Su e giù per l’Italia, con Calvino in Topolino

Forte dei Marmi, il litorale di Ponente


di Franca Mora e Giuseppe Oreffice

Non avevo niente da fare quel pomeriggio e andai nell'ufficio di un amico per salutarlo, per fare due chiacchiere. Proprio lì. In un pomeriggio di luglio, mi fu presentato Giuseppe, Beppe, un uomo di circa sessant'anni, gli occhi azzurri, lo sguardo scanzonato e a tratti cinico, come di quelli che ti vorrebbero far capire che nulla ormai li può toccare. L'amico mi aveva detto una sola frase su Beppe: «Sai, quando aveva vent'anni,m ha conosciuto Calvino e ha lavorato con lui».

Forte dei Marmi in Versilia era collocata tutta al di là di una strada che la divideva dal mare: a ridosso della spiaggia c'era solo il lungomare, le cabine e una libreria, molto grande ed elegante con un bar, anzi un caffè, collocato lì accanto. Ci arrivammo una sera con Pavese, dopo aver attraversato strade ancora interrotte dai bombardamenti della recente guerra.

Da allora, ogni volta che entravo in una libreria avevo la sensazione che avrei fatto una scoperta, vi avrei trovato qualcosa di nuovo.

Mi fu affidata una zona che andava dall’Emilia fino a Lecce, con esclusione di Roma dove era presente Carlo Levi. Cominciai a fare questi logoranti e avventurosi pellegrinaggi, in giro per l’Italia distrutta, senza strade, senza case, senza niente.

Giravo con una Topolino che Einaudi mi prestava e vedevo con i miei occhi, pur nel medesimo disastro generale, la lacerazione tra Nord e Sud.
Disegnavo la mappa delle librerie in Italia ed era la mappa della cultura: l’Italia lacerata assumeva un’unità attraverso le librerie, luoghi che si assomigliavano dovunque.

 

Matera, la libreria Montemurro

 

Il Sud ne aveva poche, ma ampie e di grande tradizione: a Bari c’era Laterza, e poi altre a Taranto, a Lecce e poi nulla fino a Matera, dove c’era Montemurro, elegante e raffinato e Marchisiello a Potenza, circolo di Carlo Levi e riferimento dei confinati. Lì vendevo soprattutto Cristo si è fermato a Eboli, specchio di una realtà ancora presente.

Partivo il lunedì e dovevo essere attento a disegnarmi bene le strade da percorrere. Quando sostavo a Taranto, ripartivo la mattina presto, andandomi a comperare pane e salame in una salumeria. Non avrei poi trovato nulla fino a Potenza: percorrevo strade bianche fino ad arrivare ad una fonte sulla montagna e poi, dopo essermi dissetato, cominciavo la mia discesa verso il capoluogo lucano.

I librai mi aspettavano ed erano di una squisita ospitalità: ho preso infiniti caffè in quelle librerie, magari per vendere solo tre copie.

«... Al Sud bisognava rispettare le usanze locali. Rimanevo anch’io sulla piazza del paese, l’estate, ad aspettare, perché la libreria non apriva che dopo le sei…»

 
Carlo Levi a Latiano (Basilicata), nel 1960. Foto di Mario Carbone

 

Il ruolo del libraio era fondamentale nell’organizzazione della «Settimana Einaudi», quella grandiosa idea che serviva come occasione per far incontrare l’autore o il curatore di una collana con i lettori. Per una settimana, autore o curatore insieme all’ispettore giravano una certa zona ed ogni sera incontravano i lettori o persone interessate ad ascoltare. Si parlava della filosofia della casa editrice, delle novità, delle collane, di cultura, di letteratura, del presente e del futuro.

Era il libraio del luogo ad organizzare l’incontro, a mettere i manifesti nelle strade, a fare gli inviti: raramente ci si incontrava nei locali della libreria, ma più facilmente in un cinema o in un teatro o comunque in una sala disponibile. Intervenivano tutti i personaggi più importanti della comunità locale: il farmacista, il medico, il maestro.

«... Parlavamo a tutti, anche se il lettore tipico di Einaudi, specie nel Meridione, era l'intellettuale politico...»

Non abbiamo mai venduto molto, ma non mi sembrava questo il nostro scopo principale di allora. In quel mio girare, ho avuto l'impressione di cercare soprattutto una strada in quell'Italia non ancora visitata, per legarla insieme e cercare percorsi per il futuro. Ero come un tessitore di una tela solidamente invisibile: tessevo e ritessevo con fatica ed entusiasmo, per il piacere di trovare coincidenze e luoghi che si assomigliavano.

 
Campobasso, il Grand Hotel

 

A segnare le tappe dell'Italia, in quel caso evidenziando la frattura tra Nord e Sud, c'erano gli alberghi. Il Grand Hotel di Bari era allucinante per la totale mancanza di igiene e l'assoluta ignoranza della privacy e a Campobasso avevi l'imbarazzo della scelta tra un camerone con altre dieci persone o un letto, dove era opportuno non adagiarsi per non ammalarsi.

Eppure mi divertiva anche questo, mi incuriosiva: perché non scrissi qualcosa ancora me lo sto chiedendo, tanto sarebbe stato necessario narrare quell'Italia povera e malconcia, aperta però alla speranza di un futuro che si pensava diverso. E nelle librerie-cenacolo si parlava, creando reti, allenandosi per il futuro.

«... Le librerie erano veri e propri cenacoli che raccoglievano tutto ciò che c'era di migliore nella società di allora, come delle calamite di cultura. E il liberale era un personaggio nel paese, visibile e impegnato...»

Se una metafora devo scegliere per sintetizzare tutto quello che fu e che continua ad essere per me quel periodo, sceglierei quei viaggi fatti con Calvino e con la Topolino che Einaudi ci prestava di settimana in settimana per andare per l' Italia a tenere le «settimane».

 
Angelo l'autista del papa in una foto di David Seymour. Nei primi anni Cinquanta le poche auto in circolazione sono un privilegio dei ricchi e delle istituzioni

 

Erano viaggi kafkiani, vuoi per il personaggio che accompagnavo, contraddittorio e complesso (si poteva ascoltarlo su vari piani, come poi avremmo potuto leggere le sue opere), vuoi per l'assurda inesistenza del tragitto: non c' erano strade, non c'erano paesi, non c' era l' Italia. Si partiva da un paese che non c'era più per arrivare chissà come in un paese che non c' era ancora. E in entrambi i casi, due personaggi che non sapevano bene chi fossero e chi sarebbero diventati inventavano una conversazione con dei probabili lettori.

Ho pensato a volte che quei viaggi fossero davvero «leggeri», tanto erano immateriali e poco visibili e ho cercato di segnarli con episodi che dessero loro un significato e concretezza, come un segnalibro colorato può dare il senso delle pagine che scorrono. Di concreto, forse, c' era quella Topolino, simbolo di una modernità ridotta a sintesi che miracolosamente ci trasportava: noi, la nostra borsa, i libri che dovevamo portare ai librai, il nostro parco cibo quotidiano come una scatola di metallo lanciata nel vuoto, colma di divertimento e di ostinazione.

«… Tutti gli anni partivo da solo oppure con un autore o con un curatore di collana con quella bellissima Topolino. Avevo una tendina di tela sul tetto, apribile. Partivo il lunedì per tornare al venerdì, se ce la facevo ...».

Era un vero miracolo: se si fosse rotta, saremmo potuti rimanere lì, fermi, magari su una collina lucana dalle strade bianche, senza nemmeno un riferimento che non fosse il cielo e, qualche volta, in lontananza, il mare.

 
Il giovane Italo Calvino

 

Calvino aveva un carattere complicato, dalle diverse sfaccettature, che non rendeva semplice il rapporto con lui. Alternava a momenti di estrema simpatia, in cui era divertentissimo quasi buffo e paradossale come permetteva l'assurdità della situazione, delle pause in cui si faceva taciturno e lontano, in cui sembrava non avesse anima né sentimenti. Pedante e amante della precisione lo era sempre: l'amore per la geometria, per i cataloghi e le classificazioni lo obbligava a cercare al di là delle apparenze, al di là delle parole, scovando forme nascoste ed imprevedibili.

Partivamo sempre con pochissimi soldi in tasca, ai limiti della sopravvivenza, ma non ce ne preoccupavamo: non si sa se per superficialità o perché davvero il denaro non interessava a nessuno dei due. Un giorno, eravamo arrivati fino a Lecce, dove avevamo finito i soldi: non avevamo più nulla neppure per la cena.

Non chiedemmo un prestito ad un libraio: si potrebbe credere oggi che fu per vergogna o perché non volevamo ledere l'immagine della casa editrice. Penso che non fosse per questi motivi: noi non ci pensammo neppure e questa era la nostra forza, che ci permetteva di essere distanti dalla realtà e di leggerla con altri occhi.

Inviammo un telegramma a Einaudi, perché ci soccorresse con un vaglia telegrafico. I tempi delle poste, però, non sono mai quelli della necessità e aspettammo circa due giorni. Non avevamo i soldi per l'albergo e rimanemmo così tutta la notte su una panchina, davanti alla porta, pronti ad afferrare il vaglia, quando si fosse aperto l'ufficio postale.

 
Lecce, il palazzo delle Regie Poste

 

Rileggendo anni dopo la storia del barone rampante scritta da Italo Calvino, non potei fare a meno di ricordarlo appollaiato su quella panchina, sospeso nel buio della notte, a divertirsi a parlare del futuro o del comico che ci poteva essere anche nelle stelle. E capii che il barone rampante era proprio lui, appeso su quella panchina come su un albero, saltellante con le parole nel vuoto di quella notte, un «solitario che amava la gente», come egli stesso avrebbe più tardi definito il suo personaggio.

Solo alcuni aspetti della realtà lo toccavano e certo non quelli che preoccupano e occupano i più. Un giorno arrivammo a Rimini e incontrammo due piacenti ragazze, che si misero, è vero, a conversare con noi, ma che non tradivano certo quali fossero le loro intenzioni e il loro lavoro. Usai tutti gli argomenti per convincere il mio compagno di viaggio a saldare la sua parte di conto: secondo lui, la simpatia e forse un folgorante innamoramento avevano animato la sua improvvisata accompagnatrice, non il denaro.

Pagai in fretta per due e ripartimmo, divertito io e appagato lui. Era un piacere sentirlo: le parole erano scelte con naturalezza ed estrema cura, le frasi leggere e ben costruite, le argomentazioni appassionanti. La gente veniva conquistata da quel furetto dagli occhi mobilissimi, strano per essere scrittore anche nel modo di vestire, sempre pittoresco, colorato come un sudamericano. Il suo entrare in rapporto con la gente era una scommessa: occorreva credere in lui, credere che avrebbe parlato.

 
Rimini, vita di spiaggia

 

Gli inizi dei suoi discorsi erano tutti balbettii, a volte borbottii, magari ritmati, falsi incipit, parole dette a metà: l'ascoltatore doveva aspettare che quelle sillabe si combinassero in un conversare vivido e vitale. Non credo che pensasse al discorso mentre lo cominciava così: le incertezze vocali non erano un sostare riflessivo, bensì un rituale fisiologico, gesti quasi magici e inconsapevoli con cui Calvino entrava in contatto con il mondo e con le idee.

L'emozione più intensa che provai in quel viaggio fu la volta che sostituii Calvino, indegno ma indispensabile alter ego. Dopo la notte trascorsa davanti all'ufficio postale, avuto il denaro, ripartimmo alla volta di Tricarico per andare a trovare Rocco Scotellaro, il poeta contadino e sindaco del paese. Ci andammo proprio per trovare lui e forse anche per fare un gran pranzo: Calvino era un critico eccezionale di libri altrui e non poteva lasciarsi sfuggire l'occasione di conoscere il poeta.

Il viaggio e l'incontro non tradirono nessuna nostra aspettativa. Era estate, il mese di luglio, che al Sud è il mese più caldo: la strada era bianca e si snodava sotto un sole implacabile. La nostra Topolino arroventata arrivò a Tricarico a casa di Scotellaro, semplice e tipica abitazione di quei paesi lussureggianti per ciò che la natura promette e mantiene.

L'incontro tra i due fu commovente: si parlò di terra, di libri, della gente, del Sud, del futuro e il pranzo fu una delle più memorabili mangiate della mia vita. Bevemmo, Calvino e io, per ammazzare il peperoncino, per sollecitare le parole, per sancire un'amicizia iniziata finalmente non solo attraverso le pagine dei libri.

 
Il poeta Rocco Scotellaro (a destra) a Tricarico, il paese lucano di cui era sindaco

 

Riprendemmo nel pomeriggio la strada per Matera, dove si prevedeva saremmo arrivati in serata. Così fu, ma il mio compagno di viaggio era irriconoscibile, stravolto dal vino e dal cibo. Non si reggeva in piedi e si chiuse in albergo. Gli inviti erano fatti e i manifesti rivestivano i muri del paese: l'incontro era ormai nell'immaginario di tutti.

Incontrare un intellettuale, sentire l'Einaudi era un avvenimento, poiché non c'era la televisione e le strade disastrate non permettevano incontri frequenti con altri paesi.

«... Il libraio non voleva rinunciare e mi disse: "Devi tenerla tu". Avevo ventidue anni, non ero un intellettuale ed ero di poche parole, o almeno così credevo. Non avevo mai parlato in pubblico... ».

Ancora oggi non so quello che dissi, perché non riuscii a sentirmi mentre parlavo, tanta era l'ansia di cui non ero neppure consapevole. Più che il pubblico, mi emozionava il sostituire Calvino: l'ho già detto, non sapevo che sarebbe diventato forse il più grande scrittore del Novecento, ma per me era già qualcuno da ascoltare, da imitare, con cui condividere il divertimento del mondo e del futuro.

I miei ricordi di Calvino arrivano fin qui, fino al giorno in cui lo sostituii e per me è già gran cosa il rammentarlo.

 

La copertina originale

 

Il libro
A cura di Franca Mora, Calvino in Topolino, Unicopli, 86 pagine, 10 euro
Il volumetto, nato da un'intervista di Franca Mora a Beppe Oreffice, ispettore commerciale alla Einaudi nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, uscì nel 1993 con Stampa Alternativa, nella fortunata collana dei Millelire. Unicopli lo ha ripubblicato nel 2014.

Il protagonista e coautore
Giuseppe Oreffice, nato a Torino il 22 luglio 1927, aveva frequentato per alcuni anni le facoltà di Economia e Commercio e poi di Scienze Politiche all'Università di Torino, senza laurearsi per motivi di lavoro. Iscritto al Partito comunista italiano nel 1944, dopo la Liberazione aveva svolto compiti organizzativi all'interno della federazione torinese del Pci come responsabile dell'ufficio propaganda. Commesso di libreria, ispettore commerciale alla Einaudi dal 1950 al 1954 e per gli Editori Riuniti dal 1958 al 1967, si era poi dedicato all'amministrazione di società italiane ed estere di import-export. È morto nel 2008.

La curatrice e coautrice
Franca Mora è psicologa e psicoterapeuta. Nata in Valsesia (Piemonte), vive a Roma. Si occupa, in particolare, di persone che lavorano in aziende e organizzazioni pubbliche e private. È stata docente a contratto nell’ambito universitario romano. Ha scritto testi di narrativa e poesia, articoli e pubblicazioni professionali.

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