appesantiscono i miei movimenti. Mi sembra quasi di impersonare un personaggio biblico condannato a salire eternamente Verso le tre del pomeriggio, quando mi trovo a soli cinquanta metri dalla vetta, improvvisa e splendente appare la croce metallica fissata alla sommità. Il sole che la illumina da sud la fa apparire come incandescente. Sono quasi abbagliato dai suoi contorni luminosi. Gli aerei, ormai numerosi e che nell'ultima ora mi hanno assordato con il loro rombo, sembrano intuire la solennità del momento. Forse per discrezione si allontanano un po', lasciandomi percorrere gli ultimi metri in silenzio. Come ipnotizzato, stendo le braccia a quella croce fino a stringerla al petto.

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