Sergio Pitamitz, obiettivo leoni

 

 

Il 10 agosto è il World Lion Day, il giorno del  leone. «Salviamo il re degli animali per salvare noi stessi», consiglia il moto dell’associazione. Come i gattoni della savana, gli uomini vivono in branco. Hanno i loro re, anche se non li chiamano sempre così. Per quanto abituati alla repubblica, in questo giorno speciale ci viene di essere monarchici. Per incoronare re Sergio Pitamitz, che dei fotografi italiani di felini è il sovrano assoluto. Il diaframma della sua macchina fotografica è sempre spalancato, pronto a divorare un leone o un leopardo. Una gara tra re, da cui escono vincitori vivi e vegeti sia Sergio che la sua «preda». E di che qualità siano i trofei delle sue cacce lo si capisce bene dalle foto di questa intervista.

 

 

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Da quando esiste il World Lion Day? Da chi è stato istituito? Perché? 
Il World Lion Day è campagna globale istituita da diverse organizzazioni di conservazione della natura nel 2013 per sensibilizzare l’opinione pubblica sul drammatico declino del numero di questi maestosi felini.

Sergio, da quanti anni fotografi felini?
Da venticinque anni lavoro come fotografo professionista nel settore della reportage geografico e di natura. Gli animali sono sempre stati una mia grande passione e da una decina d’anni è diventata la mia specializzazione, mi dedico in particolare alla grande fauna africana. Non potevo non rimanere affascinato dai grandi felini e dal loro comportamento.

Perché hai scelto questa specializzazione?
Per amore della natura. Sono sempre stato attratto dagli animali. Ancora prima di farne una professione passavo ore a vedere i documentari naturalistici di National Geographic e della Bbc.

 

 

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Quali sono i tuoi principali «territori di caccia»?
Tutta l’Africa australe e orientale, ma principalmente il Botswana e il Kenya. Adesso sto focalizzandomi anche sul giaguaro in Brasile, altro felino a rischio che voglio documentare. Vi andrò a settembre per tenere un workshop riservato a un gruppo ristrettissimo di fotografi provenienti da Italia, Scandinavia, Canada e Australia. Si parlerà sì di fotogiornalismo naturalistico, di tecniche particolari come la fotografia remota, ma anche del potere dell’immagine per sensibilizzare l’opinione pubblica.

 

 

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Quali difficoltà incontri nel tuo lavoro?
Sicuramente trovare i soggetti. I leopardi sono animali molto elusivi, si nascondono molto bene. Come dico sempre, non siamo noi a trovarli, sono loro a farsi vedere. I leoni sono sicuramente più facili, soprattutto in certi parchi e riserve nazionali, ma non è scontato trovare i maschi, in grande minoranza rispetto alle leonesse. I ghepardi sono invece diffusi solo in alcune aree specifiche dell’Africa. Bisogna realizzare immagini diverse da quelle che sono già in circolazione o che abbiano un potere documentario, devono raccontare una storia.

La tua più grande soddisfazione?
Entrare a far parte di National Geographic Creative, il dipartimento che rappresenta i fotografi National Geographic e la distribuzione delle loro immagini, sia per la pubblicazione su libri, siti e riviste della Society sia su pubblicazioni in tutto il mondo.

 

 

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Con chi collabori?
In Italia con le riviste LatitudesLife e Oasis. All’estero le mie immagini vengono pubblicate su numerosissime riviste e libri tramite la diffusione di National Geographic Creative e un network mondiale di agenzie tra le quali Corbis e Getty Images.

Stai lavorando a qualche progetto speciale?
Sto utilizzando la tecnica della fotografia remota per immortalare i miei soggetti a distanza molto ravvicinata e della camera trap per riuscire a fotografare soggetti difficilmente avvicinabili o dalle abitudini notturne.

Ricopri anche un prestigioso incarico…
Più che di un incarico si tratta di una collaborazione con Big Cats Initiative, un programma di conservazione dei grandi felini fondato dalla National Geographic Society e da Dereck e Beverly Joubert, fotografi e filmmaker della Society per cui hanno realizzato molti dei più bei documentari sui grandi felini africani. Sono in primissima linea per la loro salvaguardia. Come lo è anche Steve Winter, perennemente in aereo per partecipare ai NatGeo Live! in tutto il mondo, quando non sul campo a realizzare il prossimo reportage su qualche felino per il magazine.

 

 

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Qual è il tuo ruolo?
Cercare si sensibilizzare le persone su questo grande problema tramite i miei social media, Facebook e Instagram (pitamitz), tramite mostre, durante gli eventi a cui partecipo. Dono fondi per il programma derivanti da parte dei ricavi dei miei workshop e dalla vendita di stampe fine art. E recentemente ho aperto una fund raising page sul sito di Big Cats initiative dove poter donare fondi a supporto di un progetto specifico che si chiama «Build a Boma, Save a Lion» («Costruisci un recinto, salva un leone»: la recinzione è da intendersi per il bestiame allevato, naturalmente, ndr). Anche pochi dollari possono essere d’auto alla causa, quindi invito tutti a dare anche un piccolo contributo.

 

 

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L’uccisione proditoria di Cecil, il leone che era l’emblema dello Zimbabwe, ha sconvolto l’opinione pubblica mondiale. È vero che il re degli animali sta rischiando l’estinzione?
Per l’Iucn ha già lo stato di «vulnerable», ma se continuiamo di questo passo prestissimo entrerà nella lista critica. Pensiamo solo che in Africa a metà degli anni ’70 i leoni stimati erano circa 250 mila, ora sono stimati in circa 20 mila. Di cui solo una piccola parte sono i maschi, trofeo di caccia molto ambito. Oltre la caccia c’è il problema del bracconaggio, dell’antropizzazione, il conflitto con le comunità che vivono di pastorizia e molti altri fattori che contribuiscono al loro declino. Possiamo immaginare quindi le conseguenze a breve termine se non agiamo subito! Questa mappa rende bene l’idea della diminuzione del territorio dei leoni.
Oggi è il World Lion Day, ma il leone non è il solo felino a rischio. Il leopardo, il ghepardo, la tigre, il giaguaro, sono tutti in drammatica diminuzione! E Big Cats Initiative si occupa della conservazione di tutte queste specie.
In ormai oltre dieci anni che frequento regolarmente le savane africane mi sono reso conto di trovare sempre meno ghepardi, leopardi e leoni, e nel caso di questi ultimi, di vedere branchi di minori dimensioni. Spero che l’opinione pubblica si svegli e faccia qualcosa per la loro salvaguardia e che i miei figli, ora ancora piccoli, per vederli non siano costretti ad andare allo zoo…
L’uccisione di Cecil ha avuto una cassa di risonanza mondiale enorme, non solo tra gli addetti ai lavori. Ci sono state anche proposte di boicottaggio del turismo in Zimbabwe. Grande errore! Molte comunità sopravvivono grazie agli introiti dell’eco turismo nel quale moltissime persone sono coinvolte a vario titolo. In mancanza di questi introiti l’alternativa potrebbe essere proprio quella della caccia. Con conseguenze facilmente immaginabili. Le comunità sono le prime a dover essere coinvolte nei programmi di conservazione, far capir loro che la grande fauna è una risorsa importante.
Se non altro, nella sua drammaticità, spero che l’uccisione di Cecil sia servita a qualcosa.

 

 

Sergio Pitamitz

Sergio Pitamitz. Per visitare il suo sito, clicca qui.

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