La primavera-esteta di Bruce Chatwin

Lo scrittore Bruce Chatwin

Fu un vero viaggiatore? È stato un vero scrittore? O l'ultimo vero dandy? A 38 anni dall'uscita del libro di culto In Patagonia, Burberry dedica a Bruce Chatwin la collezione primavera-estate. Un buon pre-testo per rileggersi il testo di Susannah Clapp.

di Masolino d'Amico
In un racconto di O. Henry un dandy incontentabile, famoso per le sue cravatte e i suoi gilet, scompare improvvisamente, e dopo anni un amico lo incontra per caso bonzo in un eremo dell’Himalaya. «Come sei finito qui?», gli mormora mentre quello passa in processione. E l’altro, fra i denti: «Ma non vedi che meraviglia il punto di giallo di questa tonaca? Senza contare che quando ti siedi non fa le borse alle ginocchia…».

Bruce Chatwin mi ha sempre fatto pensare a questo aneddoto inventato, e nelle ultime pagine dell’arguto, intelligente, vivace nonché informatissimo ritratto dedicato allo scrittore-viaggiatore da Susannah Clapp, che fu sua amica nonché editor, ho avuto la conferma che non sbagliavo. «Chatwin aveva preso lezioni di dottrina dal pope di Oxford, e a volte diceva che avrebbe voluto diventare un monaco, e che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di tornare al monte Athos; spesso, nel delirio, ripeteva che avrebbe riguadagnato la salute strisciando come un silenzioso gatto nero fra le mura bianche di un monastero».

L’esteta qui gestiva la sua malattia, preparandosi a una uscita adeguata. Se non con pochi amici, si rifiutava di ammettere di essere divorato dall’Aids (era sempre stato reticentissimo sulla propria vita sessuale), e fino a quando gli fu possibile continuò non solo a lavorare – Utz fu scritto durante gli ultimi stadi dell’infermità – ma a spostarsi, magari piombando in carrozzella alle feste, emaciato al punto che le scarpe gli scivolavano dai piedi.

Dopo studi troppo insoddisfacenti per consentirgli l’ammissione a Oxford, Chatwin, primogenito di una famiglia borghese dell’Inghilterra provinciale, aveva scoperto uno dei suoi talenti, l’occhio infallibile, quando fu assunto da Sotheby’s: bruciando le tappe, il commesso diventò un’autorità in fatto di attribuzioni, sviluppando anche il gusto degli oggetti rari e con un loro passato. Ma a 25 anni e malgrado radiose prospettive di carriera, Chatwin si stufò dei traffici e delle tensioni di quell’ambiente, si sposò (con una americana errabonda come lui, che sarebbe rimasta la sua principale alleata malgrado e forse grazie alle loro lunghe separazioni), e si iscrisse all’Università di Edimburgo per studiare archeologia.

 

La sfilata della collezione uomo primavera-estate di Burberry

 

Dopo un paio di anni capì che neanche questa era la sua strada, e cominciò a collaborare al supplemento a colori del Sunday Times, con interviste a persone famose, dove sfogava il suo snobismo, e viaggi, che gli rivelarono la sua vocazione. Da tempo progettava un libro sui nomadi, che non completò mai; ora, dopo una gavetta di giornalista di concetto, ci fu la famosa fuga in Patagonia, da cui nacque il libro che lo lanciò e del quale la Clapp, all’epoca incaricata di seguirlo, racconta la genesi. Di propri libri Chatwin ne avrebbe curati personalmente altri cinque: Il viceré di Ouida, Le vie dei canti, Sulla collina nera, Utz, Che ci faccio qui (ci sono poi altre raccolte postume): tutti basati sui suoi viaggi, o su avvenimenti in luoghi lontani e insoliti, tranne Sulla collina nera, che come osserva la Clapp è il contrario esatto, la storia di due gemelli che non si muovono mai dalla loro fattoria nel Galles.

Il nomadismo, ossia l’incapacità di restare in un luogo, fu la costante della sua esistenza, anche teorizzata pedagogicamente; ma fu un nomadismo di gusto squisito, con zainetti di cuoio fatti su misura e calzoni corti del colore più adatto ai capelli biondi. A una spedizione in India si presentò, secondo un compagno, con un numero di valigie degno della Garbo, contenenti fra l’altro un pigiama di seta per dormire in treno. Nel racconto della Clapp, che non ne minimizza i difetti, l’uomo, o meglio l’eterno fanciullo, fu seducente, bisessuale, capriccioso, logorroico, maniacale sia nei periodi francescani, quando si spogliava di tutto meno pochissimi oggetti di eleganza suprema, sia in quelli del collezionismo e dell’accumulo; fu anche poco affidabile come testimone, ma infinitamente stimolante nell’evocazione di mondi lontani e ancora raggiungibili, soprattutto capace di vedere, scegliere, assorbire e riferire, con insaziabile e contagiosa avidità.

 

Nel backstage di Burberry

 

Che ci fanno loro qui? Vestiremo alla Bruce Chatwin? Burberry ci spera.

 

Né come scrittore né come esploratore, e forse nemmeno come vero eccentrico, vale il suo predecessore Robert Byron, anch’egli almeno una volta tradotto per Adelphi: ma a renderlo prezioso è proprio il fatto di avere attraversato la nostra epoca, minacciata dall’estinzione di tutto quello che è bello e storico molto più di qualsiasi altra, stimolando tanti a guardare come lui e a trovare la bellezza ancora presente nel paesaggio più remoto come nel manufatto più umile, senza pregiudizi e senza limiti. (Tuttolibri-La Stampa, 30 luglio 1998)

 

Con ChatwinSusannah Clapp, Con Chatwin, Adelphi

Nessun commento ancora

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi