I caffè perduti di Atene

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di Sandro Viola

 

 

Atene. Non mi piace sentir parlare della bruttezza di Atene, come ogni tanto capita, da viaggiatori tardivi e sprovveduti. Non sono forse brutte anche le città che essi reputano belle? Tutta l'Europa è imbruttita, tutte le sue città sono ormai irriconoscibili. Quelli che vi approdano soltanto adesso, per ragioni anagrafiche o perché hanno troppo aspettato a mettersi in cammino, sono viaggiatori sfortunati. Punto e basta. Arrivano a festa già finita, quando si stanno spegnendo le luci. Li si può compiangere, certo, ma non ci si può far dir da loro se una città europea sia brutta o bella.

 

 

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Qualche decennio fa anche Atene aveva un fascino. Lo splendore dei monumenti classici si stagliava contro il fondale d'una piccola città tra balcanica e levantina, a un passo dal mare, le case basse e bianche, attorniata da montagne i cui nomi avevamo pronunciato tante volte negli anni del liceo. I resti dell'antica Grecia avrebbero avuto quello stupendo risalto se tutt'attorno ci fosse stata una città con le massicce, pretenziose architetture europee dell'Ottocento e primo Novecento?

Il Partenone si sarebbe visto così terso e vicino dalle piccole stanze con balcone (sino al 1932 stanze per autisti e altra servitù degli ospiti) al settimo piano del Grande Bretagne? Era anche questa, nei primi anni Cinquanta, la grazia di Atene: l'essere così dimessa e discreta, quasi che si tenesse in disparte di fronte all'emozionante bellezza delle rovine dell'Ellade. Di mediocre, in quegli anni, c'era solo l'architettura neoclassica degli edifici sorti nella seconda metà dell'Ottocento - l'Università, il Palazzo reale, l'Accademia, la Biblioteca nazionale - dopo il distacco dall'impero ottomano e la nascita del Regno di Grecia.

Quella paccottiglia di pronai, frontoni, colonne e peristili affiorava dal grande equivoco dei filo-elleni: l'idea romantica d'una continuità tra la Grecia classica e il piccolo regno del 1830, d'una solenne restituzione all'Europa della sua prima e più illustre matrice. Com'erano incongrui, come stonavano nell'Atene balcanico- levantina, quei gateaux mariage commissionati ad ampollosi architetti tedeschi e francesi dai ricchissimi greci della diaspora, i Valyanos, i Synas, i Varvakos, i Singros. Nulla avrebbe potuto essere infatti più retorico e velleitario di quell'idea d'un nesso, d'un ponte, tra le due Grecie. La verità è che tra l'una e l'altra Grecia erano trascorsi duemila anni, e il tentativo di ricucirne le vicende non poteva che sfociare nel grottesco.

 

 

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Atene e gli ateniesi erano lì, d'altronde, a dimostrare quanto fossero distanti da qualsiasi sogno d'una nuova Ellade. Bastava dare un'occhiata al mercato delle pulci negli slarghi di Monastiraki o sotto le tettoie del mercato del pesce al Pireo, per accorgersi quanto fosse orientale, ancora un po' turchesca, la città. Qui uno scorcio bulgaro, là il gesticolare del bazar, più avanti i volti scuri, come intagliati nel legno, d'un gruppo di montanari macedoni. Bastava guardare i greci nei caffè popolari di piazza Omonia, seduti per ore davanti alle tazzine schiumose del caffè turco, mentre attorno s'aggiravano i venditori di pistacchi abbrustoliti e si diffondeva il fumo delle graticole dov'erano messi ad arrostire i «kokoretsi»: pezzi di fegato avvolti in pezzi di intestino, un cibo che i turchi s'erano lasciati dietro in tutti i Balcani, da Sarajevo a Plovdiv e a Salonicco.

Quelle scene parlavano chiaro. Atene era una città del Levante, ancora fortemente marcata dal mezzo millennio della dominazione ottomana, e nessuna patetica cosmesi d'architetture neoclassiche poteva celarne il profilo orientale. Quanto ai greci, essi erano occidentali solo nella misura in cui aspiravano ad esserlo: ma a parte il cristianesimo ortodosso, quasi nulla dei loro cibi e bevande, del folklore, degli interni delle case, delle forme di vita - per non parlare della loro musica noiosissima - aveva altra origine se non quella dell'Europa «turca» tra XV e XX secolo.

 

 

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Quando nel 1955 venni per la prima volta ad Atene, avevo in valigia Il colosso di Marussi, il libro che Henry Miller scrisse sul suo viaggio in Grecia alla vigilia della guerra, e che Adelphi ha da poco ripubblicato. Io ero giovane, ma non tanto ingenuo da prendere sul serio il goffo lirismo di Miller. Del libro mi divertivano i personaggi greci, e per primo il «colosso» del titolo, Ghiorgos Katsimbalis, un letterato che tra i Trenta e i Quaranta diresse la migliore rivista greca di cultura, Ta nea grammata. Mi piaceva la descrizione delle serate nelle tavernas dove Katsimbalis (uomo di statura torreggiante, mangiatore omerico e inesausto bevitore di vino resinato) trascinava Miller, Durrell, Seferis e Stephanidis, stordendoli con la sua sonora e fantasiosa logorrea di nottambulo. Ma allo stesso tempo mi stuccava l'estasi dell'incontro tra l'autore dei Tropici e la classicità, quel suo cogliere dappertutto la traccia e l'aura dell'Ellade, «un'atmosfera pregna di fatti eroici», un mondo rimasto così vicino alle sue origini che da un momento all'altro si sarebbe potuta veder emergere, dalle acque di capo Sunion o di Spetses, Afrodite. Non era questa, infatti, la Grecia del 1955: né avrebbe potuta esserla sedici anni prima, quando v'era approdato Miller. Di classico, allora come adesso, c'erano solo le rovine archeologiche e i reperti strabilianti nelle vetrine dei musei.

 

 

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I tre quarti del Colosso erano dunque cattiva letteratura. Ne ebbi una prova ulteriore comprando per pochi soldi da un fotografo del centro, mi pare in via Bucuresti, un mucchio di vecchie fotografie degli ultimi Trenta, il periodo della dittatura del generale Metaxas. La Grecia del mio primo soggiorno era ancora la stessa di quelle immagini, anche se intanto c'erano state la guerra contro italiani e tedeschi, l'occupazione e poi la guerra civile.

Una delle foto mostrava il governo di Ioannis Metaxas ad un pranzo di gala: tutti in frac, i volti olivastri e baffuti, gli stomaci così prominenti che quasi facevano sfuggire lo sparato dal gilet. Un'aria tra rumeno e albanese, con anche un po' di Bari, lontana mille miglia dalle infatuazioni classiciste dei Miller e Durrell: da quella loro caparbia rimozione di tutto quanto era accaduto nei duemila anni dopo Cristo, compresi i dispotismi bizantino e turco. Con ancora qua e là qualche maceria delle battaglie combattute all'inizio della guerra civile, Atene era una provincia intatta da qualsiasi modernità, povera e sonnolenta.

Come nella mia città natale, la gente trascorreva buona parte delle giornate seduta nei caffè. In due di essi m'affacciavo ogni mattina: Zonar's (lì Olivia Manning aveva visto nell'autunno del '40, e poi raccontato nella Balkan trilogy, le scene di tripudio degli ateniesi ad ogni bollettino-radio con le notizie delle vittorie sugli italiani lungo il fronte albanese), e cento metri più avanti Yanaki. Erano i locali eleganti della piccola Atene d'allora.

Verso mezzogiorno auto lussuose si fermavano accanto ai loro tavolini sui marciapiedi di via Panepistimiu, depositando qualche rappresentante dell'alta borghesia. Gli uomini quasi tutti in stile Onassis (giacca da «yachtman» e occhiali scuri), le donne con profumi forti e bracciali tintinnanti, la chioma corvina sotto i cappelli bianchi a tesa. Anche i «megalo-astos», le famiglie ricchissime dei Papastratos, Kostopulos, Sekeri, Avèrof, Bodosakis, erano poco cambiati dagli anni prima della guerra. I soldi in Svizzera o a Londra, le barche al Turcolimano, le ville bianche o rosa a Psycho e Kifissya, il tè al Grande Bretagne e l'aperitivo all'Acropol. Il mondo che Pierre Drieu la Rochelle aveva ritratto nella Femme à sa fenetre, e Roger Peyrefitte (con sguardo anche più nitido e tagliente di quello di Drieu) nelle Ambassades.

 

 

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Passavo spesso anche da Zakaratu, il caffè vicino al Parlamento in cui si riunivano i politici e i giornalisti, e spesso anche da Lumidis in via Stadiu, perché avevo sentito che v'andavano Ghiorgos Seferis, Odysseus Elytis, Ghiorgos Theotokas e il miglior pittore che i greci abbiano avuto nell'età moderna, Niko Ghika. Non vidi mai nessuno dei quattro: ma vidi una sera Katsimbalis da Apotsyos, l'«ouzerie» al principio di Stadiu, circondato come in una scena del Colosso da una cricca d'ammiratori che l'ascoltavano con espressione rapita. Le «ouzeries» erano qualcosa tra una cantina e un caffè dove gli ateniesi andavano a bere l'ouzo, e che s'animavano quindi all'ora dei due aperitivi. In pochissimi luoghi dell'Europa d'allora ho conosciuto la felicità che mi dettero quella prima volta, e molte volte ancora nei Sessanta e nei primi Settanta, le «ouzeries» ateniesi.

Ogni tanto mi tornano in sogno (Apotsyos, Orfanidis a Panepistimiu di fianco al Grande Bretagne, Brettos a Plaka, Panayotaki a Evripidu), e ancora mi pare di sentire l'odore sublime d'anice, tabacchi di Macedonia, legno bagnato e olive Kalamata che vi si respirava. Inutile dirlo, tutti questi posti sono scomparsi. Ma prima di vederli sparire uno ad uno - prima che s'avverasse la fosca profezia di Henry Miller d'una Grecia trafitta dal turismo di massa - , mi capitò di frequentarli per molti anni dopo il mio primo soggiorno. Esplose infatti la grave crisi politica del '65, poi, nell'aprile del '67, ci fu il colpo di stato dei colonnelli. Così imprevisto e ripugnante, quel rigurgito di vecchi fascismi impressionò l'Europa, la fece sussultare. I giornalisti, quindi, andavano e venivano da Atene. Sulla città pesava adesso un'atmosfera ferrigna e sospettosa, con tre polizie a caccia degli oppositori del regime. Ma i caffè restavano il centro della vita ateniese, e i colonnelli non riuscirono mai a imbavagliarne la conversazione.

I politici s'erano trasferiti nei caffè di Kolonaki, l'Hellenikon, il Bysantio, la pasticceria Lycovrisi. Usciti di prigione, dov'erano finiti per qualche mese all'indomani del colpo di stato, l'ex primo ministro Cannellopulos, gli ex ministri Rhallis, Avèrof, Papaconstantinu ed altri ancora, sedevano la sera attorno ai tavolini all'aperto commentando gli avvenimenti, scambiandosi notizie, fornendo opinioni ai giornalisti stranieri. Verso le dieci Cannellopulos si spostava con la moglie in un piccolo ristorante vicino, Philipus, e lì lo raggiungevamo (da Philipus si mangiava e si mangia ancor oggi benissimo) per strappargli da tavolo a tavolo un'ultima battuta. Neppure la sventura del regime militare aveva dunque modificato, in quei tardi Sessanta, le abitudini provinciali della città.

 

 

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Atene s' ingrandiva, l'arrivo di masse di contadini dai villaggi produceva un'edilizia miserevole e caotica, ma il turismo non l'aveva ancora snaturata. Invece d'essere com'è ora un'orrenda trappola per stupidi forestieri, tutta fumi di cattiva cucina e fracasso di «buzuki», Plaka era un gomitolo di piccole strade silenziose dove soltanto rari lumi segnalavano la porta d'una trattoria. Il Grande Bretagne era semivuoto, e anche lì, quando all'ora dell'aperitivo vi giungevano ex ministri come Avèrof o Mavros, si poteva racimolare una notizia. Il capo canuto e i gesti solenni d'un monaco dell'Athos, al bar officiava l'epirota Ghiorgos, l'unico barman al mondo cui fosse stato concesso, per età e dignità, di mettersi seduto nelle pause tra l'uno e l'altro arrivo di clienti.

Per i primi tre anni la dittatura dei colonnelli sembrò granitica, inamovibile. Poi cominciò a scricchiolare. E nel '71, ai funerali di Ghiorgos Seferis, capimmo che non sarebbe durata a lungo. In un ventoso pomeriggio di settembre, sorvegliata da uno schieramento di polizia, una folla d'ateniesi d'ogni età s'era adunata attorno alla piccola chiesa di Aghia-Ekaterini, a Plaka, per onorare il poeta. Seferis aveva avuto un atteggiamento coraggioso nei confronti del regime militare. Nel '69 era riuscito a far giungere in Francia un testo che esprimeva tristezza e disgusto per il pantano in cui i colonnelli avevano trascinato la Grecia: e da allora, il suo essere un premio Nobel non gli aveva risparmiato gli attacchi grossolani della stampa di regime. Quella folla convenuta nei dintorni di Aghia-Ekaterini, alle pendici dell'Acropoli, era quindi lì per una manifestazione politica. Ma benché furente, la polizia non osò disperderla.

Quando la bara del poeta uscì dalla chiesa, la folla intonò un suo poema messo in musica anni prima da Mikis Theodorakis, poi si mosse compatta dietro al feretro verso il cimitero. Fu una scena esaltante. Atene si ridestava, l'opposizione al regime diveniva più intrepida e palese. Ancora tre anni (i più duri: quelli delle raffiche dimitra contro gli studenti, quelli della tortura), e nei caffè ateniesi si sarebbe festeggiato il ritorno alla libertà. Io arrivai in ritardo, sei o sette giorni dopo la caduta della dittatura, ma quando andai per l'aperitivo da Orfanidis i camerieri vollero lo stesso offrirmi il paio di bicchieri che avevo bevuto. (la Repubblica, 26 aprile 2001)

 

 

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