Italia in vacanza, l’uomo con il gommone giallo

Metello Venè nei primi anni Settanta

 

 

di Metello Venè

 

Saldo nei suoi sandali con calzini, Gian piombò nel gommone. Si guardò un po’ intorno, poi afferrò il timone attaccato al motore, con la manopola per dare gas, e lo mosse di qua e di là a saggiarne la maneggevolezza. Clik, clik, accese i fari anteriori e posteriori che gettarono un debole fascio di luce sull’acqua limacciosa. I grilli frinivano, le rane gracidavano. Il signor Camoli e i proprietari dell’albergo, dopo velati tentativi di dissuasione, guardavano perplessi. Liuné fece appena in tempo a dire «Gian, ma è proprio il caso?», che con gesto deciso papà tirò la leva d’accensione e diede vita all’Evinrude. «Premmmmm!». Mi cadde ovviamente l’occhio sul tubo di scappamento, che nei fuoribordo è un insignificante pistolino che sputa più acqua che fumo. Ma fu un attimo perché il gommone si staccò lentamente dal pontile e, con mio padre seduto sul suo soffice bordo, si allontanò scoppiettante nella notte.

Dieci minuti dopo eravamo tutti sul ponte dell’Aurelia sotto cui scorre il canale. Da una parte scorgevamo il faro anteriore del gommone che si avvicinava lento, dall’altra non si vedeva nulla, più che altro si sentiva una voce, voce di mare incazzato. Avevo un po’ di paura. Cercavo di sdrammatizzare. Quando ci passò sotto facendo ciao con la manona senza unghie urlai «Gli è il mi’ babbo in quel guscio di noce!», come Pinocchio quando avvista Geppetto in mare. Il signor Camoli e i proprietari dell’albergo avevano l’aria preoccupata, e così mia madre. Di suo marito in quel preciso istante non restava che un fanalino rosso nella notte, che si faceva sempre più fioco mano a mano che si avvicinava alla foce. «Ma che, è matto?», disse qualcuno. Mi girai. Sul ponte si era radunato un gruppetto di curiosi, tutti con gli occhi fissi su quel puntino di luce. «Il mare è brutto stasera. Gli è un pescatore?». E cosa cavolo gli rispondevo, che no, che era un giornalista col gommone nuovo? Restai in silenzio. Avevo il cuore in gola e in quel momento non facevo caso nemmeno ad Annarosa, che stava accanto a me e diceva «mamma mia!» con quella sua voce quasi da donna nonostante avesse dodici anni. Stava per accadere qualcosa.

 

 

Metello Venè tra le braccia del papà, lo scrittore e giornalista Gian Franco

 

 

E infatti qualcosa accadde. All’improvviso il puntino rosso ebbe uno scarto. Schizzò verso l’alto. Una, due, tre volte. Fece su e giù come il pennino di un sismografo impazzito. Poi sparì. Urlammo, tutti quanti. Mi sentii morire. Pregai: fa che non muoia. La Maserati del signor Camoli fece tuonare i suoi quattro tubi di scappamento cromati, ci accolse sui sedili scomodi in pelle beige e sgommò verso l’ingresso della spiaggia più vicina alla foce. Corremmo con le scarpe piene di sabbia verso gli scogli artificiali che costeggiavano il canale, dove le onde si infrangevano furiose. Già pensavo a un vita senza papà: a dieci anni è un pensiero tremendo. «Gian! Gianfrancoooooo!», urlava mia madre. «Venéeeeeeeeeeeee!», le facevano eco Camoli e signora. Niente. Mio padre nuotava bene, ma chi sarebbe riuscito a nuotare in quell’inferno.

Intanto alla spiaggia arrivava un sacco di gente, si era sparsa la voce del temerario col gommone giallo. Lo so che tu avresti chiamato la polizia con il tuo cellulare, ma allora i cellulari non c’erano. Mi dicevo che avrei rinunciato a tutto pur di veder ricomparire vivo il temerario col gommone, ai miei giochi, alle mie macchinine, anche ad Annarosa. Mi consolò un pensiero fugace: via lui, via le scenate. Ma non feci in tempo a pentirmene perché laggiù, verso gli enormi cubi di cemento, il fascio di luce di una torcia disegnò qualcosa. La sagoma di un braccio alzato, e poi una testa, e poi un uomo nero che sorgeva lento tra i flutti. «Giaaaaaaaan!» «Papàaaaaaaaa». Non gli ero mai corso incontro così, inciampando tra gli scogli, felice di saltargli addosso. Ce l’aveva fatta. Buttandogli cumuli di asciugamani sul bianco torso nudo, con la mamma che gli frizionava la testa e la signora Camoli che gli fregava energicamente le mani ghiacciate, ascoltammo rapiti la cronaca di come avesse incontrato la morte riuscendo però a far finta di non conoscerla.

 

 

Metello Venè con i figli Francesca e Tommaso

 

 

Un’ondata lo aveva semplicemente spinto contro le rocce dove era rimasto a infradiciarsi fino al nostro arrivo, ancora a bordo dello Zodiac, ma lui seppe trasformare quella brutta figura in un’epico duello tra l’Uomo e il Mare. Dove si narra di un solitario navigatore travolto dall’onda anomala «e quindi sì, sono finito in acqua, ma con una mano sono riuscito a trattenere il gommone e a trascinarlo verso riva». Uauu! Praticamente, un eroe. Ne avrebbero parlato tutti, il giorno dopo. E infatti la mattina seguente, quando mi recai in bicicletta all’edicola sul lungomare per comprare Giorno, Corriere, Unità e Topolino per l’eroe che ancora si leccava le ferite tra le lenzuola, ne stavano giusto parlando. «Ieri sera un deficiente a momenti ci lasciava la pelle» confidava il giornalaio al cliente che mi precedeva. Meno male, nessuno l’aveva riconosciuto. (Da Il marciapiede lungo di Metello Venè, Edizioni dell’Orso)

 

 

Metello Vené oggi

 

L'autore
Metello Venè (Milano, 1961), giornalista, ha cominciato l’attività poco più che ventenne scrivendo per il quotidiano Il Giorno. È stato per vari anni inviato speciale del mensile Airone e collaboratore di noti quotidiani e settimanali tra cui Sette del Corriere della Sera, Il Foglio, D di Repubblica, Io Donna e Panorama. Dal 2004 lavora stabilmente nella redazione del settimanale Dipiù occupandosi di cronaca, costume e attualità. Nel 1993 ha scritto il libro Attrazione bestiale (Sperling & Kupfer). Suo padre era lo scrittore e giornalista de L’Europeo Gian Franco Venè (1935-1992).

 

 

La copertina del libro

 

 

Il libro
Un bambino di nove anni in preda a un capriccio isterico; il padre, separato dalla moglie, che cerca di consolarlo. Poi la frase, improvvisa, tagliente, che il piccolo sussurra tra le lacrime: «Voglio morire». È un attimo. Il papà si specchia nel figlio, torna bambino, ripercorre d’un fiato profondi disagi che a propria volta ha vissuto: il difficile rapporto infantile con il padre Gian, il «Grande Giornalista», vissuto all’insegna del distacco e della violenza psicologica in famiglia; l’adolescenza marchiata a fuoco dalla mancanza della figura paterna; la maturità, che proprio nel momento del riavvicinamento e della ritrovata armonia familiare si trova a fare i conti con un beffardo destino. Un viaggio nei ricordi e nelle emozioni per svelare i segreti della psicologia maschile e metterne a nudo vizi e debolezze, che sembrano trasmettersi inalterati di generazione in generazione.

Un estratto
«Ti parlo, e mentre parlo scrivo, e tu quasi non te ne accorgi perché la tastiera del computer non fa rumore. Quando ero piccolo io il computer non esisteva: c’era la macchina per scrivere. La macchina per scrivere è un odioso oggetto dove i tasti li devi picchiare a fondo, con rabbia. La macchina per scrivere è un odioso oggetto che mi ha rubato il papà: ero convinto che volesse più bene a lei che a me. Per lei l’ho visto piangere. Su di lei l’ho sentito bestemmiare. Ci parlava, ci litigava, la batteva usando soltanto gli indici, i suoi duri indici senza unghie, al ritmo forsennato della mitragliatrice».

Nessun commento ancora

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi