Stalingrado, la gloria e la memoria

Febbraio 2008, commemorazione della battaglia di Stalingrado. Alla spalle della soldatessa, l'unico albero di Stalingrado che nella primavera del 1943, a battaglia conclusa, mise le foglie

 

Testo di Serafima Voronina - foto di Maurice Schobinger

 

Settant'anni fa, finiva la Seconda guerra mondiale. Una delle battaglie più terribili e decisive per la vittoria degli alleati si combatté a Stalingrado (ribattezzata Volgograd nel 1961), che resistette agli invasori nazisti dall'estate 1942 al gennaio 1943. Nel 2010, il fotografo svizzero Maurice Schobinger ha pubblicato il libro Stalingrad Volgograd. Nel volume, insieme alle immagini, compaiono alcuni brani tratti dal diario di Serafima Voronina, un'insegnante morta durante l'assedio.

Il testo, lungi dall'essere un'apologia dell'Armata rossa, descrive il terrore dei civili intrappolati, la furia istintiva per la vita e l'indifferenza per l'esito della battaglia, ammesso che un giorno potesse terminare. Il tonno poco patriottico spiega perché la testimonianza, consegnata al fotografo dai discendenti di Serafima, sia rimasta inedita per decenni. Il diario copre il periodo che va dal primo settembre al 25 ottobre 1942. Ecco qualche estratto.

 

Il fiume Volga

 

«Sono ormai diciannove giorni che siamo rintanati nel nostro rifugio. Il 2 settembre il nostro settore è stato di nuovo bombardato, in particolare il quartiere in cui si vive.

Una bomba è caduta nel vicolo che passa davanti alla casa dei Mizin, il cratere ha provocato il crollo di parecchi rifugi, ci sono stati molti morti. Tutt'attorno, le case sono state in gran parte distrutte e, tra di esse, alcune sono state danneggiate in maniera tale che al momento è impossibile abitarvi.

Tre bombe sono cadute qui vicino, una davantio alla casa dei Mizin, un'altra verso la torre dei paracadutisti e la terza sui bimari del tram... in questo ordine. Da noi, tutte le finestre sono state spazzate via da entrambe le case, le cornici sono volate nel corridoio. All'interno, la calce si è staccata e molti mattoni soino stati proiettati in cortile».

 

In una via di Volgograd

 

17 settembre 1942, giovedì
«Dal 13 settembre, domenica, i combattimenti sono aspri. Dalla parte dei tedeschi piovono obici, dalla nostra parte tuonano le armi pesanti e le batterie di katiuscia vanno a segno. Da domenica sono cinque giorni di bombardamenti continui, era terrificante, non c'è stata che qualche pausa, molto breve.

Le notti sono più tranquille, ma si dorme nella paura, gli aerei volano tutta notte senza sganciare bombe. Passa un ricognitore, che lancia fari appesi a un paracadute che illuminano tutt'attorno. Allora fa chiaro come in pieno giorno.

Il ricognitore osserva tutto, dopo di che, al sorgere del sole, riprendono i bombardamenti. Mamma, alcuni amici e io viviamo nel cratere, dove Vassia ha scavato un rifugio. Papà se ne sta nel rifugio della casa, ma Sergiei Ivanovic, un amico, passa la notte con lui.

Tra tutti i bombardamenti, quello di ieri, 16 settembre, è stato il pià terribile. Che ORRORE è stato ieri, che ORRORE!».

 

L'unica casa conservata come reliquia della battaglia

 

19 settembre 1942, sabato, mezzogiorno
«Oggi mi sono alzata tardi, alle 9, la giornata era uggiosa, calma. Mi sono preparata per andare a cercare dell'acqua. Mamma si è opposta, ma io sono comunque partita. L'acqua è disponibile in fontane a colonnetta nella fabbrica Barrikady. Stavo per raccogliere l'acqua quando all'improvviso è rusuonato il rumore degli aerei, sono partita con i secchi correndo verso una baracca a metà distrutta, in cui c'erano già due donne, una ragazza e due soldati dell'Armata rossa. I bombardamenti sono cominciati e io mi sono appiattita contro una parete in un angolo del corridoio della baracca, la ragazza si è allungata sul pavimento del corridoio, le donne correvano per la baracca, i soldati rossi si erano distesi a terra. Quando il bombardamento è iniziato, il gesso è caduto dal soffitto facendo un gran baccano. L'ORRORE, la PAURA che ho provato è impossibile da descrivere.

Quando è tornata la calma, al cadere della notte, ho preso i miei secchi pieni d'acqua e mi sono lanciata verso casa. Ho corso fino alla mjia via, la casa dei Fomin era distrutta, una bomba era caduta su un angolo dell'edificio. Ho girato l'angolo e là, ORRORE! La nostra casa era completamente distrutta, non aveva più il tetto, le imposte erano state divelte, le assi strappate; all'interno della casa, si era staccato tutto l'intonaco, le travi erano cadute, gli armadi erano a pezzi, il vetro dei mobili si erano sbriciolato. Le giornate sono dolci e soleggiate.

 

La fabbrica Ottobre Rosso

 

29 settembre 1942, martedì, 9 del mattino
«Gli abbiamo spiegato perché eravamo là, che eravamo alla ricerca di cavalli morti per recuperarne la carne. È strano che non siamo stati arrestati: in fondo al parco ci si è avvicinato un soldato per chiederci “come siete arrivati qui? Nel parco ci sono armi e truppe, è vietato passarci”. Olia ha spiegato che cercavamo cavalli morti, lui ci ha risposto che non ce n'erano nel parco, che si trovavano nella piazza di fronte al giardino pubblico, vicino all'ex scuola Stalin (già allora distrutta e bruciata).

Allora ci siamo dirette là: in effetti, c'erano dei cavalli morti, ma erano già stati fatti a pezzi, non restava che la parte anteriore di un cavallo, Ollia ha cominciato a cercare di tagliarne una parte, mentre io tenevo la carcassa, invano: siamo solo riuscite a staccarne un piccolo pezzo. In seguito ci ha raggiunti Klavdia Tarakanikhina che è riuscita a tagliare una delle zampe anteriori per noi e l'altra per sé; all'ingresso del giardino pubblico una pattuglia ci ha fermate, non volevano lasciarci entrare e abbiamo dovuto fare una devizione per una strada più in basso, lungo la drogheria.

Avevamo già fatto tanti sforzi per questa carne di cavallo, quando la maniglia del paniere si è rotta e abbiamo finito per rientrare a mezzanotte. Mamma era già molto preoccupata, pensava che ci avessero arrestate. Il giorno dopo, Alexandra Fedorovna (la madre di Olia) ci ha preparato la zuppa di cavolo con la carne di cavallo, era buona, grassa e saporita. La carne è buona: se non avessimo saputo che era di cavallo, l'avremmo presa per manzo.

I pirozhki si sono rivelati molto buoni. Anna Moïsseïevna ha pranzato da noi, il boršč di cavallo è piaciuto anche a lei. Le è dispiacito di non essere venuta a casa nostra il giorno prima, se no ci avrebbe accompagnate. In breve, voglio dire che con Olia, il morale risale, ci ha ridato coraggio...

Seduta, scrivo queste parole, che forse qualcuno leggerà e saprà che terrori abbiamo provato e ancora proviamo.

Ecco che un aereo passa e il cuore si ghiaccia. La sirena aerea risuona e l'insieme del corpo smette di funzionare, tutto si paralizza. Che succede ai nostri genitori e amici in città? Sono vivi? Li rivedremo in giorno? Rivedremo un giorno i nostri amici e i loro bambini? La guerra ha provocato la dispersione di tutta la famiglia.

 

Monumento alla Madre Russia

 

25 ottobre 1942, domenica ore 14
«È da tre giorni che continuano i bombardamenti, non abbiamo più la forza di sopportarlo. Restiamo nel rifugio senza uscire, siamo così stremati, così depressi, i pidocchi ci divorano. Di notte, dormiamo seduti, perché il rifugio è piccolo e noi siamo numerosi. È un supplizio, non abbiamo più la forza di resistere, non vediamo la fine. Abbiamo chiesto a un soldato dell'Armata rossa com'era la situazione al fronte, ci ha risposto che tra cinque giorni sarà tutto finito. Oggi è il quinto giorno delle sue previsioni. Ho interrogato un altro soldato dell'Armata rossa, mi ha risposto che durerà ancora a lungo. Mio Dio, quando finiranno le nostre sofferenze?

Tutt'attorno la steppe è bruciata, è così terrificante, ogni giorno ci sono incendi. Il quartiere Ottobre Rosso non esiste più, ci troviamo su una distesa di steppa nuda, e ogni giorno ci sono dei bombardamenti. Venerdì c'è stato un combattimento così terribile, abbiamo pensato che non ne saremmo usciti VIVI. Preghiamo Dio, gli chiediamo di lasciarci vivere. Re restiamo in vita, allora sarà un'immensa felicità...».

 

Particoilare del monumento alla Madre Russia

 

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