In Argentina con amore

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«Cosa resta a fare un giovane in questa Europa decrepita? Meglio l'America col suo azzardo dell'ignoto: quando piove, chi non ha casa se la trova...». È il 1907 quando Dino Campana fugge da Marradi alla volta di Montevideo e poi dell'Argentina. Una fuga giovanile di cui non esistono fonti certe. Affascinata dalla leggenda e forte della diretta e approfondita conoscenza di una terra che ama e frequenta da sempre, Laura Pariani ha ricostruito le ipotetiche peregrinazioni del poeta dalle rive del Paraná ai bordelli di Rosario fino ai cantieri ferroviari di Bahía Blanca nel suo ultimo romanzo Questo viaggio chiamavamo amore. Dal quale, per gentile concessione dell'autrice, abbiamo scelto i tre brani che seguono.

di Laura Pariani

L'isola galleggiante sul Paraná

Il mattino seguente la barca di Nepomuceno si inoltrò tra isole selvagge e lagune fiorite di grandi ninfee. Un vero labirinto d’acqua. Mandrie di mucche nere, immerse nelle onde fino ai fianchi, pascolavano tra i canneti; di alcune emergevano soltanto la testa e le lunghe corna scure. L’uomo mi spiegò che stavano nell’acqua perché pativano il caldo. E poi aironi, garze, anatre, rane, serpenti d’acqua... C’era da rimanere abbagliati per la ricchezza di colori: oltre a tutti i toni possibili del verde della boscaglia, il giallo scuro dell’acqua, la magnificenza d’oro degli iberá-pitá, il rosso violento dei ceibos, le enormi corolle biancorosa di irupé. Respiravo acqua, profondamente. Anche i pesci erano straordinari: il dorado, color giallo brillante con pinne arancioni; il surubí – grigio a macchie nere, con muso a spatola e lunghi baffi carnosi; l’armado chancho tondeggiante e rosa, con una bocca arcuata sottopancia come i pescecani.

 

La pesca del dorado.

 

E tu Nausicaa – veramente ti chiamavi «Clarita», ma non mi viene naturale usare questo nome, lo trovo assolutamente bizzarro per una come te dalla pelle così negretta – te ne stavi seduta tranquilla sul fondo della barca, le mani immerse nel secchio dove nuotavano le murene che il tuo padrone usava abitualmente come esca. Immobile come una brava bambina, il volto quasi nascosto dalla massa di capelli; un seno semiscoperto, qualche gocciolina di sudore si accendeva sulla piega del collo. In una laguna, l’uomo ti fece scendere in acqua a disincagliare la barca che stentava a farsi largo tra i grovigli di radici delle piante acquatiche. Ero inquieto per te, vista la dentatura temibile di tutti i pesci che abboccavano, e gli chiesi se non fosse pericoloso che tu stessi a lungo nell’acqua.

Lui rise con la sua bocca sdentata: non si capacitava che io mi dessi pensiero per una femmina. Ti aveva portato con sé proprio perché gli servivi nei punti dove il fondale era basso. Eppoi i grossi pesci, sosteneva, non attaccano l’essere umano; l’unico pericolo - ma solo se si sta immobili o si sanguina - era costituito dalle palometas, voraci e aggressive; quanto agli jacaré, stavano nelle lagune più a nord, lì arrivavano di rado. Rideva alle mie paure: che tu fossi in pericolo non gli importava: ti aveva comprata, eri soltanto una serva tuttofare. Sorrideva mostruosamente, in un modo che mi diede mal di stomaco.

Insistetti con Nepomuceno, perché tu tornassi sulla barca. Quando ti porsi la mano per aiutarti a risalire sulla lanchita, alzasti su di me due occhi sbalorditi, così nudi e tesi come quelli di un coniglio sollevato per le orecchie.

 

Le acque color mattone del Paraná

 

Finalmente sbucammo nella parte centrale del Paraná e restai senza fiato per l’immensità del río. Dalle onde color mattone spuntavano tronchi di alberi divelti: rivoltolandosi sporgevano all’aria a volte i rami, a volte le radici nere, e di nuovo scomparivano sotto la superficie dell’acqua. Morse dal fiume, le sponde di terra rossa si sfaldavano precipitando nell’acqua e sollevando forti spruzzi.

Più avanti ancora isole. In un tratto secondario vedemmo venire incontro alla barca un blocco di terra di una decina di metri di lunghezza: la corrente l’aveva appena staccata dalla sponda. Un’isola vera e propria, che correva a tutta velocità: lo strato di terra e erba era ancora compatto intorno alle radici di un albero di ubajay i cui rami brulicavano di chiocciole scure; l’isola era inseguita da un nugolo di uccellini azzurri, che a beccate cercavano di rompere il guscio delle chiocciole. L’isola ci sorpassò scivolando silenziosa verso sud.

Quando negli anni successivi, tornato in Italia, ho cercato di raccontare l’esperienza di quell’isola galleggiante, nessuno ci ha creduto. Piuttosto l’hanno presa come una prova dei miei deliri. Ma tu sai, Nausicaa. Tu eri là. Anche tu l’hai vista.

 

Il Campamento del Mapa

Era l’epoca in cui si misuravano le terre in vista della costruzione di una linea ferroviaria che, partendo da Puerto San Antonio, vicino a Bahia Blanca, doveva arrivare fino a Puerto Deseado nell’estremo sud... Io ci venni perché era l’occasione per vedere la Patagonia di cui tanto avevo sentito favoleggiare.

 

Costruzione della ferrovia nella pampa

 

Una babele quel campamento. Gente di ogni parte, ché bastava l’argomento di conversazione per capire da dove venisse quella gente: gli spagnoli parlavano solo dello strapotere dei preti, i portoghesi della trasformazione del regno in repubblica, gli svizzeri di montagne, gli argentini di duelli al coltello. Si fumava molto e si bevevano litri di mate.

...[fui destinato] a fare l’aiutante cuoco. Il mio compito consisteva nel piantare sugli spiedi pezzi d’agnello per l’asado, nel sorvegliare il fuoco per difenderlo dal vento e nel mescolare con un ramo il pentolone del puchero. Ché il cuoco Matteo preparava l’arrosto al mattino per colazione, insieme al mate e alle gallette, e la sera il bollito, ma sempre di pecora si trattava. Ventun persone eravamo, ma non avanzava mai niente: solo mucchietti di costoline spolpate.

L’unico problema in cucina era la scarsità di acqua, non per niente quella zona la chiamavano «desierto». Alberi pochissimi, struzzi, volpi puzzone e greggi. Mangiavamo in circolo, ciascuno teneva il suo coltello alla cintura, così almeno non c’erano posate da lavare. Quando non arrivava il treno cisterna con l’acqua, bisognava andare fino al río che scorreva a un paio di chilometri. Però stoviglie e strofinacci non diventavano mai puliti: l’acqua era rossastra, torbida come quella de fagioli. Io e l’altro aiuto cuoco, Alvaro, ci recavamo a prenderla con le mule, brutte bestie, veri diavoli in carne e ossaFOTO 5

C’erano anche incombenze più gradevoli. Per esempio, andare alla stazione a prendere la posta, quando arrivava il treno. Spesso ero io l’incaricato, ché me la cavavo bene con i moduli del correo. L’impiegato addetto sapeva leggere a stento, epperciò era di una lentezza esasperante; e per soprassello commetteva un mucchio di errori. Se poi capitavo nel momento in cui aveva deciso di prepararsi un mate, dovevo armarmi di santa pazienza e aspettare almeno un’ora prima che mi desse retta.

 

Puerto Deseado. La vecchia stazione. Terminata nel 1909, è oggi un museo delle ferrovie.

 

Insomma del Campamento del Mapa non ho un brutto ricordo, nonostante il vento patagonico con le sue tempeste di polvere mi mettesse addosso spesso una strana patùrnia. Comunque nel giorno di riposo filavo a Bahía Blanca. Città la chiamavamo, ma era solo un ammucchiarsi di costruzioni basse col tetto piatto, pareti di mattone o legno, capannucce di argilla e paglia, vie perpendicolari, negozi di Ramos generales agli incroci. Pochissime le vie con palazzi veri.

Ci andavo soprattutto per la Biblioteca Rivadavia. Ché per me stare in mezzo ai libri e passarci qualche ora ha sempre significato isolarmi dalla vita opaca, dai conoscenti noiosi che bivaccano al caffè tra chiacchiere inutili, dai sorrisini di compatimento e dalle domande stupide sulla mia aria svagata. Per questo, appena arrivavo a Bahía, sbrigavo in fretta le commissioni che mi erano state affidate, eppoi correvo in biblioteca. Sul piano inclinato del tavolo, mettevo una pigna di libri e li sfogliavo. Poi aprivo il mio quadernetto, ci scrivevo una parola, mi interrompevo mettendomi la matita nell’angolo delle labbra; tornavo a scrivere. Eccosì poco a poco mi calmavo.

 

La stazione ferroviaria di Bahía Blanca

La mia vita dopo il fallimento di Bahía aveva perso di nuovo la sua traiettoria. Che mi restava da fare? Il dente va cavato quando duole. Eccosì andai al porto. Alla stazione, c’era un convoglio che partiva; non ci pensai due volte, chiesi se avessero bisogno di braccia. Sì, volevano un peón, giovane e saldo sulle gambe, per la condotta della caldaia. Fui ingaggiato nel giro di un paio d’ore. Imparai in fretta: mi affiancarono a uno scozzese che era già al decimo viaggio.

 

Bahia Blanca. La torre in stile gotico di «El Castillo». Oggi in disuso, faceva parte della centrale termoelettrica costruita negli anni Venti.

 

Un lavoro faticoso... Quando la macchina è spenta, bisogna prima accendere il forno con legna e stoppacci, poi controllare che la caldaia sia riempita d’acqua al punto giusto. Una volta che il fuoco ha preso bene, si comincia a aggiungere carbone per preparare il cosiddetto «stazionamento», facendo attenzione che la pressione salga lentamente. Il tutto per tre ore. Finché la locomotiva è ferma, è un lavoro che saprebbero fare tutti: devi soltanto lanciare bene la palata di carbone nel portello aperto e rastrellare le scorie coi ganci oppure stuzzicare il fuoco quando sta per spegnersi.

Una volta che però il treno si mette in marcia, la musica cambia. Ché devi passare di continuo dalla locomotiva al carro di appoggio dove stanno l’acqua e il carbone. Il gancio di trazione è solo una catena che oscilla e tu stai in equilibrio con un piede sul tender e l’altro sulla piattaforma della cabina. Eppoi devi tenere sempre d’occhio la caldaia, perché l’acqua non manchi mai. Apri la valvola, ma guai se il forno si raffredda: e allora, dàgli e dàgli a spalare... Alla fine del servizio non sai più quante tonnellate hai buttato in quel maledetto forno. E ovviamente sei nero di polvere, da capo a piedi.

Anche quando il treno si ferma a una cisterna o una carboniera, ci hai il tuo bel daffare. Però nel turno di riposo te la godi intera: con le mani incrociate dietro la nuca, sdraiato su un bancale, il vento del desierto tra i capelli... Ti senti vivo. Ché mentre la macchina trasporta il suo carico puzzolente - Sangre seca de vaca, molida para fertilizante. Cueros. Costillares descarnados... – tu ti rendi conto di essere diverso da tutti: non hai casa o campo a cui restare abbarbicato, sei libero come un uccello. Le stelle fuggono sopra la tua testa, la pampa nera e selvaggia ti abbraccia.

 

Questo viaggio coverLaura Pariani, Questo viaggio chiamavamo amore, Einaudi 2015, 19 euro

Per consultare il sito della scrittrice, clicca qui

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