Greenpeace nel Mar Glaciale Artico, l’epica impresa di Arctic 30

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Da oggi, 24 settembre 2015, è in libreria «Non fidarti Non temere Non pregare», la storia degli Arctic 30, i trenta attivisti di Greenpeace che nel 2014 sono finiti nelle prigioni russe per aver protestato per la salvezza dell’Artico contro una piattaforma petrolifera della Gazprom intenta ad estrarre greggio nel Mar Glaciale Artico. Un’impresa epica raccontata in modo trascinate di cui anticipiamo la prefazione di Paul McCartney e i primi tre capitoli.

 

 

 

di Ben Stewart

 

Ciao, qui è Paul McCartney.
1968. Un anno memorabile. Le folle riempivano le strade, la rivoluzione era nell’aria, uscì il nostro White Album e la foto forse più significativa di tutti i tempi fu scattata da un astronauta di nome William Anders. Era la vigilia di Natale. Anders, il suo ufficiale di rotta Jim Lovell e il comandante della missione Frank Borman avevano appena circumnavigato la Luna per la prima volta nella storia dell’umanità. Fu allora che, da dietro il piccolo finestrino della navicella spaziale Apollo 8, i loro sguardi caddero su qualcosa che nessuno aveva mai visto prima, qualcosa di familiare e alieno al tempo stesso, qualcosa di straordinariamente bello e fragile. «Oh, mio Dio» gridò Anders. «Guardate che spettacolo, laggiù! La Terra sta sorgendo. Wow, è bellissimo!».

«Avete una pellicola a colori?» chiese agli altri. «Passatemi quel rullino a colori, svelti...». Per un minuto o poco più tre esseri umani dentro una scatola di latta a quasi 400.000 chilometri da casa si affannarono a inserire un rullino nella loro macchina fotografica. Poi Anders la avvicinò al finestrino, aprì l’otturatore e immortalò il nostro delicato pianeta mentre sorgeva sopra l’orizzonte della Luna. L’alba terrestre. Quella semplice immagine ha avuto un tale impatto sulla psiche umana che ancora oggi si ritiene abbia decretato la nascita del movimento ambientalista globale, e un cambiamento radicale nella percezione di noi stessi.

 

Regalo di Natale. La prima fotografia della Terra dallo spazio. Fu scattata da Frank Borman il 24 dicembre 1968

 

È trascorso quasi mezzo secolo da quel giorno, un’inezia nell’infinità del tempo, ma da allora è successo qualcosa di straordinario. Da quando gli esseri umani abitano la Terra il Mar glaciale artico è ricoperto da una lastra di acqua ghiacciata grande come un continente. Tuttavia, nei decenni successivi al fatidico giorno in cui la foto fu scattata, i satelliti hanno rilevato un costante scioglimento della calotta bianca. Gran parte del ghiaccio si è sciolto, ormai, ed è plausibile che nelle prossime generazioni il Polo Nord sarà composto di sole acque libere. Riflettete un istante. Da quando l’alba terrestre è stata immortalata ci siamo impegnati a tal punto per riscaldare il nostro pianeta che ora, visto dallo spazio, ha tutto un altro aspetto. Scavando alla ricerca di combustibili fossili e bruciando le nostre foreste abbiamo immesso così tanto carbonio nell’atmosfera che gli odierni astronauti si ritrovano a osservare un pianeta completamente diverso. Ecco che cosa mi sconcerta.

Mentre i ghiacci si ritirano, i giganti del petrolio entrano in scena. Anziché vedere nel fenomeno dello scioglimento una seria minaccia per l’umanità, adocchiano il petrolio, prima inaccessibile, presente sul fondale marino all’estremità della Terra. Sfruttano la scomparsa del ghiaccio per estrarre quello stesso combustibile che ha contribuito in maniera decisiva allo scioglimento. È il motivo per cui, nell’estate del 2013, trenta attivisti tra uomini e donne provenienti da diciotto paesi diversi si sono messi in mare per raggiungere una piattaforma petrolifera russa nell’Artico, decisi a richiamare l’attenzione mondiale sulla nuova corsa al petrolio in atto in quei mari. Erano consapevoli di come i carburanti fossili abbiano finito per dominare le nostre vite sulla Terra, e di come i giganti dell’energia spadroneggino sull’intero pianeta, senza che nessuno li controlli.

Sapevano che prima o poi, da qualche parte, qualcuno avrebbe dovuto gridare: «Basta!». Per i trenta attivisti quel momento era arrivato, e lo scenario era l’Artico. La loro nave è stata presa d’assalto, sono stati rinchiusi in prigione e hanno rischiato una condanna a quindici anni. Milioni di persone da tutto il mondo hanno fatto sentire la propria voce a sostegno della protesta, inclusi molti cittadini della grandiosa nazione russa. La storia che state per leggere è straordinaria. È una storia di terrore, speranza, disperazione e umanità. Ancora però non sappiamo come andrà a finire. Dipenderà da tutti noi. Sì, anche da voi. Vi prego, convincete i vostri amici a collaborare affinché questa commovente vicenda si concluda nel modo migliore.

Paul McCartney, dicembre 2014

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Introduzione
Frank Hewetson è steso sulla branda superiore di un letto a castello in una cella di prigione nell’Artico russo, e aspetta con impazienza che la pastiglia di Valium faccia effetto. Indossa una calzamaglia di lana, due paia di calzini, tre T-shirt, un pullover, uno zucchetto ben aderente al cranio e tappi per le orecchie. La lampadina a incandescenza appesa a un filo di ferro sopra la sua testa è appena stata spenta dalle guardie, e il centro di detenzione SIZO-1 a Murmansk è in fermento.

