Parigi, Montmartre la falsa

Montmartre 2

 

 

 

Un reportage all’apparenza datato, ma attuale nella sostanza, scritto in un italiano piacevolmente obsoleto, dello scrittore trevigiano Giovanni Comisso (1895-1969).

 

 
di Giovanni Comisso

La canzone di Montmartre quest'anno comincia così:

Place Blanche… toujours est dimanche…

La suonano a tutti gli angoli delle strade le orchestrine, tra gli alberi del Boulevard di Clichy, gli organi delle giostre folli di cavallini tra il rosa dei fari, poi tutti la fischiettano. Venne lanciata dal Moulin Rouge. Delizioso è ascoltare il lancio delle canzoni di minor fortuna sotto gli archi della metropolitana di Barbès-Rochechuart, o deove la ferrovia esce di sotterra. Gli archi bassi danno l'aspetto di grotte, due lampade ad acetilene illuminano in volto suonatori e cantanti. Vi sono violini, un violoncello e delle armoniche: ne viene fuori una musica leggera e profondamente triste: una donna grassa con un cappello a veli e a piume, occhi chiari, piena, dal volto di porcellana, afferra il megafono e incomincia a cantare:

embaumé des fleurs des jasmins…

E il verso accompagnato dalla musica e dal brusio delle strade già si sente indimenticabile con la dolcezza tutta parigina della sera brumosa, un giorno lontano. I suonatori di armoniche chinano la testa infastiditi agli occhi dalla luce tagliente. Ogni tanto qualcuno si stacca dalla folla che ascolta, si disperde e ricanta la canzone.

La parte bassa di Montmartre è formata dai boulevards di Clichy e di Rochechouart con le tre piazze: Clichy, Blanche e Pigalle. Tra gli alberi vi sono baracche di tiro a segno, del tiro con gli anelli, di fotografi, giostre e lungo i consumatissimi marciapiedi: caffè, boîtes, music hall, dancing, bar, cinematografi, restaurants e qualche farmacia che per non essere da meno degli altri in giochi di luce, espone grandi vasi di vetro pieni di liquidi rosa o blu.

Su, sulla collina, vi è il paesetto di Montmartre, con casette quasi rustiche, piazzette e violetti oscuri e un’aria viva di vento, diversa da quella di tutta la città, fresca come fossimo veramente all’aperto. Quassù nelle boîtes a uso degli americani è mantenuta ancora in piedi la vecchia vita dei bohémiens. Tutto è falso, ma con molto buon gusto. Al Lapin Agile, una capanna da pastori, vi è anche un vecchio portinaio, folle, che urla dalla porta mostrando al chiaro di luna la sua barba bianca. Dentro, falsi bohémiens recitano favole di la Fontaine, con accento inglese per sfottere i presenti e poesie di Verlaine e di Baudelaire che ci riprendono con emozione. Vecchie cantanti cacciate dai teatri, sostenute da impasti di bacche e di rossetti, con una voce tutta modulata a toni giovanili, cantano canzoni del ‘600.

 

 
Montmartre 1
 

 

Sulla cima del colle si alza l’orrenda chiesa del Sacro Cuore, dove nella notte di Natale tante migliaia di giovani puri vanno a comunicarsi con le braccia in croce, attraversando gli oscuri quartieri del piacere sfrenato. Cupole ovoidali, porticati e terrazze: un misto di architettura da bagno turco e da padiglione per esposizioni. La notte tenta di occultarla. La notte rossa di Parigi. Tutta l’aria attorno sopra la città è imbevuta del riverbero dei fari e delle réclames luminose. La città si stende con una profondità di mare, giù dal declivio, lontano a perdita d’occhio, si vedono luci che si alternano come segnali di secche e altre come di piroscafi naviganti.

Ripassando per le stradette di Saints Rustique e Gabriel si scopre che sono inconfondibili con altre, sono così profondamente della vecchia Parigi romantica, così da nulla, ma uniche al mondo. Viene voglia di sfiorarle con le mani. Rivediamo vecchie illustrazioni di romanzi letti nell’infanzia e scenari di opere e operette intese una volta. Istintiva ci risuona una voce che canta:

dipingo quei guerrieri sulla facciata…

Le casette ànno proprio prospettive di quinte. Grande parte della nostra anima di europei fu legata per buon tempo a questi vicoli oscuri, dove i comignoli innumerevoli rendono irti i tetti spioventi. Ci commuoviamo ancora per i tremiti dei nostri padri al motivo:

ma per fortuna
è una notte di luna

Il vento e il silenzio ci riportano verso i Boulevards dove la vita si è deposta, come una schiuma al ritiro della marea. Ma qui ogni angolo è un oceano.

