Fritz, un elefante a Torino

Fritz

 

 

Uno era Fritz, un elefante maschio che il viceré dell’Egitto Mohamed Alì aveva regalato a Carlo Felice di Savoia.
Il mahaba che guidava e accudiva Fritz glielo portò di fronte. Anche lui faceva parte del regalo.
«Fuse stait almen un caval… cosa fuma con un elefant?» disse Carlo Felice al colonnello delle guardie che lo accompagnava.
Il mahaba non capì, era indiano, e in tutta la sua vita imparò solo qualche parola di piemontese.
Fritz fu messo nella menageria di Stupinigi, insieme alle zebre, il rinoceronte e gli struzzi.
A Torino si scatenò la passione per l’elefante. Tutti lo volevano vedere: nei giorni di festa gli mettevano sulla groppa una gualdrappa colorata e lo facevano girare per il parco, con tutte le dame e i damerini a trottare dietro.
In estate rimaneva nel suo recinto e si spruzzava con l’acqua. Mostrava senza pudore al popolino le sue imponenti e inutili erezioni, gli uomini ridevano sguaiati, le donne arrossivano e portavano via bambini. Fritz non aveva né avrebbe mai conosciuto una femmina della sua specie. Cosa gli rimaneva da fare se non mangiare? Mangiava tanto e stava male.
Quando il mahaba morì Fritz cominciò a intristirsi, non rispondeva al nuovo conduttore e una volta lo afferrò con la proboscide, lo sbatté contro la parete e a momenti l’ammazzava. Cominciò a non mangiare. I veterinari chiamati a consulto sapevano di vacche, pecore, cani e giumente, di elefanti no.
Dopo un po’ il re si scocciò: «Quant’an custa, ‘sto elefant?»
Visto che deperiva e che era vecchio (quanto poteva vivere un elefante? Mohamed Alì non l’aveva detto, i veterinari non lo sapevano) si decise di sopprimerlo. Bisognava trovare una maniera rapida e caritatevole. Qualcuno propose il veleno, altri l’elettricità, qualcuno addirittura di sparargli con un cannone di piccolo calibro.
Alla fine lo misero in una serra dai vetri sigillati con la guttaperca e ci pomparono ossido di carbonio. Fritz indovinò e non protestò, e in qualche modo tornò a casa. (Dal Repertorio dei matti della città di Torino, a cura di Paolo Nori, edito da Marcos y Marcos)

 

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