Frank sente il rumore degli scarponi sul pavimento al piano di sopra, i colpi battuti dai prigionieri sulle pareti delle celle lungo il corridoio e qualche grido lontano. In tutta la prigione le finestre si spalancano e delle corde vengono fatte passare attraverso le sbarre, per poi essere calate lungo i muri esterni o lanciate da una cella all’altra. Frank si copre fino al collo con una coperta per proteggersi dal freddo pungente. Ha quarantotto anni, una moglie e due figli a Londra ed è stato accusato dal governo russo di pirateria – un crimine che prevede una pena minima di dieci anni, in un paese dove il 99 percento dei processi si conclude con una sentenza di colpevolezza.

Apre appena gli occhi, poco più di due fessure, e guarda giù. Uno dei suoi compagni di cella, Boris, è curvo in avanti, con un orecchio incollato allo scarico del lavandino e un’espressione concentrata. Boris è un uomo tarchiato con la carnagione olivastra, i muscoli scolpiti, il viso perennemente coperto da una barbetta ispida e la fronte così bassa che l’attaccatura dei capelli e le sopracciglia sembrano quasi un tutt’uno.
È accusato di duplice omicidio.

L’altro compagno di cella di Frank, Yuri (varie accuse di aggressione con taser), sta facendo scorrere una corda fuori dalla finestra e fischietta tra sé. È più giovane di Boris, piuttosto magro, ha la pelle giallastra e i capelli neri e unti. Nell’arco di pochi minuti questa rete di corde nota come doroga – “la strada” – collegherà tra loro quasi ogni cella lungo i muri esterni della prigione, permettendo ai detenuti di comunicare e scambiarsi merci di contrabbando. È una specie di Internet concreto, attraverso il quale i boss mafiosi che controllano l’intera struttura manifestano il loro potere e amministrano la giustizia.

 

 

Arctic Sunrise, la nave di Greenpeace

 

 

Con enorme sollievo Frank si rende conto che la sua mente si sta annebbiando. L’aria non gli punge più le guance e la rete metallica non gli si conficca più nella schiena attraverso il materasso. Che Dio benedica i farmaci. Ogni notte, mentre la prigione si sveglia, le pillole gli permettono di abbandonarsi a qualcosa di simile al sonno. È riuscito a farsi prescrivere il Valium cinque settimane fa, dopo aver avuto quello che le autorità hanno scambiato per un arresto cardiaco e che, invece, era solo un attacco di panico; una reazione comprensibile, di fronte alla prospettiva di trascorrere dai dieci ai quindici anni in una prigione russa. Lo hanno portato di corsa in ospedale dove, dopo averlo sistemato su una sedia a rotelle, una guardia armata lo ha spinto a rotta di collo lungo i corridoi. Pazienti e medici si sono rifugiati contro le porte per non farsi travolgere mentre Frank, con gli elettrodi attaccati al petto nudo e i cavi penzolanti, avanzava sbandando verso il pronto soccorso e la guardia canticchiava tra sé qualche vecchio pezzo dei Depeche Mode.
Boris assume di nuovo una posizione eretta e guarda Frank con aria interrogativa. «Frank» sibila. «Sbrigati, vieni qui. Frank!».
Frank chiude gli occhi, fingendo di dormire, ma un istante dopo sente il fiato di Boris sul viso. Odora di patate e broda- glia di pesce.
«Fraaaaank. Vieni, forza».
«Boris, togliti dalle palle e lasciami in pace, okay?». «Alzati, Frank. Vieni».
Sta indicando il lavandino. Nella sua voce c’è qualcosa di
terribilmente insistente, che non ammette repliche. «Frank!».
«Cristo, Boris! Che c’è?».
«Vieni qui!».
Frank si strofina gli occhi, toglie i tappi dalle orecchie, spinge le gambe oltre il bordo del letto e, svogliatamente, salta giù. Boris gli dà una pacca sulla spalla e lo guida fino al lavandino. Yuri lega la corda, attraversa la cella, si inginocchia sotto il lavandino e inizia a svitare il sifone. Boris si inginocchia accanto a lui e, insieme, i due russi si danno un gran daffare per staccare il tubo dal muro, finché, con un rumore stridulo e metallico, lo tirano via.
«Frank, siediti».
Frank si gratta la testa. L’ambiente risuona di colpi e tonfi man mano che la rete di corde prende vita. A breve i prigionieri la useranno per scambiarsi lettere, zucchero, cellulari, un giornale satirico underground e sigarette aromatizzate offerte in dono ad amanti che non hanno mai incontrato e mai incontreranno.
I due compagni di cella guardano Frank con occhi imploranti. Boris stringe il sifone appena staccato come se fosse un bicchiere di birra. Lentamente, con esitazione, Frank si accovaccia e Boris lo costringe ad abbassare il capo, girando nel frattempo il tubo finché non è incollato all’orecchio del compagno. Esasperato, Frank alza gli occhi al cielo; fissa Boris e sta per dire qualcosa quando sente una flebile voce metallica.
«Ehi! Qui è capo detenuti Andrej Artamov in cella quattro- uno-zero. Parlo con Arctic 30?».
Frank rimane senza fiato. «Ehm...». Dopo qualche indugio, avvicina la bocca al tubo. «Sì. Mi senti?».
«Parlo con Arctic 30?».
«Ehm, sì. Cioè, sono uno di loro».
«C’è tuo amico, qui».
«Bene. Okay».
Un istante di silenzio, poi, «Frank, sei tu?».
«Sì».
«Frank, sono Roman Dolgov, il tuo collega di Greenpeace, nella cella sopra la tua».
«Ehm... ciao, Roman. A quanto pare sei da qualche parte
nel mio sistema di tubature. Come ci sei finito?».
«Ah ah, è divertente, Frank. Quello che dici è divertente». «Roman, è... stiamo parlando... è un telefono?».
«È il telefono della prigione. Devo dirti una cosa, Frank: abbiamo un problema».
Roman è un attivista di quarantaquattro anni e proviene dagli uffici di Greenpeace a Mosca. È stato arrestato insieme a Frank e altre ventotto persone dopo che le teste di cuoio russe hanno preso d’assalto la loro nave, sette settimane fa. Gli attivisti avevano organizzato una protesta su una piattaforma artica gestita dalla compagnia petrolifera statale del presidente Putin, la Gazprom, e ora sono in balìa della furia del Cremlino.
«Che succede?».
«Ho parlato con prigionieri rispettabili, Frank. Dicono che devi comunicare con la cella tre-uno-sei. Quella di fronte alla tua».
«Okay. Perché?».
«Devi scoprire i nomi dei russi che stanno in quella cella. Non vogliono dire come si chiamano. Non vanno al guljat’» – l’ora di ginnastica garantita ogni giorno ai prigionieri – «e hanno interrotto la doroga. Non collaborano. La rete di corde su un muro è spezzata. Un bel problema».
«Ehm... d’accordo, Roman. Quindi... devo... Scusa, rispiegamelo un attimo. Che cosa dovrei fare, secondo loro?».
«C’è anche Francesco, nella loro cella. Devi chiedergli come si chiamano i russi».
Frank riflette per un istante. Si passa una mano sulla zazzera. I suoi capelli biondi erano cortissimi, sulla nave, ma ora si stanno allungando. Passa il sifone a Boris, si alza e apre lo spioncino della porta.
«Frankie!» grida.
Sul lato opposto del corridoio si apre un secondo spioncino e appare il viso del trentottenne francese Francesco Pisanu, un altro attivista di Greenpeace detenuto.
«Sì?».
«Francesco, come si chiamano i russi che hanno appena portato nella tua cella?».
«Un attimo».
Il suo viso scompare. Un minuto dopo il francese ritorna. «Non vogliono dirmelo».
«Francesco, devi scoprire i nomi dei russi».
«Non vogliono dirmelo. Hanno paura».
«Davvero?».
«Dicono che hanno paura».
Frank si inginocchia, prende il sifone e ci parla dentro.
«Roman, non vogliono dire come si chiamano». «Non vogliono?».
«No».
«Oh».
All’altro capo del tubo inizia una conversazione in russo, poi Roman ritorna in linea.
«Okay, Frank. Buona notte».
«Tutto qui?».
«Buona notte, Frank».
«Ehm... okay. Notte, Roman».
Frank si appoggia al muro; ha ancora il sifone in mano e picchietta con un dito su un’estremità, mordendosi un labbro. Boris si stringe nelle spalle. Yuri grugnisce e si alza in piedi.
Frank guarda il tubo per un istante prima di restituirlo a Boris, poi si alza a sua volta, tira su col naso, si arrampica di nuovo sul letto, si tira la coperta fino al collo e rimane disteso lì, fissando il soffitto.
Una rete telefonica illegale ricavata dall’impianto idraulico della prigione? Boss mafiosi che impartiscono ordini attraverso un sifone? E non è nemmeno la cosa più strana che sia successa negli ultimi due mesi.
«Cristo» mormora Frank tra sé e sé, scuotendo il capo. «Come cazzo ci sono finito, qui?».