Le insegne stesse dei caffè e dei restaurants sono eloquenti più di titoli di libri: Au clair de lune. Aux noctambules. À l’abris du moulin. La vita qui comincia alle dieci di sera e termina alle due di mattina. Le vecchie boîtes: Le chat noir, L’enfer, Au néant, sono tutte trappole scempie ormai forse neanche più frequentate dai provinciali. Ma strano una sera, l’ultima sera di carnevale, dinanzi alla porta semiaperta della boîte Au néant, incuriosita a spiare si è vista una signora in lutto, con tale aria fiduciosa di potere scoprire tra i macabri trofei dio sa quale risoluzione del problema dell’aldilà, impostole per la prima volta forse da una recente sciagura. Quella sera di carnevale tutti erano mascherati per le strade di Montmartre ed era curioso vedere tra la vivace allegria delle maschere, dei negri signorili o cenciosi passare avviliti o quasi vergognosi di avere un volto che poteva essere preso per artificiale. Ma dove l’oceano è più profondo, è al Claire de lune.

 

 
Montmartre 3
 

 

Qui la vita è fuori del tempo, quindi fuori di ogni legge. Gli agenti di polizia vedono ogni cosa, ma arricciandosi i baffi pare chiedano scusa di essere lì a testimoniare. Sono ciechi come le statue. Dentro, al suo solito posto, vi è una donna che pare sia famosa per i suoi servizi. Da tutte le parti del mondo le scrivono con pseudonimi comicissimi pregandola di preparare gli elementi necessari per passare bene un soggiorno a Parigi. Ò visto nelle sue mani una cartolina con il panorama dell’Università di Columbia dove dopo molti rimpianti si dava per certo l’arrivo a Parigi in primavera e sotto era firmato: un étui à cigarettes. Si chiese se era uno studente. «No», rispose quasi inorridita dalla nostra ingenuità, «è un professore».

Madame Bijou, questo è il suo nome, a causa dei molti gioielli falsi che porta da per tutto e le grandi file di perle che fanno del suo petto un altare pavesato a gala. Vecchia, massiccia nella testa imbevuta di belletti viola e rossi, sotto a un cappello informe per i veli con i quali cerca di dare ombra alle rughe, feroce e attenta nello sguardo, forte nel mento, squadra e domina chiunque entra o esce: gigolos, donne stranieri. Siede in permanenza dalle dieci a notte tarda, accanto alla vetrata che dà sulla strada. Quando questa donna dà la mano si sente prima la pelle, poi un poco di carne e poi le ossa, così nitidamente separate che pare abbia due paia di guanti sul nudo scheletro della mano.

Se di giorno si ripassa per Place Pigalle non la si riconosce più. Tutti i giochi di luce sono spenti e le case mostrano le loro facce pallide. Dove alla sera sostava la folla bizzarra, ora vi sono pure scolarette che sorridono contro la nebbiolina e uomini di affari che consultano il listino di Borsa. Nei caffè fanno pulizia gettandovi segatura come nelle gabbie di un serraglio. E dove passando alla notte si vedeva solo un grande vuoto nero, come se vi fosse una valle, di giorno ci si accorge invece che vi è un cimitero, il cimitero di Montmartre, subito dietro al Moulin Rouge: sopra vi passa un gran ponte di ferro. Trema la terra a ogni passaggio degli autobus. Le tombe hanno la forma di garitte o di capanne per bagni. In certe parti il terreno à ceduto e marmi e ferramenta sprofondano. Tombe di nobili, tombe di artisti, tombe di ignoti. Orribili e nauseanti, ma tra tanta bruttezza e proprio sotto il ponte rumoroso di carri, il cuore sobbalza: nell’ombra, tra un senso di polvere fredda, si legge:

Arrigo Beyle
(Stendhal)
Milanese
visse. amò, scrisse, ecc.

Un mazzetto di violette (forse venuto da Parma) è caduto dalla pietra sospinto via dal vento. Bisogna chinarsi per rimetterglielo a posto dalla parte del cuore. (Da Viaggi felici, Longanesi, 1966)

 

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