Seborga, vero principato o trovata turistica?

 

Dal «principato» di Seborga si scorge il Principato di Monaco

 

di Graziano Graziani

 

 

È possibile che un piccolo principato venga dimenticato per secoli dai trattati e dai congressi che hanno disegnato le nazioni europee così come le conosciamo? È quello che affermano gli abitanti di Seborga, paesino della Liguria che conta appena
366 anime. Situato nell’entroterra di Bordighera, a due passi dalla frontiera con la Francia, il Principato di Seborga si è fatto forte delle sue radici autonomiste e nel 1963 – disconoscendo l’appartenenza all’Italia – ha eletto un proprio sovrano: Giorgio i, al secolo Giorgio Carbone, che governerà fino alla sua morte, avvenuta nel 2009.

Di enclavi e microstati nel mezzo all’Europa ne sono rimasti diversi, da Monaco a San Marino, dall’Andorra al Liechtenstein. Ma il Principato di Seborga – appena quattordici chilometri quadrati di estensione – sembra un caso più unico che raro. Ammesso che l’indipendenza non sia, come afferma qualcuno, solo una trovata turistica.

Secondo i suoi abitanti, l’etimologia del nome «Seborga» risale al '400, quando l’insediamento era noto col nome di Castrum Sepulcri. Ribattezzato dagli Occitani Sepulcri Burgum, poi contratto in Seporca o anche A Seborca, come viene chiamato nel dialetto ligure, ha assunto infine la forma odierna.

 

 

Uno scorcio di Seborga

 

 

Feudo di proprietà dei conti di Ventimiglia, fu ceduto nel 954 ai monaci benedettini di Lerino. Consacrato principato del Sacro Romano Impero nel 1079, nel 1118 divenne l’unico Stato sovrano cistercense dopo che San Bernardo di Chiaravalle istituì nel principato i primi nove Cavalieri del Tempio, meglio noti come Templari. Da allora è rimasto autonomo almeno fino al 1729, quando Vittorio Amedeo ii di Savoia ne trattò l’acquisto. Ma il rogito della cessione non fu registrato, e a tutt’oggi non esistono atti ufficiali che provino che il piccolo principato sia ufficialmente passato in mani sabaude.

I seborghini fanno leva proprio su questa dimenticanza. «Con il trattato di Aquisgrana del 1748», si legge sul sito del principato, «Seborga non entrò a far parte della Repubblica di Genova così come non passò, dopo il Congresso di Vienna del 1814, al Regno di Sardegna. Nel 1861 non fu acclusa al Regno d’Italia, né c’è menzione nel 1946 che il territorio del principato sia stato assegnato alla Costituente che ha formato la Repubblica Italiana». A conferma di questa tesi, i seborghini citano un documento del 1934, firmato da Benito Mussolini, in cui si dichiara che il «principato di Seborga non appartiene all’Italia».

Su queste basi, nel 1963 il Principato di Seborga si dota di un vessillo nazionale e di un governo di quindici ministri, e fornisce alla polizia municipale uniformi pittoresche per trasformarla in «guardia nazionale». Secondo Giorgio Pistone, studioso di storia locale, non si tratta di una secessione ma del ripristino di un diritto statutario precedente. Lo ha ribadito sulla «Gazzetta di Seborga», organo informativo del Principato in formato blog: Seborga non ha mai smesso di essere un Principato autonomo, visto «che il diritto internazionale non ammette usucapione». Ciò non toglie che nel principato le istituzioni italiane – nella fattispecie il Comune – continuino a svolgere le proprie funzioni. La convivenza tra amministrazione e autorità regia non è un grosso problema in un paese di neanche quattrocento abitanti: ad esempio Franco Fogliarini, sindaco fino al 2011, è figlioccio del Principe Giorgio e cugino del suo ministro degli esteri.

 

 

Seborga, piazza San Martino

 

 

Le voci sull’esistenza di un principato in Liguria alimentano le curiosità dei turisti, ma soprattutto degli appassionati di numismatica e filatelia. Il principato, infatti, emette francobolli, passaporti e persino targhe automobilistiche da applicare accanto a quelle italiane – il tutto in vendita presso l’ufficio del turismo. E batte persino moneta, facendosi forza di un’antica concessione. Nel 1666 l’abate Cesare Barcillon concesse a Seborga di coniare monete in oro e argento con l’effigie di San Benedetto e l’iscrizione Decus et ornamentum ecclesiae. La zecca restò in funzione fino al 1688, quando chiuse per le proteste del Re di Francia. Ma visto che il diritto non fu abrogato, Giorgio i la fece riaprire nel 1995. Il «luigino», del valore di sei dollari Usa, può essere cambiato al Palazzo (l’antica zecca) e all’ufficio turistico, e viene accettato da tutti gli esercizi della zona. Ovviamente, il corso legale è limitato a Seborga, perciò se visitate il principato e tornate a casa con qualche luigino in tasca, non vi resta che tenerveli come ricordo. I collezionisti, invece, possono evitare la trasferta facendosi spedire l’intero kit di monete: basta un pagamento via internet e «li riceverete in tutta sicurezza a casa vostra».

La storia del Principato di Seborga può sembrare poco più che una trovata folcloristica, un modo per valorizzare vecchie leggende a vantaggio del turismo. Ma la vicenda è più complessa e ha risvolti piuttosto bizzarri. Quello più eclatante è la pretesa di Yasmin von Hohenstaufen di essere riconosciuta legittima erede al trono di Seborga, in virtù della sua presunta discendenza da Federico ii di Svevia. Realtà o mitomania? Di certo la disputa dinastica scoppia nel 2006, proprio quando si comincia a parlare di un pronunciamento del Tribunale internazionale dell’Aja che darebbe ragione ai seborghini, riconoscendo l’indipendenza del principato. Per capire questa intricata vicenda occorre tornare indietro nel tempo, al punto in cui la storia di Seborga si intreccia con la leggenda.

 

 

Seborga, il palazzo della Zecca

 

 

Nel 1117 San Bernardo di Chiaravalle raggiunge Seborga per ricongiungersi con i confratelli Gondemar e Rossal, che lo hanno preceduto nel borgo ligure quattro anni prima, per proteggere il «grande segreto». I due abati, assieme ad altri sette, vengono consacrati cavalieri dal principe reggente dell’epoca, l’abate Edouard. Sono i primi templari. Nel novembre del 1118, i cavalieri del Tempio partono per Gerusalemme. Fanno ritorno la prima domenica di Avvento del 1127. In quell’anno, San Bernardo nomina uno dei nove templari, Hugues de Payns, primo Gran Maestro della Povera Milizia di Cristo. Da allora in poi, almeno quindici dei ventidue Gran Maestri di cui si ha notizia (le tracce dell’ordine si perdono agli inizi del XVII secolo) furono anche principi reggenti di Seborga.

Cosa c’entra la reggenza di Seborga con i Templari? E qual è il «grande segreto» che deve essere custodito? Secondo una variante della leggenda, il sepolcro a cui fa riferimento il nome di Seborga è il luogo in cui fu nascosto il Santo Graal, recuperato in Terra Santa e trasportato in gran segreto nel piccolo borgo ligure. Una versione più prudente racconta che durante il medioevo Seborga era conosciuta come Spulgas de Sebaste. «Spulga» significa grotta, ma per estensione anche tomba; «Sebaste» invece è il nome greco della città di Samaria, in Palestina.

A Samaria ci sono almeno due siti di particolare interesse per la cristianità, la tomba del profeta Eliseo e quelle dei patriarchi. Secondo il teologo Teodoreto è sempre a Samaria che fu sepolto il corpo decollato di Giovanni Battista. Il «grande segreto», dunque, potrebbe avere a che fare con non meglio precisate reliquie provenienti da una di queste tre «spulgas», cioè tombe. La principessa Yasmin, che reclama la sovranità sul principato in quanto discendente dei «Re di Gerusalemme», è apertamente convinta del fondamento storico della leggenda. Seborga non sarebbe altro che «l’avamposto del principato di Gerusalemme», custode delle sacre bende di Cristo.

 

 

Seborga, sudditi del principato

 

 

La principessa – il cui nome completo sarebbe Yasmin von Hohenstaufen Avril de Burey Anjou Puoti Plantagenet Canmore – con tutti i cognomi di cui dispone può sicuramente vantare discendenze incrociate dalle casate di mezza Europa. La duchessa Pignatelli, sua portavoce, ne elenca almeno tre che legittimerebbero la rivendicazione del trono di Seborga da parte della von Hohenstaufen: i principi Puoti, ovvero i pronipoti di Re Desiderio; i discendenti di Federico ii e Isabella d’Inghilterra; e soprattutto Folco d’Anjou detto Plantagenet, che sarebbe stato uno dei Gran Maestri dell’ordine templare e principe reggente di Seborga. Il condizionale in questo caso è d’obbligo, anche perché la versione della leggenda in cui compare Folco prevede che i cavalieri ordinati da San Bernardo fossero undici anziché nove, come invece sostengono i seborghini.

Per diffondere le sue tesi, la principessa ha scelto un sistema piuttosto singolare: ha scritto una pièce teatrale in cui svela i segreti dell’antico borgo ligure. Con la stesura di De la rosa fronzuta sarò Pellegrino, Yasmin von Hohenstaufen ha voluto soprattutto fare chiarezza, a suo dire, sulla mistificazione operata da Dan Brown con il Codice da Vinci sulla vicenda del sacro Graal e sulla «stirpe graalica» da cui lei discenderebbe. Lo spettacolo è andato in scena nel 2006 a Londra e a Monsampolo del Tronto, provincia di Ascoli Piceno, con gli auspici del presidente del Consiglio Romano Prodi, del presidente della Repubblica e del ministero dei Beni culturali. Se ne trova eco su internet, dove i suoi sostenitori l’hanno definita «la Divina Commedia del terzo millennio».

 

 

Giorgio Carbone, principe di Seborga con il nome di Giorgio I dal 1963 al 2009

 

 

Ad ogni modo, gli abitanti del principato rispediscono al mittente le pretese della principessa, stringendosi attorno al principe Giorgio. Ma lei, snobbati i seborghini, si rivolge direttamente – noblesse oblige – al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Seborga torni allo Stato italiano, a patto che non sia più consentito da parte di usurpatori di manipolare la storia del Sacro Sito del Sacro Sepolcro».

 

Interpellato dal «Corriere della Sera», Giorgio Carbone dichiara seccamente: «Questa tizia non può dare a nessuno quello che non è suo». La Presidenza della Repubblica Italiana, tuttavia, sceglie di non entrare nella disputa, e la vita nel piccolo principato torna alla normalità. La principessa von Hohenstaufen, invece, continua a dedicarsi al teatro: la nuova pièce, La divina commedia di Adelchi, andata in scena nel 2007 a Dublino e ancora una volta a Monsampolo del Tronto, stavolta fa luce su un’altra mistificazione, quella operata da Alessandro Manzoni. Di lei malelingue sussurrano che, più che alle reliquie, sia interessata alla possibilità di trasformare Seborga in un paradiso fiscale nel cuore d’Europa, qualora l’Aja comprovasse davvero l’indipendenza del Principato. La stessa accusa, a dire il vero, è stata mossa ai seborghini. D’altronde lo stesso Giorgio I aveva dichiarato: «Non entreremo certo a far parte della Cee o dell’Onu, soprattutto per via delle agevolazioni fiscali. Credo che un eventuale arrivo di capitali sarebbe un bene per tutti, Italia compresa». Sfortunatamente, però, del pronunciamento dell’Aja non se n’è saputo più nulla.

 

 

Il luigino con l'effigie di Giorgio I, recto

 

 

Un’altra vicenda bizzarra che ha investito Seborga è il contenzioso scoppiato nel 2001 tra un certo ingegner Italo Collino e il governo del principato, che risiede in un palazzo di proprietà dell’ingegnere. Collino, avendo deciso di rientrare in possesso della «sede di governo», intima lo sfratto ai ministri del principato i quali, dopo alcuni tentativi di accordo, decidono di sospendere il pagamento dell’affitto. Al di là della situazione paradossale in cui il proprietario di un’immobile può sfrattare il consiglio dei ministri dello Stato su cui l’immobile sorge, la vicenda prende una piega ancora più irreale. L’ingegnere, deciso a far valere le proprie ragioni, si rivolge alla giustizia italiana. Dopo sei anni, il dibattimento giunge a una svolta.

Il 5 aprile 2007, il tribunale di Sanremo stabilisce che l’azione legale non può procedere perché «non può sussistere giurisdizione esclusiva di uno Stato non riconosciuto sovrano dallo Stato italiano, ma considerato tale da altre comunità e/o Stati stranieri riconosciuti dall’Italia». Tra le motivazioni del pronunciamento si cita la mancata registrazione dell’atto d’acquisto di Seborga stipulato da Vittorio Amedeo. In sostanza, la giudice Cannoletta sospende il giudizio, inviando gli atti alla Corte Costituzionale e notificando l’ordinanza al Presidente del Consiglio e a quelli delle due Camere.

 

 

Il luigino, verso

 

 

A Seborga la notizia viene presa con soddisfazione, ma anche con un po’ di stupore. C’è persino chi non nasconde la propria contrarietà, come l’assessore alla cultura Gustavo Ottolenghi, che dichiara a un giornale locale: «Seborga è un comune, non un principato. Questa amministrazione vuole rendere chiaro, una volta per tutte, questo punto. A livello folcloristico e turistico, Giorgio ha fatto moltissimo per Seborga, ma non si può mettere in dubbio l’istituzione comunale». Tuttavia, la presa di posizione di Ottolenghi sembra un caso isolato, perché i seborghini, e parte della stessa amministrazione comunale, si schierano dalla parte del principe Giorgio. E Giorgio Pistone avanza l’ipotesi che dietro il comportamento di Ottolenghi ci siano vecchi dissapori personali. «Ottolenghi fu in passato un Cavaliere della Corona, ma fu poi espulso dal principe in persona», spiega.

Ad ogni modo, la sentenza è una vera manna per il principato, perché riapre in via formale la questione dell’indipendenza. «Se la Corte Costituzionale italiana dovesse riconoscere la competenza sul caso, ricorreremo alla Corte Europea per i diritti dell’uomo», conclude Pistone. «Se invece la Corte non dovesse riconoscere la competenza italiana, ciò significherebbe il riconoscimento giuridico della sovranità di Seborga». Insomma, il piccolo principato continua la sua battaglia per il riconoscimento dell’indipendenza, facendo sempre più parlare di sé. Tanto che la televisione tedesca e quella inglese, interessatesi alla vicenda, hanno entrambe realizzato un documentario per i rispettivi palinsesti.

 

 

Seborga, il principe Marcello I (a sinistra) con la ministra degli Esteri, principessa Nina Döbler, e il sindaco Enrico Ilariuzzi.

 

 

Giorgio Carbone, principe di Seborga e artefice del suo risveglio, muore il 25 novembre 2009. Le favole hanno un inizio e hanno anche una fine, e quando scompare chi ha dato loro respiro e concretezza, rischiano di scomparire con lui. Non è il caso di Seborga. Orgogliosi delle proprie origini, i seborghini non vogliono che il principato torni nell’oblio. Dopo un breve periodo di reggenza che vede alla guida del paese Alberto Romano, già ministro della giustizia, viene indetta una consultazione popolare sotto l’egida dei Priori e del Consiglio della Corona, per eleggere il nuovo principe. Alle elezioni, fissate il 24 e 25 aprile 2010, partecipano tutti i seborghini in regola con i documenti del principato, circa 160 persone.

Viene eletto Marcello Menegatto, imprenditore edile residente in Svizzera, che sconfigge l’altro candidato, il regista Pepi Morgia, per 89 voti a 67. Il 23 maggio 2010 si celebra la cerimonia di incoronazione del nuovo principe, che assume il nome di Marcello I. All’indomani della sua elezione, Menegatto dichiara: «Proseguirò la battaglia sull’indipendenza. Il mio sogno è che Seborga possa diventare Principato a tutti gli effetti». Il sogno di una Seborga realmente autonoma, insomma, continua. E con quello, anche le pretese della principessa Yasmin, che dopo le elezioni torna a farsi viva con una nuova lettera al «Giornale», indirizzata «Al signor Menegatto di Seborga, fantaprincipe in casa altrui...» /(dal libro di Graziano Graziani, Atlante delle micronazioni, per gentile concessione dell'editore Qupodlibet)

 

 

La copertina del libro

 

Il libro
Di motivi per fondare una nazione ce ne sono tantissimi: idealismo, goliardia, politica, persino l’evasione fiscale. Qui si raccontano i casi più strani e suggestivi di una pratica molto più diffusa di quanto ci si immagini, dichiarare l’indipendenza di una microscopica parte di territorio e proclamarsi re o presidente, almeno in casa propria. Pochi sanno, ad esempio, che oltre a San Marino e al Vaticano, esistono in Italia un paese e un’isoletta che vantano la sovranità assoluta sui propri territori, sulla base di diritti acquisiti prima dell’unità d’Italia; o che in Australia è stata fondata una nazione per tutelare i diritti degli omosessuali, mentre in Africa e in Sud America alcuni «stati inesistenti» hanno dichiarato l’indipendenza al solo scopo di emettere buoni del tesoro fittizi. Questo libro vuole essere un atlante di storie e personaggi, una geografia di luoghi a metà strada tra realtà e immaginazione e che spesso si dissolvono con la scomparsa del loro fondatore. Piccole epopee che, nel bene e nel male, portano al parossismo l’irriducibile voglia di indipendenza e autonomia dell’uomo.

 

 

Le 50 micronazioni raccontate nel libro

Precedenti storici: Impero degli Stati Uniti; Moresnet Neutrale; Repubblica di Cospaia; Regno di Araucanía e Patagonia; Isola Ferdinandea

Isole felici: 
Principato di Sealand; Repubblica di Minerva; Isola delle Rose; Oileán Thoraigh

Anomalie storiche: 
Principato di Seborga; Regno di Redonda; Isola di Sark; Regno di Tavolara

Opere d’arte: Principato di Ladonia; Repubblica di Kugelmugel; Stato virtuale del Lizbekistan; Regno di Elgaland-Vargaland; Stato dell’NSK; Garbage Patch State

Quartieri liberati: Città libera di Christiania; Repubblica di Užupis; Repubblica di Cihangir; Repubblica Marinara di Eastport; Repubblica di Kalakuta

Piccoli territori: 
Akhzivland; Regno di Elleore; Repubblica di Saugeais; Tamisiana Repubblica di Bosgattia

Autoproclamazioni: Repubblica di Molossia; Impero di Atlantium; Regno di Talossa;
Principato di Pontinha; Regno del Nord Sudan

Fantasia al potere: Libero Territorio di Mapsulon; Repubblica di Frigolandia; Libera Repubblica di Alcatraz: Gospodariato di Meltenia

Azioni di protesta: Celestia; Waveland / Rockall; Gay & Le-sbian Kingdom of the Coral Sea Islands; Repubblica di Malu Entu

Contro l’autorità: Repubblica dei Piani Sottani; Principato di Hutt River: Conch Republic;
Repubblica Rossa di Caulonia

Distopie: Principato di Poyais; Dominio di Melchizedek; Repubblica di Lomar; Principato di Freedonia; Libera Repubblica di Liberland

 

Graziano Graziani

 

L'autore
Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l'opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d'eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell'Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch'esso Stati d'Eccezione.

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