1
Frank solleva il binocolo, socchiude gli occhi e regola la ghiera per mettere a fuoco. Vede solo una macchia indi- stinta di un rosso scarlatto. Regola di nuovo la ghiera di messa a fuoco e l’immagine diventa più nitida. Scorge dei caratteri russi, grossi e bianchi, una piazzola di atterraggio per elicotteri che sporge di molto sopra il livello del mare e una torre di perforazione che si staglia contro il cielo azzurro.
Avrà fissato quella piattaforma petrolifera una cinquantina di volte, nelle ultime dodici ore. Somiglia a uno stadio di calcio che galleggia sprezzante nell’oceano. Centottanta miglia a nord del Circolo polare artico. Un blocco di cinquecentomila tonnellate di metallo e cemento con pareti rosse a strapiombo. Si chiama Prirazlomnaya.

La piattaforma petrolifera Prirazlomnaya cnel Mar Glaciale Artico, «obiettivo» di Arctic Sunrise

 

 

Frank è sulla prua della nave di Greenpeace, la Arctic Sunrise. Tre miglia di oceano lo separano dalla piattaforma. Volge il capo, e l’immagine restituita dal binocolo è interamente occupata da una distesa d’acqua, poi dallo scafo blu scuro di un’altra nave. È un’imbarcazione della guardia costiera russa – la Ladoga – e sta lentamente girando intorno alla piattaforma, per proteggerla dai manifestanti. Nella fattispecie, da Frank Hewetson e i suoi amici.

Frank sibila tra i denti e abbassa il binocolo. Non manca molto ormai. Presto saprà se il suo piano è abbastanza buono. Qualche ora fa ha calato in acqua una flottiglia di RIB – gommoni a motore – dall’Arctic Sunrise. È stata solo una prova per testare i tempi di reazione dei russi. La guardia costiera ha impiegato cinque, forse sei minuti, per mettere in acqua le proprie barche. Frank le ha osservate dal ponte della Sunrise. Erano più lente delle sue. Più lente della squadra di Greenpeace.

Siamo pronti, pensa. Sta per succedere. Domani, alle prime luci dell’alba. Ci sono due RIB sulla nave russa. Domattina Frank ne calerà cinque dalla Sunrise. Numericamente li batte, ma deve anche coglierli di sorpresa.

Solleva il binocolo e osserva lo scheletro d’acciaio sotto- stante la piattaforma di atterraggio per gli elicotteri. È lì che deve far arrivare le corde. La squadra si è esercitata per giorni in un fiordo norvegese, prima di salpare. Hanno costruito un finto eliporto, lo hanno assicurato alla coffa dell’Arctic Sunrise e, ballonzolando nell’acqua per ore, hanno sparato funi al di sopra dell’eliporto. Dopo quattro giorni sono stati in grado di agganciare l’obiettivo nove volte su dieci. Ma domattina dovranno raggiungere tubature a quaranta metri d’altezza, mentre la guardia costiera russa avanzerà a tutta velocità verso di loro sui gommoni.

Frank punta di nuovo il binocolo in direzione della Ladoga, e il riflesso di un raggio di sole lo costringe a sbattere le palpebre. Poi socchiude gli occhi e osserva. A circa tre miglia di distanza un uomo con un blazer blu e un berretto con la visiera è in piedi davanti a una porta aperta; ha a sua volta un binocolo, e sta guardando verso di lui.

Frank Hewetson viaggia per mare con Greenpeace da vent’anni. È stato bandito dagli Stati Uniti con diverse accuse di condotta immorale, ha fatto irruzione in sette centrali elettriche inquinanti in quattro paesi diversi e una volta ha impedito il decollo di un jet di linea della British Airways all’aeroporto di Heathrow per protestare contro i cambiamenti climatici. Tre anni fa è stato arpionato con un raffio da un marinaio francese mentre manifestava contro la pesca illegale di tonni. Il raffio gli ha trapassato la gamba sinistra e, quando il francese ha tirato la corda, Frank è stato trascinato lungo il fondo di una barca. Ha dovuto tagliare la fune con un coltello per non diventare l’ultimo bottino del pescatore di frodo.

 

 

 

il «colonnello» Frank Hewetson

 

 

 

Con vent’anni di esperienza alla guida di squadre impegnate in azioni dirette, Frank è l’uomo a cui rivolgersi quando si vuole scalare un enorme macchinario controllato da una potente società con un sistema di sicurezza multimilionario. I colleghi lo chiamano «Il Colonnello» alludendo alla risolutezza con la quale impartisce gli ordini e al fatto che presiede alle riunioni indossando un’uniforme da carrista della Seconda guerra mondiale.

Si volta e si appoggia al parapetto. La prua dell’Arctic Sunrise affonda e riemerge dolcemente. Frank solleva il berretto da baseball e si passa una mano tra i capelli, poi guarda la plancia e, dietro l’ampia parete di vetro, scorge tre volti. Uno di essi appartiene a un uomo di mezza età con un maglione blu e crema e un binocolo premuto contro un paio di occhiali tondi dalla montatura di acciaio. Ha i capelli neri e corti e la barba con striature grigie all’altezza del mento. Si chiama Dima Litvinov. Le sue labbra si muovono, ma Frank non riesce a sentire che cosa sta dicendo. Se potesse, riconoscerebbe un accento americano, ma con una lieve inflessione straniera. Dima ha cinquantun anni, è nato in Russia ed è cresciuto in Siberia, dove la sua famiglia è stata esiliata dopo che il padre ha sfidato il regime sovietico. Aveva dodici anni quando i Litvinov sono stati espulsi dalla Russia e si sono trasferiti a New York.

Dima passa il binocolo a una giovane donna, che lo avvicina al viso. Si chiama Sini Saarela, è un’attivista finlandese, ha trentun anni, il fisico asciutto da scalatrice, un caschetto di capelli biondi con la riga al centro e occhi azzurri e intelligenti. L’estate scorsa ha scalato quella piattaforma petrolifera, la stessa che sta guardando ora. È rimasta appesa per ore alla Prirazlomnaya mentre un getto di acqua marina ghiacciata le veniva sparato addosso da un idrante. Alla fine, il freddo l’ha costretta a scendere, ma è trascorso un anno e ora è tornata per riprovarci.

 

 

La scalatrice Sini Sarela durante un addestramento

 

 

La sua missione, domattina, sarà scalare di nuovo la piattaforma. Monterà una serie di pulegge, dopodiché la squadra di Greenpeace isserà una capsula di sopravvivenza da una tonnellata provvista di sistemi di comunicazione all’avanguardia, che resterà sospesa a trenta metri dall’acqua. Servirà a ospitare tre attivisti il più a lungo possibile – giorni, forse settimane – e a impedire alla Prirazlomnaya di operare. Il piano è questo. Ma funzionerà solo se Sini e i suoi amici riusciranno a raggiungere la piattaforma prima che le autorità russe calino i loro RIB dalla nave della guardia costiera. Si trovano in acque internazionali e, tecnicamente, i russi non possono arrestarli: l’anno scorso si sono limitati a osservare Sini mentre veniva inzuppata con l’acqua dell’Artico. Questa volta, però, tira un’aria diversa. La guardia costiera ha iniziato a seguire la squadra di Greenpeace poche ore dopo la partenza di quest’ultima dalla Norvegia alla volta della piattaforma. Il tono dei russi nei loro messaggi radio è stato aggressivo e perentorio.

«Arctic Sunrise, Arctic Sunrise, in nessuna circostanza potrete avvicinarvi alla Prirazlomnaya. Intorno alla piattaforma c’è un’area interdetta di tre miglia nautiche. Avete l’ordine di rimanere lontani dalla Prirazlomnaya».

 

 

 

Il capitano Pete Willcox

 

 

Sini passa il binocolo a un uomo che indossa una maglietta e un paio di pantaloncini bianchi. È robusto, ha un bel viso e la pelle abbronzata. Pete Willcox ha sessantun anni, è americano ed è il capitano dell’Arctic Sunrise. Nel trentennio trascorso a bordo delle navi di Greenpeace ha litigato con soldati e ufficiali della guardia costiera più volte di quante gli interessi ricordare. Ha navigato in aree sottoposte a test nucleari, nuotato di fronte a un cacciatorpediniere della marina militare statunitense e affrontato i balenieri giapponesi.

Frank lo ha incontrato per la prima volta nel 1991, quando, in un porto australiano, hanno chiuso un canale di scarico nel quale una società mineraria stava riversando sostanze tossiche.

A quel tempo Pete Willcox era già un eroe di Greenpeace. Sei anni prima aveva capitanato la Rainbow Warrior, allora ormeggiata nel porto di Auckland, in Nuova Zelanda. Pete si preparava a guidare una spedizione per protestare contro il governo francese, intenzionato a condurre test nucleari nell’isola di Mururoa. Poco prima di mezzanotte una mignatta attaccata allo scafo della sua nave esplose. A piazzarla erano stati gli agenti dei servizi segreti francesi.

Svegliato dalla detonazione e convinto che la nave fosse stata colpita da un’altra imbarcazione, Pete iniziò a correre per la Warrior, controllando l’equipaggio e radunando tutti sul ponte. Il suo amico, il fotografo di origini portoghesi Fernando Pereira, uscì insieme agli altri; poi, però, tornò in cabina per salvare le sue macchine fotografiche. A distanza di qualche minuto dalla prima esplosione ne seguì un’altra. Fernando, padre di due bambini, annegò.

Ventotto anni dopo Pete Willcox è a capo di un’altra spedizione, e le forze di sicurezza di un altro paese sono decise a fermarlo. Prima di lasciare la Norvegia, tre giorni fa, ha spedito una cartolina alla sua nuova moglie. «Se i russi conservano il loro senso dell’umorismo» ha scritto, «in questa missione ci sarà da divertirsi».

Frank conosce Pete Willcox e Dima Litvinov più o meno da venticinque anni, ovvero da quando è diventato un attivista di Greenpeace. Quanto agli altri membri dell’equipaggio della Sunrise, li ha incontrati quasi tutti per la prima volta quando sono arrivati in Norvegia, la scorsa settimana. Li ha osservati mentre camminavano lungo il molo con le loro sacche a tracolla – scalatori, marinai e attivisti provenienti da diciotto paesi diversi. Il più vecchio è il capitano, la più giovane, Camila Speziale, una scalatrice argentina di ventun anni che ha lasciato il suo lavoro da receptionist per occupare una capsula appesa alla piazzola di atterraggio per gli elicotteri di una piattaforma petrolifera russa nell’Artico.

 

 

La piattaforma russa Prirazlomnaya, nel Mar Glaciale Artico

 

 

La Sunrise è lunga cinquanta metri, una rompighiaccio dipinta di verde con un arcobaleno di colori sulla prua. Quando è partita verso il fiordo norvegese per quattro giorni di addestramento era una nave occupata da perfetti estranei. Ora sono una squadra compatta. Hanno trascorso quei giorni sparando corde con le balestre, arrampicandosi, montando il sistema di pulegge, issando la capsula di sopravvivenza. La sera si raccontavano storie nel salotto. Una notte l’interfono della nave ha gridato due parole: «Aurora boreale!».

I membri dell’equipaggio sono corsi sul ponte e hanno teso il collo. Hanno appoggiato le braccia l’uno sulle spalle dell’altro mentre una bandiera trasparente di tessuto verde sventolava lentamente nel cielo sopra le loro teste, da un estremo dell’orizzonte all’altro. Il mattino dopo hanno attraccato nel porto norvegese di Kirkenes. Poi sono salpati alla volta della Prirazlomnaya.

Frank si volta e stringe le mani sul parapetto. L’acqua lo separa dalla piattaforma petrolifera più controversa del mondo. Appartiene ed è gestita dalla Gazprom, il gigante russo dell’energia. Nell’arco di poche settimane la Gazprom cercherà di diventare la prima società nella storia a estrarre petrolio dalle acque ghiacciate dell’Artico. Finora lo spesso strato di ghiaccio ha reso quasi impossibile trivellare, ma con l’aumento delle temperature le società petrolifere si stanno spostando a nord e, se la Prirazlomnaya dovesse riuscire nel suo intento, darà il via a una nuova caccia al petrolio nell’Artico. Ecco perché la Sunrise si trova qui. Ecco perché, in questo preciso momento, trenta membri dell’equipaggio a bordo della nave stanno completando i preparativi per scalare la piattaforma e bloccarla.
Frank si sporge dalla prua e vede la sua immagine riflessa nell’acqua. Respira profondamente e guarda in alto. Il sole si nasconde lentamente sotto l’orizzonte. Quando riapparirà, Frank darà il via all’operazione.

2
Gli oblò sono chiusi e fissati con le viti. Le porte sono serrate. Nessuno è autorizzato a salire sul ponte. Non ancora. Per gli ufficiali della guardia costiera che difendono la piattaforma petrolifera russa a tre miglia di distanza la Arctic Sunrise sta dormendo.

I russi, però, si sbagliano. Sono le tre del mattino e i trenta membri dell’equipaggio sono già svegli e attivi. Più che attivi. Frank cammina su e giù per la stiva, e controlla l’orologio. Indossa una muta stagna gialla sotto il giubbotto di salvataggio e ha in mano un casco con la visiera trasparente. Chiede in continuazione al videoreporter inglese Kieron Bryan di avvicinarsi all’oblò e, insieme, sollevano lo sportello di pochi millimetri e sbirciano fuori, in cerca di qualche raggio di sole, aspettando che ci sia luce sufficiente per filmare la protesta.

 

 

La scalatrice Camila Speziale

 

 

Il mare non è piatto come Frank aveva sperato. Sente le onde che sbattono contro la fiancata della nave e, di tanto in tanto, la piattaforma, illuminata come un centro commerciale, sparisce dietro un cavallone.
Ora l’equipaggio sta effettuando gli ultimi controlli. Phil Ball, che occuperà la capsula con la giovane argentina Camila Speziale, si batte il petto, tira i moschettoni, si sistema il casco. Ho preso tutto? È tutto in ordine? Starò comodo? Riuscirò a rimanere aggrappato se un idrante mi spara acqua in faccia?
Alle 3.30, attraverso l’oblò, Kieron vede un barlume di sole. Frank gli chiede se c’è luce sufficiente per filmare l’azione.
«Credo di sì. Il minimo indispensabile».
I membri dell’equipaggio sono divisi in gruppi; bisbigliano tra loro, riesaminando più volte il piano. «Okay» esclama Frank. «Ragazzi!». La squadra alza lo sguardo, aspettando il resto della frase. Un breve silenzio, poi: «Siamo pronti».
Frank osserva gli attivisti che sbuffano nervosi e si stringono le mani l’uno con l’altro. Davanti a lui, Sini Saarela e Marco «Kruso» Weber – uno scalatore svizzero – sono in piedi, faccia a faccia, e controllano le reciproche attrezzature per l’ultima volta. Frank ha bisogno di loro due, oggi. Se riusciranno ad arrampicarsi lungo il fianco di quella piattaforma petrolifera e a mantenere la posizione, la missione potrebbe avere successo. Si guarda intorno. Gli attivisti sono agitati: si dondolano sulle punte dei piedi, lanciando occhiate lungo tutta la stiva.
I piloti dei gommoni salgono furtivamente sul ponte, usando scale e barili come copertura e pensando «Finché restiamo acquattati, finché non vediamo la nave della guardia costiera, neanche loro possono vederci».
Lentamente, in silenzio, il primo RIB – lo Hurricane – viene calato in acqua e si avvicina alla porta del pilota, sulla murata sinistra. Il gallese Anthony Perrett aiuta il videoreporter Kieron Bryan e lo scalatore Kruso Weber a salire a bordo. Kieron preme il pulsante «registra» e solleva la videocamera; la prua gonfiabile nera del gommone si alza e, improvvisamente, i due attivisti iniziano a sfrecciare intorno alla Sunrise in mare aperto. Davanti a loro un faro si insinua nel chiarore dell’alba. Il fascio di luce proviene dalla Ladoga, la nave della guardia costiera, che, pochi secondi dopo, si lancia a gran velocità e avanza oscillando verso di loro. Ora gli attivisti sono inondati da una luce abbagliante, ma il gommone procede ancora a tutto gas, scricchiolando tra le onde. Vedono già i russi intenti a calare le proprie barche.

A distanza di qualche secondo dal primo, un altro RIB di Greenpeace – il Parker – gira intorno alla prua della Arctic Sun- rise. A bordo ci sono Frank e Sini. La capsula di sopravvivenza bianca e blu, costruita appositamente per questa missione, viene calata in acqua dal ponte della Sunrise. Sulla plancia della nave c’è Dima Litvinov, che osserva con il binocolo. Si porta la radio alla bocca e grida: «Prirazlomnaya, Prirazlomnaya, qui è l’Arctic Sunrise».
Si sente gracchiare, poi: «Arctic Sunrise, risponde la Priraz- lomnaya».
«La nostra è un’azione pacifica, una protesta non violenta contro l’estrazione del petrolio e la minaccia che una simile iniziativa rappresenta per l’ambiente dell’Artico e per il clima. Non c’è alcun rischio che la vostra proprietà venga danneggiata; non ci sono armi sulle nostre imbarcazioni, e non cercheremo di occupare la vostra piattaforma. La nostra è una protesta pacifica. Ripeto, è una protesta pacifica».

Un ufficiale della Ladoga interviene. «Arctic Sunrise, inter- rompete tutte le operazioni. Richiamate le vostre barche!».

I RIB russi sono in acqua, ormai, ma i gommoni degli attivisti sono arrivati sotto la piattaforma. È enorme: 120 metri di lunghezza per ogni lato. Sullo Hurricane Anthony Perrett si alza in piedi e solleva una balestra. È lunga più di un metro e, grazie a una cinghia di gomma, spara un pallino di piombo attaccato a un sacchetto pieno di sabbia, che a sua volta è legato a una corda sottile.

Il primo lancio va a vuoto; il secondo, invece, forma un arco sopra tre sbarre di metallo, poi disegna una lenta traiettoria discendente, mentre il RIB della guardia costiera avanza rumorosamente verso di loro. La corda è quattro metri sopra la testa di Perrett, ora tre; la scuote. Manca poco. La barca russa è vicina, ormai. La sentono mentre svolta l’angolo della piattaforma. Anthony allunga le braccia e afferra la corda; a questa attacca una fune più spessa e inizia a tirarne un’estremità, osservandola mentre sale sempre più in alto. Cerca di passarla a Kruso; la fune è a un metro dalla mano dello scalatore. Kruso sta per agganciarsi e iniziare l’arrampicata quando il RIB della guardia costiera sbuca di colpo da dietro la piattaforma, sollevando una nube di schiuma bianca con il motore. Il RIB piomba sul loro gommone, poi un soldato russo trancia la fune con un coltello.

In mare aperto il Suzie Q – il RIB più grande degli attivisti – sta trainando la capsula verso la piattaforma, fiancheggiato da due gommoni più piccoli. Ma la squadriglia avanza troppo lentamente. Le barche procedono a fatica sull’acqua; è come se fossero invischiate nel miele e, da lontano, i ragazzi vedono un’imbarcazione della guardia costiera abbordare un RIB sotto la piattaforma. Poi si sente uno schianto improvviso: il Suzie Q fa un balzo in avanti, e qualcosa fende l’acqua. È la fune: si è rotta. Phil Ball guarda dietro di sé e fissa la capsula, che galleggia tragicamente sola e abbandonata.

Un istante di silenzio, il rumore gracchiante delle interferenze, poi la voce di Frank alla radio. «Lasciate perdere la capsula e venite qui. Subito! Tutte le imbarcazioni si dirigano verso la piattaforma. Tutte quante!».

La prua del Suzie Q si solleva e, un istante dopo, il RIB parte a gran velocità in direzione della Prirazlomnaya. Di lì a pochi minuti si unisce all’azione e, dietro un’onda spumosa, Phil vede distintamente due imbarcazioni russe che trasportano alcuni soldati mimetizzati dalla testa ai piedi e con il viso coperto da passamontagna neri. All’improvviso uno di loro estrae un pugnale e si lancia in avanti verso Kieron, cercando di portargli via la videocamera. L’apparecchio, tuttavia, è fissato al petto con una corda. Se il soldato dovesse riuscire ad afferrarla, Kieron verrà trascinato fuori dal gommone. Il russo manca il bersaglio, si piega in avanti e infilza il bordo di gomma gonfiabile del Parker; poi porta una mano al fianco ed estrae una pistola. La punta prima verso Kieron, poi contro il petto dell’attivista italiano Cristian D’Alessandro, che è in piedi sulla prua del Suzie Q. Il russo sta urlando qualcosa, ma nessuno lo capisce. Cristian alza le braccia e grida: «Non sparare, non sparare!». Un’onda solleva entrambe le barche; i due uomini si guardano dritto negli occhi. La canna della pistola è a un metro dal petto di Cristian. Gridano l’uno contro l’altro, poi l’onda si ritira, i gommoni si abbassano e vengono separati. Il Suzie Q solleva una massa d’acqua spumosa e, seguito a breve distanza dallo Hurricane, si allontana, lasciandosi i russi alle spalle.

 

 

 

 

Il militante di Greenpeace Cristian D'Alessandro durante la detenzione in Russia

 

In mezzo al mare la capsula viene recuperata dalla Sunrise, ma gli attivisti sono ancora determinati a spedire una squadra di scalatori su un fianco della piattaforma. Se Sini e Kruso riescono a salire, potranno dispiegare gli striscioni e richiamare l’attenzione mondiale sul progetto della Gazprom per l’estrazione di petrolio nell’Artico. Hanno perso la capsula, ma possono ancora opporre resistenza.

Lungo il fianco orientale della piattaforma il Parker si ferma sotto una cima di ormeggio. Sini punta la balestra e lancia una corda oltre la cima, controlla che sia sicura, si aggancia e tira. Un istante dopo, però, una barca russa arriva sfrecciando, un ufficiale della guardia costiera tira fuori un coltello e in una fra- zione di secondo la corda al di sopra di Sini viene tagliata, e la donna finisce in acqua. Il suo giubbotto di salvataggio si gonfia, accompagnato dal sibilo dell’aria compressa. Frank allunga una mano oltre il bordo del Parker e tira Sini sulla barca. La scalatrice si lascia cadere, cercando di riprendere fiato.

Sull’altro lato della piattaforma lo Hurricane sta compiendo un giro larghissimo, con la guardia costiera alle calcagna. Anthony solleva la balestra e spara un colpo perfetto. La corda arriva a venti metri sopra il fianco della Prirazlomnaya. Kruso la afferra e inizia ad arrampicarsi.
Il Parker ha abbandonato il lato est e un minuto dopo è accanto allo Hurricane. Sini afferra la corda e si aggancia.
«Sei sicura di voler salire?» grida Frank. «Sei appena caduta in mare. Te la senti di scalare?».
«Sì, me la sento. Sto bene».
Frank annuisce, e un istante dopo Sini si aggrappa alla fune e si lascia dondolare sopra l’acqua.
«Sto arrivando» grida la donna a Kruso. «Sono dietro di te!».
Sotto di lei il RIB della guardia costiera avanza verso il Parker. Un ufficiale russo afferra la fune di Sini e inizia a scuoterla, facendola oscillare a destra e a sinistra. Sini sgancia il coltello a serramanico dall’imbracatura, allunga una mano e taglia la corda sotto di sé. L’ufficiale osserva immobile mentre la fune cade pesantemente sul fondo del gommone, poi estrae una pistola. Sini guarda giù, e vede l’arma. L’ufficiale la sta puntando contro di lei e grida qualcosa in russo. Attraversata da una scarica di adrenalina, la donna fa leva sulle braccia per issarsi sulla corda, il più lontano possibile dalla pistola.

 

Sini e gli altri scalatori durante l’«abbordaggio» alla piattaforma.

 

 

L’imbarcazione della guardia costiera sta speronando lo Hurricane, ora. Gli ufficiali continuano a tenere d’occhio la videocamera di Kieron; vogliono prenderla, ovviamente, e ci hanno già provato quattro o cinque volte. Frank decide di riportare Kieron a bordo della Sunrise insieme al filmato. «Kieron, stiamo venendo a prenderti!». Il Parker fa dietro- front, e Frank è a cinque metri dallo Hurricane; grida: «È ora di andare!». Kieron sgancia la videocamera e la lancia in aria, sopra l’acqua. Frank la blocca maldestramente, ma riesce a non farla cadere. «Perfetto» grida, «ma mi servi anche tu!».

Le due barche distano poco più di un metro, ormai, e le onde si alzano e si abbassano ricoprendole d’acqua. Kieron strizza gli occhi e si lancia in avanti, atterrando sul Parker. Frank gli dà una pacca sulle spalle, mentre il pilota inizia a dare gas. La prua si solleva e i due attivisti si allontanano dalla piattaforma per mettersi al riparo sull’Arctic Sunrise, lasciando agli altri RIB il compito di tener d’occhio Sini e Kruso.

All’improvviso gli scalatori vengono colpiti da un getto d’acqua gelida; il freddo penetra nel cervello, gli arti sono come paralizzati. Gli operai della piattaforma stanno usando pompe ad alta pressione per spruzzare l’acqua dell’Artico contro di loro. Più gli attivisti si arrampicano, più forte è il getto e più diventa difficile sentire o vedere qualcosa. Sini ha raggiunto Kruso, sulla fune, ma l’acqua continua a colpirli incessantemente, gelida. Sini tira fuori uno striscione – Save the Arctic – ma le pompe lo prendono subito di mira, facendolo sparire tra gli spruzzi.
Entrambi gli attivisti hanno un ricetrasmettitore VHF col- legato all’orecchio. Anthony, ancora sotto di loro, guarda su stringendo il suo ricetrasmettitore, convinto che sia arrivato il momento di battere in ritirata. «Scendete, scendete subito!» grida, ma gli scalatori non possono sentirlo: un getto li sta col- pendo in testa. Perfino gli oggetti che hanno addosso vengono spazzati via dal torrente d’acqua.

 

Attivisti di Greenpeace con lo striscione «Salvate l'Artico»

 

 

Sini si accorge che Kruso sta tremando. Lo conosce da più di una settimana, quanto basta per sapere che non è spaventato, ma soffre di un principio di ipotermia. Poi bang, bang, bang. Colpi d’arma da fuoco. Le guardie a bordo dei RIB stanno sparando in acqua, a un metro di distanza dai gommoni di Greenpeace. I proiettili colpiscono la superficie, sollevando schizzi d’acqua sugli attivisti. Anthony afferra il ricetrasmettitore e grida: «Stanno sparando! Missione annullata, andiamo- cene».

Sopra di loro gli scalatori stanno cercando di scendere, ma Sini ha tagliato la fune quando la guardia costiera la scuoteva, e ora non è abbastanza lunga da arrivare fino all’acqua. Devono agganciarne un’altra alla corda alla quale sono appesi, mentre una cascata di acqua gelida continua a piovere su di loro dalla piattaforma. Alla fine Sini arriva sufficientemente in basso perché i russi possano afferrarla, costringendola a scendere sulla loro barca; un minuto dopo Kruso è accanto a lei.
I RIB di Greenpeace continuano a ballonzolare tra le onde a un centinaio di metri di distanza. Improvvisamente, un ufficiale della guardia costiera estrae una pistola e spara sopra le loro teste. Anthony grida: «Via, via, via!», e i gommoni ruotano su se stessi mentre altri due colpi vengono sparati. «Dobbiamo andarcene, dobbiamo andarcene!». E i RIB degli attivisti sfrecciano sull’acqua.
Pochi minuti dopo sono in fila nella stiva della Sunrise; si tolgono i caschi e aprono le lampo delle mute.
«Cazzo! Avete visto le pistole? C’era l’inferno, là fuori». «Che cavolo è successo?».
«Hanno sparato? Mi è sembrato di vederli sparare».
«Che è successo a Kruso? Sini sta bene? L’abbiamo vista
cadere».
«Sono scesi. Stanno bene. Siamo rimasti finché non sono
scesi».
Sini e Kruso vengono portati sulla Ladoga e spinti sul ponte.
È pieno di uomini armati. Ordinano a Kruso di inginocchiarsi, con le mani dietro la schiena. Sini si lascia cadere e abbraccia il corpo tremante del compagno. Lo stringe più forte che può. Un soldato allunga una mano e la afferra per la muta; Sini stringe Kruso ancora più forte, ma il soldato la strattona via.
La donna viene spinta lungo il ponte fin dentro la mensa. Aspetta di ricongiungersi a Kruso, ma si rende conto subito che lo hanno portato in un’altra sezione della Ladoga. Una guardia le porge due coperte e le offre una tazza di tè. Mentre lo sorseggia Sini ascolta la radio interna della nave da un altoparlante e sente il capitano che dà ordini al suo equipaggio. Non è in grado di capire che cosa stia dicendo, ma intuisce che è arrabbiato.

 

 

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Sulla plancia dell’Arctic Sunrise, Dima ha la radio accostata alla bocca. «State trattenendo illegalmente due membri del nostro equipaggio. Vogliamo che li rilasciate subito».
«Arrestate i motori e fate salire a bordo la nostra squadra di ispettori».
«Non abbiamo nessun motivo per farvi salire a bordo. Siamo in acque internazionali, non avete alcuna giurisdizione».
«Siete in una Zona economica esclusiva russa».
«Sì, è vero. Allora, se ci sospettate di pesca di frodo, vi preghiamo di dircelo. Perché è l’unica giustificazione che avete per salire a bordo della nostra nave. A meno che ci riteniate pirati».
«Se non collaborate, useremo ogni mezzo a nostra disposizione».
«Non siete autorizzati a salire a bordo. Siamo in acque internazionali».
«Useremo ogni mezzo a nostra disposizione, incluso sparare colpi di avvertimento contro la vostra nave».
Dima guarda Pete Willcox, il capitano dell’Arctic Sunrise.
«Colpi di avvertimento» dice Pete, stringendosi nelle spalle. «Okay, vediamo».
La nave della guardia costiera si sta avvicinando, e con il binocolo Dima vede i russi intenti a scoprire un cannone a prua.
«Spareremo, se non vi fermate immediatamente».
«Ufficiale» dice Dima, «le consiglio di riflettere con attenzione su ciò che ha appena detto».
Nella mensa della Ladoga Sini sta ascoltando le grida infernali trasmesse dalla radio, che diventano sempre più forti. All’improvviso si sente un’esplosione, e la nave trema. Dalla tazza che Sini ha ancora in mano si rovescia un po’ di tè, e la superficie si increspa. Dall’Arctic Sunrise gli attivisti vedono la bocca del cannone emettere un bagliore; poi appare una nuvola di fumo, e si sente un rumore sordo.
«Oh, cazzo!» grida Dima. «Questi sparano sul serio!».

Pubblicato per gentile concessione di Edizioni e/o.

 

 

Agenti della sicurezza russa sequestrano l’Arctic Sunrise.

 

 

La copertina del libro

 

 

Il libro
C’è un detto nelle prigioni russe: non fidarti, non temere, non pregare. Non fidarti perché la vita lì ti deluderà sempre. Non temere perché di qualunque cosa tu abbia paura, non c’è niente che tu possa fare per evitarla. Non pregare perché non è mai successo che pregando, qualcuno sia riuscito a farsi liberare da una prigione russa. Il piano era di collegare una capsula di sopravvivenza galleggiante di Greenpeace a una piattaforma petrolifera della Gazprom e lanciare così una protesta pacifica contro l’estrazione di petrolio nella zona dell’artico. In realtà una squadra di commandos russi armati pesantemente si è calata sul ponte della nave di Greenpeace Arctic Sunrise e gli Arctic Thirty (trenta attivisti per la salvaguardia dell’Artico) hanno iniziato il loro calvario in balia del regine di Vladimir Putin. Raccontata per la prima volta dalle stesse parole degli attivisti, questa è la storia drammatica dell’incarcerazione e della straordinaria e commovente campagna per riportare i manifestanti, tra cui un italiano, a casa al più presto.

 

L’autore
Ben Stewart è stato giornalista dell’anno del Guardian e vive a Londra. È un attivista per la protezione dell’ambiente ed è stato protagonista di clamorose azioni di protesta e sensibilizzazione organizzate da Greenpeace.

 

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