Luzzara, a tavola con Zavattini

Luzzara fotografata da Filippo Tosi ottobre 2015 © 28
 

 
testo di Valentina Fortichiari - foto di Filippo Tosi

 

Correvano ricordi in ogni angolo del paese, a Luzzara, nella giornata di sabato 19 settembre dedicata a Cesare Zavattini, per altro nato in questo paese della Bassa emiliana il 20 settembre 1902. Ricordi della sua genialità multiforme (scrittore, poeta, pittore, uomo di cinema e di teatro, inventore di idee generosamente regalate e sperperate), della sua esuberanza sonora, tipica dei luzzaresi, della sua arte, capace di guardare il mondo con lo stupore di occhi «bambini» e un'anima adulta. Forse non tutti sanno che Za è stato anche un accanito gourmet, amante della buona tavola, sempre condivisa con amici, persino sperimentatore di ricette a modo suo.

Con l'immancabile basco sulla pelata, le giacche informi più grandi di lui, le mani piccole, bianche, occupava tutto lo spazio terreno ma sapeva volare alto, a cavalcioni sulla scopa delle fiabe e dei sogni commoventi che ci ha regalato (vedi il film neorealista Miracolo a Milano), scendendone precipitosamente quando si trattava di difendere a oltranza l'uguaglianza meravigliosa di tutti gli uomini. Un basco identico al suo lo regalò a Gabriel Garcia Marquez, che con quello si fece seppellire, grato sino all'ultimo respiro per le suggestioni, gli insegnamenti, la magia del racconto di cui Za gli fece dono duraturo e sensibile in tutta la sua opera fantasiosa.

Probabilmente offrì anche a lui, come a tutti coloro che passavano da via Sant'Angela Merici a Roma, il lambrusco col grana, schegge di grana come dovettero sembrare le prime storielle che Valentino Bompiani si gustò al primo incontro, destinate all'esordio di Parliamo tanto di me (1931), ma con le quali l'Editore lo rimandò a casa per «impastarle», insieme ai suggerimenti giusti di chi intravide subito un grande narratore.

 

 

Luzzara fotografata da Filippo Tosi ottobre 2015 © 23

 

 

Quando avevo nove anni, i miei genitori mi mandarono ospite d'estate da Cesare e Olga Zavattini a Luzzara, dove abitavano a due passi dalla piazza centrale con la torre del luccio, nella casa che qualcuno mi ha miracolosamente aperto, pur oggi disabitata, regalandomi emozioni indicibili. Le dimensioni mi sono parse ora rimpicciolite, com'è ovvio, il cortile giardino è pur stato ridotto da un muro, ma in quei luoghi, dove tutto poteva allora apparirmi davvero un sogno, passavano persone come Alberto Sordi, De Sica e altri che non potevo conoscere. Sono invece netti i ricordi delle grandi mangiate che si facevano.

Con mia sorpresa ebbi la fortuna di seguire Za in un'unica serata speciale, con la consueta compagnia di festanti amici luzzaresi: il menu comprendeva - immancabilmente - spalla cotta, ciccioli, grana, tortelli di zucca, cioppe di pane ferrarese, schiacciatine («chissoline») e via di questo passo. Il tutto accompagnato da lambrusco amabile. Di solito stavo con le donne di casa e tanti bambini rumorosi, che Olga cercava invano di zittire quando Za era ispirato, nel suo studio. Oppure andavo a fare picnic a Po, con le ragazze, la figlia Milli, la Mafalda, le quali, per stare tranquille in compagnia dei loro fidanzati, mi spedivano a recuperare dalle biciclette, lasciate lontanissime nella radura, il bottino di pane e salame, da divorare dopo la nuotata. Rientrai in città in auto dopo neanche due mesi: al volante, il critico cinematografico Guido Aristarco; parlarono fitto tutto il tempo, lui e Za.

In macchina, silenziosa ad ascoltare sul sedile posteriore, qualcosa si fece strada dentro di me, un primo barlume di consapevolezza: avevo bruciato anni di vita in poche settimane, cresciuta di colpo, mentre le mie gambe sbucciate e graffiate (sui covoni di fieno) avrebbero allarmato mia madre che quasi non mi avrebbe riconosciuta, tanto mi ero lasciata alle spalle la composta milanesità. Nelle interminabili giornate di quella estate selvaggia, durante la quale mi tolsi le scarpe e andai sempre a piedi nudi per il paese, nella campagna, a Po, ogni volta che mi accadeva di spiare Za al suo tavolo di lavoro, concentrato e corrugato a pensare e a scrivere, capivo vagamente chi doveva essere quello zio certamente famoso, e che cosa avesse in testa.

 

 

Luzzara fotografata da Filippo Tosi ottobre 2015 © 20

 

 

Molti anni dopo, in un'estate di fine anni Settanta, nella sua casa romana, lavoravo insieme a Za al Diario cinematografico. La sera, eludendo la sorveglianza di sua madre, la famosa nonna Ida (morì ultracentenaria), o di sua moglie, e barricandosi in cucina, Za cucinava per me e i miei cugini. Il suo piatto preferito, in veste di cuoco improvvisato, erano le cotolette: guardavo con apprensione sciogliersi in padella sfrigolando un intero panetto di burro, dove avrebbe messo a galleggiare le orecchie d'elefante con l'osso. La notte, incubi mi facevano visita al solo pensiero di quel burro fuso. In compenso, aveva predisposto nel congelatore (adorava le bibite ghiacciate) una bottiglia di lambrusco, riempita per metà di gassosa. Eravamo curiosi di saggiarne l'aroma insolito e sicuramente dissetante, se soltanto Za fosse riuscito a versarci qualche goccia dal compatto blocco di ghiaccio di colore amaranto, che stentava a tornare liquido, pur nel caldo delle notti romane.

Quando era ospite di sua sorella Ida, che aveva una casa estiva a Cerreto Alpi, borgo sull'Appennino in provincia di Reggio Emilia, lo stomaco messo a dura prova dalle mitiche mangiate Za se lo curava con una composta di mele tosche, un toccasana di cui avrebbe persino voluto brevettare ricetta e marchio doc. Quando scopriva qualcosa di esaltante, Za non mancava di cantarne le lodi, arrivando persino a scriverne una Ballata.

Non è dunque difficile intuire di che entità e qualità, nonché elevato contenuto calorico a dispetto di ogni regola salutistica, sia stato il menu zavattiniano, a coronamento di una intensa giornata di passeggiate, tappe nei luoghi più significativi del suo paese, racconti e resoconti del suo mondo, presentazioni di libri, incontri in Biblioteca quanto mai «caldi» di umore luzzarese.

 

 

Luzzara fotografata da Filippo Tosi ottobre 2015 © 4

 

 

La cena si è svolta presso La Cantoniera, a Via Villa Superiore 30, sulla Statale N62, proprio dov'era una volta la Casa Cantoniera appunto. Un ristorante nato da poco, un luogo suggestivo, dove ci eravamo intrattenuti all'aperto, sotto una tettoia ombrosa (e un solleone incredibile), anche a mezzogiorno. A Za sarebbe piaciuto, ma sono certa che, con l'alzare dei calici colmi del suo rosso preferito, alla sua salute e memoria, lui abbia sorriso sornione, come faceva di solito, con il lungo faccione a luna, tante volte autoritratto.

Abbiamo iniziato con gli immancabili salumi misti e subito un lambrusco amabile del 2008. Lo stesso che mi sono affrettata a versare nel brodo caldo coi cappelletti: non mi sono alzata in piedi, com'era usanza nelle campagne, e come rigorosamente faceva mio padre la notte della vigilia di Natale, o come faceva lo stesso Za quasi sempre, a ricordo dei contadini che, infreddoliti, ancora col tabarro addosso, venivano accolti dalle razdore emiliane, le mogli, sulla soglia di casa, col 'bever'in vin' (nel dialetto che amo) perché brodo e vino con cappelletti di carne formano una miscela unica e potente per riscaldarsi.

Al risotto di zucca (magnifico) e ai quattro (sic) tortelli di zucca offerti dalla cuoca unicamente a me su espressa richiesta, si accompagnava un lambrusco più secco del 2012. Il concerto gastronomico, già eccellente, ha raggiunto note elevate con l'arrivo del secondo: luccio sfilettato in verdure (non lo avevo mai mangiato, sublime), polenta e spalla cotta. Un'armonia di sapori indescrivibile. Ed ecco il finale, in crescendo: succo d'uva con zabaione, com'era solito mangiare Za (e come sa bene anche Arneo, titolare del ristorante Nizzoli a Villastrada, l'imperatore della zucca, tanto affezionato a Za da averne ereditato bicicletta, testi, fotografie), e torta sbrisolona. Ma sapete che altro ancora ci hanno portato? L'immancabile bottiglietta di gassosa, che Za usava mescolare al lambrusco. E con quella, brindando, ho strizzato l'occhio a Za che da dietro una porta ci guardava, rosso in viso, tra timidezza e esaltazione.

 

 

Luzzara fotografata da Filippo Tosi ottobre 2015 © 16

 

 

Postilla redazionale. Valentina ha rievocato, con parole più suggestive di tante immagini, una Luzzara che oggi non esiste più. Non si potevano rovinare i suoi straordinari ricordi con foto prosaiche o banalmente didascaliche. Che senso poteva avere, per esempio, fotografare il caffè dei genitori di Zavattini, oggi sede di una banca o la sua casa somigliante a tante altre? Perciò Filippo ha cercato di ritrovare lo spirito del grande scrittore nella gente e in certe atmosfere di paese. Aggiungendovi elementi di attualità, come la barista cinese e gli avventori pakistani. Credo abbia lavorato bene. Una didascalia era però inevitabile: via del Teatro è stata ribattezzata pochi giorni fa, ora è intitolata a Paul Strand, cui Luzzara deve la sua fama mondiale. Era il 1953 quando il grande fotografo americano entrò in città. Sono passati sessantadue anni. L’era ura.

 

 

Luzzara oggi (fotogalleria)

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