Damasco, città al gusto di pistacchio

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Città-oasi, città dell’arroganza, città dell’abbondanza. Città persa e perduta, simulacro della Grande Siria. Damasco era – è – gli odori piccanti delle spezie, Damasco era – è – il colore delle stoffe, le grida rassicuranti dei venditori nel suq, il gelato al pistacchio, la ridondanza dei palazzi, dei cortili, delle fontane. Oggi è la capitale di un Paese in pezzi, come ieri era la capitale del mondo arabo. Più di Gerusalemme, annichilita e divisa, più di Istanbul che guarda all’Europa. Cosa resta dello splendore di Damasco? I racconti di chi l’ha vissuta e conosciuta, siriani, damasceni e viaggiatori narrano mille contraddizioni e indefessa bellezza.

Palazzo Baroudi, Beit Jiddo (la casa di Jiddo), era – è – a due passi dalla moschea degli Omayyadi, il cuore della Città Vecchia; l’ampio cortile delimitato da un colonnato spicca tra le case basse. Accanto si ergono i palazzi delle classi alte, dei ricchi mercanti, della nobiltà commerciale del Novecento damasceno. Qui dentro, tra i marmi colorati e i soffitti a cassettoni, si svolge un secolo di vita familiare, quella della dinastia dei Baroudi e delle tradizioni che accompagnano la vita fuori.

Suad Amiry è cresciuta tra quelle mura, nel fresco cortile, nella grande cucina. Damasco (Feltrinelli, 272 p., 16 euro) è il suo omaggio alla città dei nonni, della madre e la sua: «Questo romanzo è diverso dagli altri che ho scritto in precedenza, quelli che raccontavano la vita quotidiana in Palestina», spiega l’architetta e scrittrice palestinese, «Damasco è altro, è un libro che è stato con me per molti anni. La bellezza della città e di palazzo Baroudi, dove sono nata, vicino alla Moschea degli Omayyadi e al suq, mi ha affascinato fin da bambina. Sono cresciuta tra i colori, i profumi delle spezie e del gelsomino».

«Damasco», continua Amiry, «è una città affascinante: io sono diventata architetta per lei, per il palazzo di mio nonno. Per i cortili, le fontane, il legno alle pareti, le iscrizioni arabe. Un impatto fortissimo, decisivo. Questa bellezza è rimasta con me, facendomi amare l’arte araba e l’architettura. Questo romanzo è un omaggio alla mia città, oggi associata solo alla povertà e ai profughi. Senza che nessuno dei paesi di destinazione si assuma la responsabilità della sua distruzione».

Il racconto di Suad Amiry guida alla scoperta del maestoso passato della capitale siriana. I tratti della città passano per le stanze di palazzo Baroudi e per la famiglia da cui la piccola Suad fu avvolta nei primi anni di vita. Damasco è i Baroudi, i Baroudi sono Damasco: generosa come zia Karimeh, altera e tirannica come zia Laila, arrogante come zio Hakim, dissoluta come zio Najeh. E ancora, forte come nonno Jiddo e taciturna come nonna Teta. Selvaggia, travolgente, eccessiva come la cugina Norma.

«Il libro è nato tanti anni fa: la guerra in Siria mi ha fatto capire che era il momento di scriverlo, di raccontare la bellezza e la vita di Damasco. Oggi quando si parla di Siria, si affonda nella morte e distruzione. Ma per me, che sono ci sono nata e cresciuta, la città ha un fascino unico. Come il resto del mondo arabo: tramite i miei nonni disegno un mondo passato, aperto, dove mia nonna Teta poteva viaggiare dalla Palestina alla Giordania alla Siria senza confini né checkpoint».

Per chi di mondo arabo conosce poco e per chi ne discetta immaginando una cultura oscurantista e medievale, Damasco è un libro imperdibile: con leggerezza ma allo stesso profondità, schiude una realtà volutamente nascosta. Omosessualità, adozioni, accoglienza, intreccio di popoli, etnie e classi sociali, matriarcato, rigetto per i matrimoni precoci scorrono tra le pagine con normalità: «I personaggi centrali della narrazione sono donne», afferma ancora Amiry. «Le zie, mia nonna, mia madre. Ognuna con il suo carattere diverso ha plasmato la mia personalità. Loro sono lo specchio delle donne arabe prima della più recente trasformazione del mondo islamico: tre generazioni che attraversano adozioni, decisioni di non sposarsi, lavoro, mostrano cos’era la Siria, un paese aperto e progressista. Un paese dove le donne, se apparentemente avevano un ruolo meno visibile fuori, erano decisive dentro: sono le donne a definire e gestire le dinamiche familiari, una sorta di matriarcato che influenza ovviamente la società».

Una società che passa per le tradizioni più radicate. La minuziosa descrizione dei riti del matrimonio, del funerale, delle danze e le musiche, del Grande Bouffe del venerdì a casa Baroudi, il dettagliato racconto degli odori e dei sapori, dei suoni degli strumenti musicali e dei vestiti, come un affresco, dipingono Damasco. Una città-paradiso, talmente bella che il profeta Maometto non volle entrarvi: «In paradiso si entra una volta sola», si favoleggia che disse il capostipite dell’Islam voltando le spalle alla città. «È difficile per me oggi tornare in Siria. L’ultima volta è stato dieci anni fa. Ma quando vedo le foto dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, penso a Damasco: come l’Europa, può tornare ad essere la città che era, cuore politico e culturale del mondo arabo. Può riaffiorare come la città dai mille volti che ho conosciuto». Le tante anime che la famiglia Baroudi ha impersonato. (Chiara Cruciati, il manifesto, 6 settembre 2016)

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