Milano on my mind

Piazza Duomo negli anni Settanta
 


di Massimo Fini

 

Massimo Fini ha abitato a Milano fin dalla primissima infanzia. È la sua città. Ovviamente nel tempo Milano è cambiata moltissimo come tutte le grandi città italiane. Ma molto più di Firenze, di Palermo, di Genova, di Torino e della stessa Roma che anche nel centro, anzi forse soprattutto nel centro, conserva ancora un tono popolano che a Milano è scomparso da tempo. Roma, nonostante l’invasione turistica, che sta distruggendo tutte le città d’arte italiane, è rimasta romana, Milano non è più milanese. «Si dice che siano rimasti 300 mila milanesi doc.

Ma io non li vedo, non sento parlare dialetto, ma piuttosto, oltre all’inglese, l’arabo, il giapponese, il cinese, il portoghese e gli infiniti idiomi di quella che un tempo era l’Africa nera che in qualche caso riesco a distinguere perché da quelle parti, prima che fossero definitivamente compromesse dall’intrusione occidentale, ho passato parecchio tempo, per lavoro e non».

 

San Donato Milanese. Veduta di Metanopoli e del primo palazzo uffici Eni, progetto degli architetti Marcello Nizzoli e Gian Mario Olivieri, 1960 circa.

 

Milano è stata l’avanguardia della modernizzazione italiana e quindi delle profonde trasformazioni, industriali, imprenditoriali, urbanistiche, sociali, antropologiche che avrebbero cambiato il volto del nostro Paese. È stato Mattei a creare Metanopoli capendo la centralità che avrebbe assunto l’energia in un’Italia che da agricola stava diventando industriale. E sulla scia di Mattei è stato Giovanni Borghi, il patron della Ignis, a inventarsi la «rivoluzione del bianco» (frigorifero, lavatrice, lavastoviglie) intuendo come i consumi sarebbero cambiati e l’importan-za che avrebbero assunto.

Giovanni Borghi era un self-made man di Varese, naïf, preso bonariamente in giro dalla borghesia meneghina più radicata perché ostentava la propria ricchezza («S’el custa? Cumpri mi»), cosa allora considerata disdicevole, ma dell’imprenditore milanese, oltre al linguaggio e all’inesausta brama di fare i «danee», aveva la capacità d’inventiva e di iniziativa.

La Pirelli esisteva dai primi del Novecento, ma è stato Leopoldo ad affiancare alla tradizionale produzione dei pneumatici quella dei cavi a fibra ottica capendo, con un paio di decenni di anticipo su Internet, che l’informazione sarebbe diventata globale. C’era anche, in quegli imprenditori, una venatura umanistica e di generosità da «Milan dal cœur in man».

 

Il motel Agip a Metanopoli

 

I Crespi, i padroni del «Corriere della Sera», avevano costruito a Trezzo d’Adda, per i loro operai, l’omonimo villaggio, un gioiello oggi praticamente abbandonato. Ma il simbolo di questo «capitalismo dal volto umano» fu Adriano Olivetti con la sua «città ideale» creata intorno alla fabbrica di Ivrea. Qui usciamo dall’area lombarda ma rimaniamo pur sempre al nord e comunque le teste pensanti dell’Olivetti (spesso letterati o addirittura poeti come Giovanni Giudici) stavano nel centro di Milano, in via Clerici.

Angelo Rizzoli senior pubblicò la «Bur», edizioni supereconomiche dei grandi classici su cui la generazione di Fini si è formata. «Anche Rizzoli era uno che si era fatto da sé, che veniva dal nulla, un ex “Martinitt”, totalmente incolto (diceva “Quel Tolstoj lì che sarebbe poi il Dostoevskij”) ma aveva una qualità indispensabile all’imprenditore, che suo figlio e soprattutto suo nipote, Angelo Rizzoli jr., non avrebbero ereditato: sapeva scegliere i collaboratori. Poiché non aveva potuto farsi una cultura voleva che anche i poveri avessero questa opportunità. Con la «Bur» naturalmente ci perdeva ma si rifiutava di ammetterlo. C’era in Rizzoli anche una voglia di scherzo, di gioco.

Arturo Tofanelli, il direttore di «Tempo Illustrato», si era trovato per le mani il pacchetto della Dolce vita di Fellini (allora i giornalisti erano molto più legati al mondo artistico di quanto non lo siano ora). Intuiva che si trattava di un capolavoro, ma non aveva i soldi per produrlo da solo. Andò da Angelo Rizzoli e gli propose di fare a metà. «Non se ne parla neanche. O tutto io o niente».

 

Il produttore Angelo Rizzoli, Federico Fellini e Anita Ekberg in un caffè di via Veneto, durante una pausa delle riprese del film «La Dolce Vita» (1960)

 

Tofanelli si rigirò per tre notti nel letto. Era stato sposato un paio di volte, aveva varie amanti, figli e alla fine cedette. La dolce vita ebbe il successo che ebbe, pietra miliare nella storia del cinema italiano. Mi raccontò Tofanelli: «Ogni volta che, andando a Roma, incontravo, in treno o in aereo, Angelo Rizzoli lui tirava fuori dal taschino della giacca un rotolino di carta, lo svolgeva e diceva “Caro Arturo, alla data odierna i vostri mancati guadagni ammontano a...”». Di questo tipo erano molti degli imprenditori del dopoguerra. Simpatiche canaglie. Abili. E alle volte nemmeno canaglie. Poi sono arrivati i manager».

Con un’inchiesta dei primi Ottanta su Milano 2 Fini raccontò l’humus da cui dieci anni dopo sarebbe nato il berlusconismo. Insomma per un giornalista Milano era un osservatorio privilegiato per tastare i mutamenti della società italiana. Cosa che Fini ha fatto in decine, forse centinaia, di articoli. Ma quasi sempre, e in crescendo, in chiave negativa. «Passato è bello» lo aveva soprannominato con affettuosa ironia il suo fraterno amico Walter Tobagi intuendone la natura più profonda (c’è il fondato sospetto, suffragato dal suo libro Ragazzo, che a vent’anni Fini già rimpiangesse i tempi in cui ne aveva sedici). La Milano che gli è rimasta nella mente, anzi nel cuore, è quindi quella della sua infanzia e adolescenza. Una Milano dei «bei tempi andati». L’antimodernismo – che sarà il tema portante di tanti suoi libri – ce l’aveva già dentro, prima che lo scoprisse.

Una tipica casa di ringhiera

La Milano dei Cinquanta era una città di quartieri. Popolari, ovviamente, quelli di periferia, la Barona, Baggio, Greco, Gorla, Affori. Ma popolari in qualche misura erano anche alcuni quartieri del centro, come il Garibaldi e Brera oggi economicamente inavvicinabili, dove le carte si mischiavano. Al Garibaldi abitavano Pirelli e il suo operaio. Con la differenza che Pirelli stava in un palazzo di Caccia Dominioni, l’operaio in una casa di ringhiera.

A Brera, prima che diventasse un baraccone per turisti, insieme alla gente del popolo circolavano gli artisti, Crippa, Dova, Fontana, Munari and company, che, anche se già noti erano poveri, come i loro omologhi parigini degli anni Trenta, e a mangiare andavano in latteria, dalle mitiche sorelle Pirovini in via San Marco. Gli affitti erano bassi e alla portata di tutte le tasche, o quasi. Milano era una città interclassista e questo mischiarsi di ceti, sociali e intellettuali, la rendeva feconda.

Il quartiere era come un villaggio. Il «ghisa», un bel «giovanotto», come si diceva allora, alto, prestante, disarmato, milanese da generazioni, conosceva tutti ed era un’autorità indiscussa chiamato a dirimere ogni sorta di questioni.

L’altro giorno ho chiesto a una vigilessa, bassa e tarchiata, che non stava dirigendo il traffico ma era sul marciapiede a fare non so bene cosa, l’indicazione per piazzale Baracca. «E che ne sacciu?». «Sa allora dove posso trovare un posteggio taxi?». «E che ne sacciu?». Ma anche i tassisti, categoria tradizionalmente meneghina ora spodestata dagli immigrati, a furia di usare il gps non conoscono più le strade e le vie di Milano nemmeno quelle del centro, quelle belle vie rievocate da Alberto Savinio in Ascolto il tuo cuore, città o, recentemente, in Psycoarte, un bel libro di Alessandra Manuela Filippi e Luca Steffenoni. Basta un senso unico per mandarli in tilt e le indicazioni le chiedono a te.

 

A Milano i vigili urbani li chiamano «ghisa»

 

Anche il commissario di zona, che come il «ghisa» ci conosceva uno ad uno, famiglia per famiglia, era una figura importante. Qualche anno fa, mentre stavo scrivendo, suona il citofono. È la portinaia: «C’è la polizia. stanno salendo». Vado ad aprire: sono tre «pulotti». «Dobbiamo fare una perquisizione». Io sono laureato in Giurisprudenza ma poi quando le cose riguardano me non so bene quali sono i miei diritti. «Cerchiamo Benso Fini». «Beh, se lo trovate mi fate un piacere perché è morto da più di trent’anni. Posso chiedere il motivo? Qual è il capo d’imputazione?». «Falsificazione di marchio industriale». «Fate pure. Io intanto continuo a scrivere perché devo consegnare un articolo». Quando entrano in sala, foderata di libri, vedo che rimangono un po’ perplessi. Telefonano al Pm di Firenze, ma non c’è. «Lei ha un garage?». «Sì, vi ci porto».

Nel garage c’è solo la mia macchina. «Ha una cantina?». «Certo, ma non ci entro da anni e non ho le chiavi. Sfondate pure la porta». «Sfondare la porta? No no...». Cosa era successo? sull’agenda di un trafficante di Firenze avevano trovato il mio numero ma senza il nome. Probabilmente il tipo aveva trascritto male il numero. La cosa finì a tarallucci e vino e i tre, dopo aver perso un paio d’ore, se ne andarono con la coda fra le gambe. Se ci fosse stato il vecchio commissario di quartiere gli avrebbe spiegato, conoscendomi, che potevo essere sospettato di assassinio, di stupro o di altri delitti ma mai di «falsificazione di marchio industriale» perché è la cosa più lontana dalla mia persona.

Lo stadio di San Siro in una cartolina degli anni Cinquanta

Tutti giocavamo a calcio. Lo sci lo conoscevano solo quelli che vivevano in montagna, il tennis era sport da ricchi o da raccattapalle, in qualche liceo la palestra aveva il campo da basket con i canestri, ma era uno sport ancora molto americano e poco frequentato da noi.

La mattina di domenica si guardava il cielo, se faceva bel- lo e non c’era proprio un «classico» (Inter-Milan o Inter-Juve «il derby d’Italia») si scendeva al Bar Sport di sotto, si prendevano i biglietti e si andava allo stadio. Oppure si compravano direttamente lì, agli sportelli, o dai «bagarini». Non c’era la «tessera del tifoso», non c’erano i tornelli. Non c’erano le «curve» organizzate. Certo, si creavano delle aggregazioni spontanee. Io tenevo al Torino, già falciato dalla tragedia di Superga. All’estremo angolo della curva (quella di sinistra guardando dalla Tribuna d’Onore) c’era, immancabilmente, uno striscione «Forza Toro. I fedelissimi di Milano». Patetico e commovente perché a Milano, anche grazie alla sudditanza psicologica degli arbitri, le buscavamo sempre. Tranne una volta. Era il 1953.

Giocavamo contro la fortissima Inter di Foni che avrebbe vinto il campionato come l’anno precedente. Foni si era inventato il «catenaccio», l’Inter segnava, poi si chiudeva a testuggine in difesa e la partita era finita. Segnò anche quella volta, nei primi minuti. Ma il Torino, a sorpresa, pareggiò. Poi facemmo il 2-1. L’Inter si avventò furente e mugghiante contro di noi tutti schierati in difesa. Fu una battaglia, un corpo a corpo feroce. A me i giocatori del Toro sembravano più piccoli di quelli dell’Inter. Mi sembravano dei bambini, come me. Finì 1-3. È stata una delle più grandi gioie della mia vita.

Questi bizantinismi inutili come la «tessera del tifoso» sono tipicamente italiani. sono stato abbastanza di recente al Camp Nou a vedere il Barcellona dove gioca il mio nuovo idolo, Iniesta, «Don Andrés», un signore in campo e fuori. sulle ramblas c’è uno stand del Barça, si comprano i biglietti e si va allo stadio. Mi pare, ma posso ricordar male, che non ci siano neanche i tornelli. Eppure in Spagna il calcio è importante quanto da noi.

Nel 1953 i miei decisero di lasciare via Washington, la casa della mia infanzia, a quattro piani ancora mezza diroccata dalla guerra, solare e con dietro un giardino un po’ selvaggio dove c’erano tanti animaletti interessanti e anche delle pantegane enormi che vivevano nelle cantine ma a volte si facevano vedere anche fuori.

Per risolvere questo problema dei topi gli inquilini avevano pensato di acquistare un gatto e metterlo a presidio nelle cantine. Il giorno dopo fu trovato morto. Allora ne presero uno molto più grosso. Miagolò, disperato, tutta la notte. Allora ne presero uno veramente enorme, una specie di tigre più che un gatto. Il giorno dopo le pantegane erano scomparse, se l’erano filata da qualche altra parte. Non so se questa storia sia tutta vera. Me la raccontò mia madre che, come tutti i russi, era una bugiarda impenitente.

 

Il quartiere Isola prima della «riqualificazione». La passerella che da via Borsieri portava in corso Como. Foto di gabriele basilico del 1978

 

Ci trasferimmo in una zona più centrale, nei pressi di piazza della Repubblica, a due passi dalla stazione, ma era anche vicina alla cosiddetta «Isola di Milano», una serie di terrain vague al posto dei quali oggi ci sono degli assurdi e orribili grattacieli. Noi andavamo lì a giocare. Al pallone, a darci battaglia fra bande rivali, a fare a cazzotti. C’erano però delle regole precise, solo pugni e niente calci, se uno cadeva a terra non poteva essere toccato finché non si rialzava, quando l’incidente pareva più serio del solito ci fermavamo tutti, amici e avversari, per soccorrerlo. Per molti di noi la vera educazione è nata sulla strada. L’unico rischio era di mettere il piede su qualche ordigno inesploso. Ma a noi non accadde mai. In qualche altra zona di Milano, simile all’«Isola», e ce n’erano parecchie, qualche bambino ci ha rimesso un piede, una gamba, una mano e a volte la vita.

Eravamo liberi. I nostri genitori non erano costretti, come oggi che l’intera città è ricoperta dal cemento (eppure l’architetto Van der Velde lo aveva detto già ai primi del Novecento: «Una città è fatta di pieni ma anche di vuoti»), a mandarci a corsi di nuoto, di tennis, a lezioni di piano, per tenerci impegnati. Facevamo da noi. Tutto era semplice, molto più semplice.

Nella Milano dei Cinquanta, a parte una sottile striscia di borghesia ricca che aveva il buon gusto, il buon senso e anche l’astuzia di non ostentare, di non farsi notare (come fanno tuttora gli svizzeri), eravamo tutti poveri, molto più poveri di quanto non lo si sia in questi anni in cui non si sentono altro che lamenti. Ma eravamo allegri. Per il semplice fatto che eravamo usciti vivi dalla guerra (parlo degli adulti, per me, bambino, il problema non si poneva neppure).

 

I tram erano verde smog e Alemagna era un marchio milanese doc

 

I tram erano zeppi fino all’inverosimile, con la gente stipata sui predellini e qualcuno anche attaccato al troller didietro. Oggi in una situazione del genere interverrebbe la volante. Ma chi era scampato ai bombardamenti angloamericani e ai rastrellamenti dei tedeschi non aveva certo paura di farsi «la bua» cadendo dal tram. Si cercava di godersi la vita, per quello che si poteva.

Tutti fumavano, nazionali semplici, quelle blu, o esportazione, quelle verdi, oppure, soprattutto fra gli operai o per chi sentiva il fascino della bohème francese, molto presente in quegli anni, le fortissime Gauloises senza filtro (blu) o le ancora più micidiali Gitanes (gialle). si fumava nei cinema, nei bar, nelle balere, in strada, ovunque. L’Humphrey Bogart di Casablanca, perennemente con la sigaretta in bocca, un po’ di sbieco, era un mito. Il terrorismo diagnostico era di là da venire. vivevamo meno? Può darsi. Ma vivevamo meglio, con una maggiore spensieratezza.

Le case editrici, Rizzoli, Mondadori, Bompiani, e i giornali stavano tutti in centro e le riunioni di redazione si facevano in trattoria. Oggi la Rizzoli sta a Crescenzago, la Bompiani in via Mecenate vicino all’aeroporto, la Mondadori a Segrate. Molti anni fa mi capitò di accompagnare Fellini e di stare con lui quasi tutto il giorno e anche la sera. Mi chiese di fargli conoscere Milano. Capivo che non voleva vedere il Duomo ma qualcosa di «felliniano».

Lo portai a vedere, di notte, da un certo cavalcavia il cimitero di Greco che con i lumini accesi fa un certo effetto e sempre da un cavalcavia le file dei binari che vengono dalla stazione Garibaldi, in un punto in cui si intrecciano, in una landa deserta. un luogo ideale per un thriller con protagonista il giovane Delon. Lo portai anche a Rogoredo. Era la notte di un’estate molto calda.

 

MILANO 06 Mag 1980 - CINEMA ARCADIA IN VIALE MONTE NERO ANNO 1980 p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

 

Dal terreno salivano delle fiammelle, una si divideva in due come Diomede e Ulisse nell’Inferno di Dante. «È anche questo un cimitero e quelle sono le anime dei morti?» mi chiese Federico. «No, sotto c’è una discarica e quelle fiammelle credo siano delle emanazioni di zolfo». Ma ciò che più lo impressionò fu il palazzo della Mondadori costruito da poco, opera di Niemeyer che vedemmo in pieno giorno. Ci si arriva attraverso una stretta passerella di cemento che divide due laghetti abitati da delle carpe enormi che certamente hanno inghiottito parecchi giornalisti.

Il palazzo sostenuto a dieci metri da terra da delle possenti colonne è un blocco unico di vetrocemento, senza una finestra né tantomeno un balcone. Gli uomini che vi passeggiano sotto appaiono minuscoli, ininfluenti. «Se fosse un tempio azteco sarebbe splendido – disse Fellini – ma pensare che ci vivano degli uomini...». «Non per nulla Brasilia, la capitale del Brasile, ideata da Niemeyer, ha il più alto tasso di suicidi al mondo» (adesso i cinesi hanno superato Brasilia, costruiscono enormi città dove non abita nessuno). «Tu ci hai lavorato qui?» chiese Federico. «No, ma vi ho visto spegnersi delle belle intelligenze. È una company town, dentro c’è tutto, giornalaio, tabaccaio, boutiques, alimentari. Ma fuori è il deserto. se hai bisogno di una camicia devi comprarla qui».

 

Giangiacomo Feltrinelli, Uwe Johnson ed Enrico Filippini al Circolo Turati di Milano l'11 novembre 1961

 

Gli uomini di cultura, scrittori, giornalisti, pittori, bazzica- vano il centro della città. Poi c’erano la Casa della cultura, comunista, il Circolo Turati, socialista, e la sera i locali di Brera, il Giamaica, l’Angolo, e quelli intorno al «Corriere della Sera», El Tombon de San Marc e, soprattutto, Oreste, dove tutti incontravano tutti. Questi luoghi di aggregazione culturale e mondana sono spariti anche nelle altre città. A Firenze, alle Giubbe Rosse o da Paszkowski non trovi gli eredi dei grandi intellettuali e artisti che resero famosi questi locali, né gli americani colti (che quando son colti lo sono ad altissimo livello), ma un turismo cheap. Idem al Florian di Venezia dove il fantasma di Oscar Wilde sembra guardare, un po’ disgustato, gli avventori. Ma nemmeno Roma se la cava tanto bene da questo punto di vista.

Via Veneto non esiste più, il mitico Café de Paris, dove si trovavano Fellini, Flaiano, Sergio Amidei e tutto quel giro lì, qualche anno fa è stato chiuso per un po’ di tempo perché infestato dai topi. Il Caffè Greco, in via Condotti, non ha più senso. L’Hotel Plaza, che ha il più bel salone Liberty d’Italia, e che fino ai primissimi anni Novanta era almeno animato dai leader socialisti (ma Craxi stava al Raphael), prima è stato invaso da orde di giapponesi, quando lo yen era forte, poi è diventato un luogo anonimo. Come Rosati a piazza del Popolo da cui ascoltai, insieme a Sergio Amidei, un memorabile comizio di Pietro Nenni (A Milano, in piazza del Duomo assistetti ad un affascinante comizio di Riccardo Lombardi che lo iniziò con una citazione dalla Peste di Camus).

Quando finivamo di giocare a poker verso le quattro del mattino, dopo aver tirato all’estenuazione gli ultimi e fatidici «tre giri» fissi, non passati e rilanciati (se nessuno apriva non contava, se tutti scappavano al rilancio del buiante o del controbuiante non contava, la mano doveva essere giocata), affamati come lupi dopo sette ore di whisky e di fumo, potevamo scegliere fra almeno venti ristoranti, dalla bettola più malfamata al locale di lusso. In genere andavamo nei luoghi della «mala» che sono i più sicuri. Intendo la «mala» cantata dalla Vanoni che ha resistito fino agli anni di Vallanzasca compreso. Un paio di anni fa sono stato a cena a casa di Renato, con una collega, Cristiana Lodi.

 

L'arresto di Renato Vallanzasca nwel 1972, la prima volta in carcere del Bel René

 

Non è più il «bel René», ha la bocca sfasciata, cicatrici, ma dopo quarant’anni di carcere, undici in isolamento, è ancora lui. Gli ho tastato i bicipiti. sono duri come sasso. Ma non farebbe più male a una mosca. Mi ha raccontato, ridendo, che la prima volta che, dopo decenni, gli avevano dato un permesso, ha inforcato la bicicletta ed è caduto subito. Non ci sapeva più andare. Ultimamente è diventato persino patetico con quel maldestro furto al supermarket, indegno della sua straordinaria e affascinante storia di bandito.

La vecchia ‘mala’ milanese, con i suoi codici d’onore, è stata sostituita dalla mafia calabrese che però ha alzato il livello, si occupa di affari finanziari e in giro non si vede. Come, a Milano, fuori dai palazzi istituzionali e delle cerimonie d’uso non si vedono, e non si sono mai visti, gli uomini politici, nemmeno un consigliere comunale in un cine.

A Milano c’erano cento cinema di terza visione sparsi nei vari quartieri della città. Ognuno nell’arco della settimana dava il western, il giallo, il poliziesco, quello di guerra, il polpettone storico americano e un film di qualità, un paio di mesi dopo l’uscita in prima. Io ho visto La dolce vita, barando sull’età (avevo sedici anni), in un cinema del «Giambellino del Cerutti Gino». Non c’era bisogno di andare al d’essai, l’Orchidea di via Terraggio. Tutti i ragazzi della mia generazione si sono educati, filmicamente parlando, nei cine di terza, pagando niente. Eppoi era un modo per conoscere altre zone della città e mentalità e abitudini diverse. Perché il quartiere era un microcosmo e ognuno era diverso dall’altro, come Verona è diversa da Padova, Padova da Vicenza, Vicenza da Treviso, Treviso da Rovigo.

 

Via Giambellino subito dopo la guerra

 

Oggi la «terza» non esiste più e nemmeno il monolocale. Ne sono rimasti due, il Palestrina e il Santa Maria Beltrade, ma spariranno anche loro, tagliati fuori dal digitale che non possono reggere economicamente.

Oggi a Milano dopo le due non c’è più un ristorante aperto. A Bari dopo le due di notte trovi almeno quattro pizzerie. C’è solo l’eccezione delle Capannelle, credo fuorilegge, non a caso sta a fianco di San Vittore, che tiene aperto fino alle sette del mattino. Bisogna andarci verso le tre di notte per trovarvi i resti dell’antica «mala» e l’inesausta fauna degli inquieti. Come sempre in questi posti, come intorno ai pochi «baracchini» rimasti dove si radunano i balordi, gli ubriachi, le poche puttane che stanno ancora sulla strada, i «travesta», gli insonni e chi lavora di notte, i gestori hanno un tratto garbato con cui però riescono a tenere a bada questa clientela non sempre rassicurante.

Intorno a quei baracchini poteva capitare di essere abbordati da un noto scrittore omosessuale che ti offriva centomila lire, una cifra enorme per allora, se ti lasciavi fare un pompino. Oggi non si corrono questi rischi elettrizzanti. Gli uomini di cultura, o presunti tali, sono in genere funzionari di qualche casa editrice che stanno tutto il giorno in quelle aziende quasi fuori città e la sera, dopo mezz’ora di traffico milanese, tornano a casa e si stravaccano sul divano a guardare la tv. Come tutti.

Nella Milano dei miei anni giovanili, brulicante, di giorno, in centro, di intellettuali di ogni genere, anche un ragazzo senz’arte né parte come ero io poteva avere incontri inaspettati e meno inquietanti di quelli notturni.

 

Una prostituta in via Vittor Pisani alla fine degli anni Cinquanta, dopo l'abolizione delle «case chiuse» nel 1958

 

Un pomeriggio ero in una libreria di via Manzoni e stavo sfogliando un libro, Lo straniero di Camus. Mi si avvicina un signore sulla cinquantina, i capelli a spazzola, brizzolato. «Perché ti interessa questo libro?». «Mah, non so, lo stavo solo sfogliando». Pareva incuriosito e chiacchierammo per una decina di minuti. Quando uscì chiesi al commesso: «Chi è quello lì?». «Ma come, non lo sai? È Elio Vittorini».

Lo straniero, curiosamente, sarà anche il tramite della mia amicizia con Aldo Grasso, il critico televisivo del «Corriere». Ma a parti invertite. Lo incontrai su un autobus che ci portava ai Bagni Umberto di Savona, bagni familiari con una rotonda umbertina che farebbe gola ai Vanzina, dove entrambi abbiamo passato l’infanzia, l’adolescenza e la primissima giovinezza. Lui aveva tredici anni, io diciannove. Ho sempre avuto la sindrome di Pigmalione. Aveva in mano Lo straniero. E come Vittorini, gli chiesi: «Perché ti interessa questo libro?».

Cominciò così un legame che dura tutt’oggi. Anche se Aldo, originario di Sale Langhe, è un ligure-piemontese, spinoso, chiuso, riservato, «stundaiu» si dice in dialetto e di solito sono io a telefonargli, quasi sempre per parlare delle disgrazie del Torino, il nostro amato «Toro». L’ho visto sciogliersi una sola volta, piangere come un bambino quando, guardando insieme, a casa sua, un derby di parecchi anni fa, la Giuve a pochi minuti dalla fine sbagliò un rigore decisivo, assicurandoci il pareggio che era la nostra massima aspirazione.

 

Operaio alla Pirelli

 

Le fabbriche, la Pirelli, la Borletti, l’Innocenti, l’Alfa Romeo, la Richard Ginori (Milano, a differenza di Torino, non è mai stata né economicamente né culturalmente monopolista) stavano ai bordi della città, come sentinelle operose, segnandone i confini esterni, così come le antiche Porte, Porta Romana, Porta Ticinese («Porta Cicca»), Porta Venezia, Porta Ludovica, Porta Nuova, ne segnano quelli interni. I milanesi han sempre lavorato sodo, peggio: gli piace lavorare, «ruscare» come si dice in dialetto. C’è in loro un doverismo che è l’impronta data dalla borghesia, finché è esistita, sostituita poi dall’alta finanza, dai brasseurs d’affaires e da ogni sorta di trafficanti. Forse sono anche un po’ pirla o dei «pistola» come canta il menestrello Jannacci: «Va quel lì, el gh’ha la dona che la rola (che batte, ndr), el dev ess on poo on pistola/ Ah? saria mi el pistola?/ El pistola te se ti. Te ghe la mié de mantegni, te lavoret tutti el dì». E c’è il sospetto che siano pirla da sempre.

Milano è l’unica grande città europea a non avere un fiume, Roma ha il Tevere, Firenze l’Arno, Torino il Po, Parigi la Senna, Londra il Tamigi, Praga la Moldava, Vienna, Budapest e Belgrado il Danubio, Berlino la Sprea, Amburgo l’Elba. Milano ha l’Olona. uno dei primi servizi che ho fatto per «L’Avanti!», nel 1971, riguardava proprio l’Olona. Che fosse una fogna a cielo aperto non c’eran dubbi: dalle sue acque violacee saliva un odore putrido. Ma era venuto il so- spetto che potesse essere anche radioattivo. Fu mandato un tecnico che si mise al polso una sorta di orologio, uno strumento sofisticatissimo che captava anche la minima radiazione. Si tolse la giacca, arrotolò la camicia sul braccio villoso e lo immerse nell’acqua. Quando lo tirò fuori cacciò un urlo: non aveva più un pelo.

 

Terno secco. La nebbia, il Duomo, il «ghisa»

 

Come sia venuto in mente a della gente di costruire una città in una pianura nebbiosa, afosa, umida senza avere acqua (prima che ci pensasse Leonardo) è un mistero. Che ho cercato di chiarire chiedendo a geografi e storici. La sola risposta che mi hanno saputo dare è che Milano (Mediolanum) era la via più diretta per raggiungere la Gallia Transalpina, l’odierna Francia. Ma a soli trenta chilometri c’è Pavia che sta su uno dei più bei fiumi d’Italia, il Ticino che è sulla stessa direttrice. E non per nulla i Longobardi, che non erano pirla, ne fecero la loro capitale.

Milano fino al 2003 non ha avuto un depuratore. Per molto tempo non ce n’era stato bisogno grazie all’ingegnoso sistema delle «marcite» una serie di campi a sud della città su cui si deposita il liquame e, di marcita in marcita, al Ticino arrivava un’acqua che si sarebbe potuta bere. Nei primi anni Ottanta feci per «Pagina» un’inchiesta sui rifiuti. Fra le altre cose mi calai nelle fogne di Milano, uno stupendo manufatto in mattoni rossi, con arcate, cunicoli, ponti. Oltre a un onesto ma modesto odor di merda si sentivano ogni tanto delle zaffate chimiche.

Dopo mezz’ora che ci aggiravamo in quella affascinante città sotterranea chiesi al tecnico che mi accompagnava come mai non si fosse visto ancora un topo. «Sono spariti da parecchi anni. Non tollerano gli scarichi dei laboratori e dei detersivi». Naturalmente la chimica ha bruciato le marcite, mentre la merda le concimava, e così anche questo sistema naturale di depurazione è saltato.

 

Operaio durante la pausa pranzo negli anni Cinquanta

 

La lotta di classe in quegli anni era una cosa seria. Ma negli operai milanesi, socialisti più che comunisti, c’era un certo rispetto per i «padroni», purché «ruscassero», naturalmente. Il clima cambierà completamente col Sessantotto e con gli immigrati dal sud specialisti nella lagna. Per una quindicina d’anni ho seguito i «disoccupati organizzati» di Napoli, erano sempre gli stessi, vestiti meglio di me, ma non ci vuol molto, e finita la manifestazione e girato l’angolo salivano su macchine tipo Bmw. una volta a Zapping dissi che se avessi avuto la possibilità di un’altra vita avrei voluto nascere «disoccupato organizzato». Ne nacque un putiferio. Più o meno lo stesso quando, sempre a Zapping, alla notizia dell’uccisione di due missionari in un Paese dell’Africa nera, commentai: «Beh, se li hanno uccisi qualche ragione ci sarà stata».

Ricordo un colloquio con Antonio Pizzinato, socialista, segretario generale della Cgil fra il 1986 e il 1988 (era troppo una brava persona per durare in quell’incarico più di un paio d’anni) che aveva lavorato alla Borletti e come sindacalista di punta aveva condotto, senza sconti, dure lotte contro i proprietari. Ma aveva grande rispetto, e mi sembrò di cogliere anche una sfumatura d’affetto, per i Borletti. «Entravano in azienda un’ora prima degli altri e ne uscivano un’ora dopo».

Anche i rampolli delle grandi famiglie imprenditoriali dovevano fare la gavetta. E non era una finta. Angelo Rizzoli Junior, mio antico compagno di scuola al Berchet, mi ha raccontato questo aneddoto: «Un venerdì pomeriggio, verso le quattro e mezza, entro nell’ufficio di mio nonno: “Cumenda, lo chiamavamo così anche in famiglia, vado a Saint Moritz e vorrei partire adesso perché se lo faccio fra un’ora trovo la coda del weekend”. “Se tu pensi di poter uscire un’ora prima degli altri, allora puoi anche non ripresentarti lunedì”».

 

Manifestazione di operai della Breda

 

Gli operai abitavano quasi sempre vicino alla fabbrica. Quartiere e fabbrica creavano una comunità solidale e molto compatta. Qualche anno fa Daniele Vimercati invitò Fausto Bertinotti alla sua trasmissione, Iceberg. Per fargli piacere gli fece vedere il quartiere di Greco-Pirelli dove Bertinotti è nato e aveva vissuto in giovinezza e ascoltare le interviste agli antichi amici e compagni che vi erano rimasti e rievocavano i vecchi tempi. Ne veniva fuori un mondo semplice, di valori forti, povero ma dignitoso. Bertinotti si commosse. Gli dissi: «Fausto, non era meglio allora?». Ma i geni marxisti che sono in lui gli impedivano di ammettere l’indecenza longanesiana che «si stava meglio quando si stava peggio».

L’interclassismo di Milano è stato spazzato via dal boom economico. I ceti popolari, non potendo più permettersi gli affitti di una città diventata improvvisamente carissima, sono stati sbattuti nell’immenso hinterland che a nord si estende per chilometri, quasi fino ai laghi, dove i paesi del paese hanno solo il nome, ma non c’è un centro, una piazza e a volte nemmeno una chiesa.

L’hinterland respira addosso alla città, soffocandola col milione di persone che vi entrano ogni giorno per ritornare la sera da dove sono venute. Una mia amica di Verona, dove pare che non si sia perso il gusto di divertirsi (ah, Il Ponte dove ogni notte ne succedono di tutti i colori), Francesca Roveda, che lavora a Rtl, mi prende scherzosamente in giro: «Ma quando lavorano i milanesi, se sono sempre in macchina?».

 

A Milano si dice «tampinare»

 

Diversamente da Roma per le strade non si fa flanella. I passanti van di fretta, tirano dritto, con obbiettivi di lavoro precisi e inderogabili, il cellulare attaccato all’orecchio e l’iPod sulla pancia come un marsupio.

Sì, a Milano si è sempre lavorato, ma non con questa nevrosi che fra impiego e spostamenti di giorno e la tv la sera, ti toglie il fiato e non ti lascia nemmeno un pertugio per te stesso e per la vita.

Per gli immigrati che venivano dal sud, dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Calabria, in cerca di lavoro perché non potevano più vivere della loro agricoltura accerchiata dall’industrializzazione, furono costruiti, in tutta fretta, fra la metà dei Sessanta e i settanta, i quartieri dormitorio, il Gratosoglio e il Gallaratese.

Nel 1982 feci per «Il Giorno» un’inchiesta sul Gratosoglio di cui restituisco qui l’inizio: «A chi, venendo da Milano, percorre il Naviglio Pavese, il Gratosoglio appare quasi all’improvviso sulla sinistra, al di là di un’esigua lingua di campagna degradata, dopo le ultime case di ringhiera di via Chiesa Rossa. È il punto migliore per avere una visione d’insieme di questo quartiere satellite che fu progettato e costruito a metà degli anni Sessanta dal prestigioso studio Bbpr (Banfi, Belgioioso, Peressutti e Rogers).

Su un fronte di poche centinaia di metri si stagliano settanta enormi parallelepipedi rossi alti dodici piani, identici, alcuni staccati l’uno dall’altro e simmetricamente allineati, altri uniti in lunghi serpentoni. Ma su questa fungaia di falansteri, sovrastandoli, nella prospettiva, di una buona spanna, si ergono, come sinistri iddii di un incubo suburbano, otto impressionanti e smisurati sarcofaghi bianchi, di un bianco calcinoso e spettrale, alti diciotto piani. Sono le cosiddette «torri» di via Barona il cuore del Gratosoglio».

 

Le torri bianche del Gratosoglio, costruite tra il 1963 e il 1971

 

Non c’era una pizzeria, un bar, un luogo di ritrovo. Al piano terra, dove gli architetti avevano immaginato che sarebbero sorti dei negozi, c’erano, al loro posto, degli antri bui pieni di siringhe. Il 70% dei ragazzi era coinvolto nella droga. Da allora qualcosa è cambiato, ma non di molto.

Tutto è cresciuto, molto velocemente, sotto i nostri occhi ma senza che ne cogliessimo il significato. Quando raggiunsi la maggiore età, i fatidici ventun anni, me ne andai da casa non sopportando più le angherie di mia madre. Vivevo in un grigio palazzone, con le facciate laterali cieche, senza finestre, in via Novara all’estrema periferia ovest di Milano. C’erano ancora gli «orti di guerra» da quelle parti. Però nella trattoria di sotto, con un cameriere spastico, si mangiava a 200 lire, vino compreso (Quando avevo vinto a poker me ne andavo invece alla Magolfa, sui Navigli, a sentire i menestrelli molti dei quali sarebbero poi passati al Derby diventando famosi. Lì la cena si pagava 750 lire, un costo normalmente proibitivo per le mie tasche).

 

Quelli del Derby. Da sinistra, Thole, Abatantuono, Jannacci, Di Francesco, Porcaro, Boldi e Faletti

 

Vicino a via Novara c’erano gli ippodromi del galoppo, del trotto, le piste di allenamento e una decina di cascine ancora vive, abitate, perché i contadini traevano dai campi quanto bastava per il loro sostentamento. Io andavo a studiare la mattina presto alla pista della Maura che teneva i cancelli aperti (oggi la «security» ti respingerebbe a fucilate). Era bello stare lì a leggere e sentire il galoppo dei cavalli, le grida di incitamento dei fantini e i colpi di frusta.

Un giorno, alla fine di un’estate di vacanza, alzai lo sguardo e vidi, al di là della pista, una trentina di grattacieli. In pochi mesi era nato il Gallaratese. Molti anni dopo, a metà degli Ottanta, il Comune decise di abbattere le cascine e di costruire sui loro terreni le solite schifezze. Ci fu battaglia. vi partecipai anch’io, che allora scrivevo per «Il Giorno» sostenendo i comitati di quartiere. Abbattere una cascina a Milano è come abbattere una pieve in Toscana. Ma non fu questo a far desistere il Comune. si ritenne che se non gli uomini almeno i cavalli avevano bisogno di respirare. Ma alcuni danni «collaterali» erano già stati fatti.

Io da quelle parti ci andavo in bici proprio per respirare un’aria un po’ più pulita. un pomeriggio vidi che sui terreni dell’antica scuderia De Montel erano stati costruiti, quasi da un giorno all’altro, com’era avvenuto vent’anni prima per il Gallaratese, sei edifici cilindrici, rosa, di sei piani ciascuno. Era la mano di salvatore Ligresti. Il caso volle che poco tempo dopo mi trovassi a colloquio, per un’intervista, con Carlo Tognoli, il sindaco. Gli dissi di quegli orrori.

«Tognolino» abbassò un attimo gli occhi, poi rispose: «Vuol dire che il piano regolatore lo consente». Sì, peccato che il piano fosse stato cambiato ad uso del costruttore siciliano, con un trucchetto semplice semplice di cui parleremo diffusamente più avanti.

Adesso che l’ippica è in grave crisi si sta pensando di abbattere ippodromi, piste, cascine e quella cittadella medioevale, con artieri, sellai e altri artigiani, che raccoglieva la maggior parte delle scuderie e dove vidi, in un box fatto apposta per lui, il fuoriclasse Ribot con la sua capretta. Colerà altro cemento. Poco importa, tanto l’Expo ha già provveduto a tappare tutti i buchi, a colmare gli ultimi «vuoti», per dirla con Van de Velde, rimasti alla città.

 

La pista della Maura assediata dagli ecomostri

 

Dopo il Gratosoglio e il Gallaratese, negli anni settanta e nei primi Ottanta, sarebbero nate Milano 2 e Milano 3 le cittadelle costruite da Berlusconi per un ceto medio ansioso di promozione sociale. Un ceto medio che, pur di marcare una qualche distanza, è disposto a vivere in un luogo spaesante, senza storia, senza vita, con la sua asettica razionalità, il famigerato «verde» che non si può calpestare, le strade tutte uguali, la gente tutta uguale.

Ed è questa uguaglianza, proprio nel momento in cui si cerca di segnare una diversità, di trovare un’individualità se non un’identità (questa può essere solo, quando c’è, un fatto interiore), a frustrare gli abitanti di Milano 2 o di altri ghetti di lusso cresciuti intorno alla città: «Prendiamo, per esempio, un abitante di Milano 2, quartiere ricco, che la mattina, quando si alza e apre le finestre vede ventimila o trentamila individui identici a lui, con le stesse macchine tendenzialmente lussuose, gli stessi vestiti griffati, gli stessi gadget, le stesse facce, perché alla lunga si finisce anche per rassomigliarsi fisicamente, come il cane al suo padrone o viceversa. E allora, sto a Milano 2, c’ho giù il “verde” e, perdio, ci porto almeno il cane a pisciare. Ma non un cane normale, eh no – mai visto un bastardino a Milano 2, li cacciano a fucilate i guardiani delle garitte mandandoli verso Segrate il quartiere povero e sfigato – ma un gigantesco San Bernardo, un labrador, un alano, un husky polare, un levriere dai nobili lombi di sesta generazione. Ma ecco che poco dopo, sul verde, anche l’odiato vicino ha il suo levriere dalla genealogia forse ancor più aristocratica e bisogna ricominciare tutto da capo» (dall’opera teatrale Cyrano, se vi pare...).

In quell’inchiesta su Milano 2, che ho riproposto nel mio libro Senz’anima col titolo «All’alba di un mondo nuovo», scoprivo l’humus, sociale e culturale, da cui sarebbe nato una decina di anni dopo il berlusconismo.

Non più città di quartieri, non più interclassista, divisa in ghetti, sia in periferia che in centro, Milano ha perso il senso di essere una comunità. I supermarket e i grandi empori di Armani o di Krizia, spazzando via i negozietti, hanno concluso l’opera di spersonalizzazione. Via via spariscono le drogherie, le mercerie, i fruttivendoli, i macellai, i salumieri, i casalinghi, i ferramenta e tutte le botteghe artigiane che una volta erano la caratteristica e il vanto di questa città. Se hai bisogno di un martello non devi cercarlo nella tua zona ma su Internet.

 

Il bar dell'Osteria del Biliardo, che si trovava nei locali della storica Cooperativa Sempre Uniti di Affori

 

La domenica i milanesi che non si sparano a Saint Moritz o a Gstaad, trovando le stesse persone che hanno lasciato in città, per cercare un po’ di calore vanno all’Ikea di Corsico.
C’è poi la solitudine degli anziani, lo stacco con le generazioni più giovani, fenomeno comune a tutte le grandi città europee. E anche questo è dovuto al cambiamento strutturale delle metropoli, all’urbanistica, agli appartamenti dalle piccole dimensioni sfruttati fino all’osso dove non si possono tenere il nonno o i genitori e, appena se ne presenta l’occasione, o la necessità, li si sbatte in un gerontocomio. E anche a un cambiamento di mentalità.

Nella Milano dei bei dì, nella Milano «on my mind», non c’era quasi un bar che non avesse un biliardo e, dietro, una saletta dove si giocava a poker, a ramino pokerato, a tressette «ciapa no» senza che a nessun «pulotto» venisse in mente di ficcare il naso. E al biliardo o a poker giocavano, insieme, giovani e anziani. Adesso il retrobottega «peccaminoso» è scomparso e, a parte qualche circolo per professionisti o quasi, nessun bar ha più un biliardo. Ho chiesto al gestore, Dino, di un bar in cui mi rifugio, che non è «trendy», non è zeppo di escort accalappiacani, non ha pretese, un bar normale insomma dove si possono fare quattro chiacchiere alla buona, perché non ci siano più i biliardi. «Occupano troppo spazio e rendono poco rispetto alle slot appiccicate alle pareti». Business is business.

Nel 1960 entrai per la prima volta, col mio amico Giagi, in un supermarket. Ci sembrò il Paese di Bengodi. Era invece il Cavallo di Troia entrato in città e che ci avrebbe tolto, per sempre, l’innocenza. (Tratto da Una vita. Un libro per tutto o per nessuno di Massimo Fini, pubblicato per gentile concessione dell'editore Marsilio)

 

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La copertina

Massimo Fini, Una vita. Un libro per tutto o per nessuno, Marsilio Editori, 252 p. 17 euro

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  1. complimenti, il tipo di foto che vorrei scattare quando faccio i miei giri con la macchina fotografica

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