Solo bagaglio a mano

bagaglio 1

 

 
di Gabriele Romagnoli

 

Sono stato al mio funerale e ho imparato qualcosa sulla vita. Poche cose, ma quando sono tornato al mondo, facendone tesoro, ho campato meglio.

La cerimonia ha avuto luogo a Naju, nel Sud della Corea del Sud, una mattina di fine novembre. Si è conclusa con le parole: «Hai avuto una vita faticosa, è ora che ti riposi». Poi hanno chiuso la mia bara con quattro colpi di martello sui chiodi, gettato una manciata di terra sul coperchio e se ne sono andati. Sono rimasto lì, nel buio del tempo, pensando a tutto quel che era stato, a quel che non sarebbe stato più, accettandolo come accettavo di essere finito, davvero finito, lì.

Il viaggio era cominciato in aereo, un giorno di luglio. A bordo, sfogliando il Financial Times, avevo letto che la Corea del Sud detiene il record mondiale di suicidi: una media di trentatré al giorno. E che, per scoraggiarne la diffusione, si erano inventati perfino i falsi funerali. Grosse società come la Samsung o la Allianz pagavano perché i loro dipendenti passassero una giornata, anziché al lavoro, a dire addio a se stessi, nella speranza che poi non lo facessero veramente. C’era un’apposita organizzazione, chiamata Korea Life Consulting, che provvedeva a tutto. Aveva già celebrato cinquantamila riti. Il numero cinquantamila e uno, ho pensato mentre atterravamo, voglio essere io. Non perché abbia mai avuto, o pensi che mai avrò, la tentazione di suicidarmi. Piuttosto per capire se, pur attraverso una messinscena, la sensazione della fine aiuta ad afferrare qualcosa, anche solo un’inezia, del banalizzato «senso della vita», se fornisce qualche istruzione per l’uso.

Così, eccomi su un altro aereo, per Seoul. E da lì su un altro ancora, per Gwangju. E da lì su un taxi per mezz’ora, fino a Naju. L’automobile si inoltra in una selva di condomini numerati. Piove a dirotto. Il cielo è grigio senza remissione. Il navigatore satellitare si è arreso. Un passante ci indica la sede della Korea Life Consulting: è all’interno di un anonimo palazzo di uffici, protetto da una sbarra all’ingresso.

Un uomo gentile chiamato canzone, Song, mi aspetta con l’ombrello aperto e mi conduce in una stanza dove conoscerò il fondatore della società: il signor Ko Min-su. Ha quarant’anni. Viene dal settore assicurativo. La sua esistenza è stata segnata dalla morte in giovane età di entrambi i fratelli maggiori, il primo in un incidente aereo, il secondo in auto. La sopravvivenza lo ha marchiato e riempito di dubbi a cui cerca di dare risposta con questa attività. Rinvia ogni altro argomento a «rinascita» avvenuta e mi suggerisce di procedere.

Andiamo in una seconda stanza, molto più grande, arredata come un’aula scolastica, con tanti banchi, una cattedra e la lavagna luminosa. Mi viene scattata una fotografia che verrà prontamente stampata e infilata in una cornice di crisantemi gialli e nastri neri. Siedo a un banco e assisto alla lezione che precede la cerimonia. Ko Min-su mostra un video che ha realizzato per l’occasione. Si vede una madre in sala parto. Il bambino che nasce viene esploso dal suo utero, sfonda il vetro e, urlando, vola in aria. Senza smettere di volare né di urlare diventa un ragazzo, poi un uomo. Il cielo intorno a lui cambia colore, la terra attraversa le stagioni, l’uomo perde i capelli, poi i denti, è un vecchio, è inverno, è l’ora del tramonto, si schianta – non entra, si schianta – in una tomba. Sono passati venti secondi, appare la scritta Life is short, la vita è breve. Ko Min-su mi guarda e dice: «Non sai mai quando accadrà. Nel tuo caso finisce ora, pensi di essere pronto? Di aver usato al meglio il tempo che ti è stato concesso?». Sono domande retoriche. Nessuno mai ha risposto sì. Non uno su cinquantamila e uno.

Sulla lavagna passa un lucido. Hanno intervistato cento uomini vissuti fino all’età di ottant’anni. In media, così han- no speso la propria esistenza: 23 anni a dormire, 20 a lavorare, 6 a mangiare, 5 a bere e a fumare, altri 5 aspettando un appuntamento, 4 a pensare, 228 giorni a lavarsi la faccia e i denti, 26 giocando con i figli, 18 a farsi il nodo alla cravatta. E, da ultimo, 46 ore di felicità. La scritta rimane accesa, nessun commento, silenzio. Una vita: 46 ore di felicità. Abbassano le luci, mettono una candela sul banco, portano la mia fotografia listata a lutto, un foglio e una penna.

 

 

La stesura del testamento

 

 

«Adesso devi fare testamento. Rivolgi l’ultimo saluto alle persone a cui tieni di più e disponi dei tuoi beni materiali. Poi firma e metti la data. Hai mezz’ora. Ricorda: devi considerare che davvero sta per finire, non hai più tempo per cambiare nulla. Le cose che hai sono le cose che hai, le persone che contano sono quelle che sono».

Mi lasciano solo, con la candela, il foglio e la penna. Comincio a scrivere. Pare sia stato, per molti dei cinquantamila, un esercizio rivelatore. Si sono resi conto, spesso dolorosamente, di quanti rapporti veramente importassero e di che cosa avessero saputo costruire. Lo è anche per me: poche cose, pochissimi nomi. Scrivendo capisco una cosa importante: per come la vedo io, il percorso perfetto è quello in cui alla fine non hai più nulla da lasciare, ti sei già disfatto di ogni cosa. E nessuno a cui dare, nessuno a provare dolore per la tua fine. Soltanto così puoi davvero andartene in pace, come se ne va un alito di vento: c’era, è passato, non c’è bisogno di voltarsi per salutare. Il problema è che invece finisce quando meno te l’aspetti, e se davvero fosse ora dovrei considerare il dolore di qualcuno e destinare qualcosa. Lo faccio, sorprendendomi delle mie stesse scelte. Quando poso la penna l’uomo gentile chiamato canzone si avvicina, mi invita a portare con me il testamento e a seguirlo: «È l’ora del tuo funerale».

Usciamo nuovamente nell’atrio. Mi indicano un corridoio che conduce a una scala. All’imbocco mi attende un secondo uomo, vestito di nero, con un enorme cappello. Nella tradizione coreana è il messaggero della morte. Mi precede con passi misurati. Scendiamo nei sotterranei. Fa un gran freddo. Al corrimano sono appese lanterne gialle. Alle pareti, ritratti di famosi trapassati. La scelta è curiosa: riconosco John F. Kennedy, Lady Diana, Ronald Reagan e Stanley Kubrick. L’oscurità cresce, la temperatura scende. L’ultima sala è una ghiacciaia, al fondo c’è un altare. Sul pavimento, appena illuminate da una soffusa luce rossa, sono sparse file di bare, una ventina. Mi indicano la mia, su un piedistallo posano la mia foto e il testamento. Poi mi danno una vestaglia bianca, l’abito funerario coreano. Non avrà tasche, aveva preannunciato Ko Min-su, «perché senza nulla sei venuto e senza nulla te ne andrai». Lo dicono anche a Napoli: «L’ultimo vestito è senza tasche».

Mi viene chiesto se voglio dire ancora qualcosa. Non rispondo neppure «no»: scuoto la testa. Mi fanno sdraiare nella bara: non è una di quelle che si vedono in certi film, foderate di raso, belle comode, questa è una scatola di legno, una cassa da morto da spaghetti western. Essendo lungo (qui non posso più dire alto) un metro e novanta centimetri, tocco con i piedi e con la testa, non ho spazio per le braccia, che devo tenere conserte. Sto ancora cercando di abituarmi quando vedo il coperchio scendere. È allora che penso infine: chi me lo fa fare? È un dubbio tardivo. Un martello batte sui chiodi ai quattro lati, una manciata di terra viene fragorosamente gettata sulla bara. Poi tutto tace. Buio.

Posso cominciare a raccontare quel che ho pensato e imparato mentre ero morto. (© Giangiacomo Feltrinelli editore Milano)

Quel che avete letto è il primo capitolo di Solo bagaglio a mano, l’ultimo libro di Gabriele Romagnoli (è uscito il 3 settembre 2015). Pubblicato per gentile concessione dell’editore Feltrinelli.

 

 

La copertina del libro

 

Il bagaglio del grande viaggiatore diventa metafora di un modello di esistenza che vede nel «perdere» una forma di ricchezza, che sollecita l’affrancamento dai bisogni, che non teme la privazione del «senza». Anche di fronte alle più torve minacce del mondo, la leggerezza di sapersi slegato dalla dipendenza tutta occidentale della «pesantezza» del corpo, e da ciò che a essa si accompagna, diventa un’ipotesi di salvezza. Viaggiare leggeri. Essere leggeri. Vivere leggeri. Gabriele Romagnoli centra uno dei temi decisivi della società contemporanea e della sopravvivenza globale e scrive una delle sue opere più saporite, il racconto di una rinascita, di un risveglio. Senza magniloquenza. Senza arroganza. Senza. In ogni istante, anche ora, anche intorno a voi, finiscono amori, si sgretolano patrimoni, vengono cancellate esistenze irrinunciabili e contemporaneamente si accendono altre passioni, crescono nuove fortune, sbocciano splendide vite. E si va avanti. (Dalla quarta di copertina del libro)

 

 

Gabriele Romagnoli

 

 

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Collabora a la Repubblica. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010) e Domanda di grazia (Mondadori, 2014), Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015).

 

 

sentenza 1

 

 

Nessun commento ancora

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi